Su La valigia del meridionale e altri viaggi (poesie 1975 -2001)


recensione di Marcello Tosi


valigia meridionalePoeta di lotta e di passione e critico impegnato, che dalla sua Irpinia, si sottolineava nella prefazione a Figli: “volge lo sguardo ben oltre il mezzogiorno, anche se ama farvi ritorno con riferimenti espliciti o sottesi, perché è lì che la sua voce critica acquista concretezza, sensibilità, acutezza”.
E “passeggero costante del mondo – Anna Ruotolo definisce D’Alessio nella prefazione a questa Valigia di poesia – che rimane però nel profondo, meridionale. E il poeta campano è il viaggiatore per antonomasia, apportatore di una poesia arcaica e nuova insieme, misteriosa, piena di luci e di colori, ricette mistiche e segreti familiari, radici rivolte al cielo, e acque e orizzonti scambiati di posto.”
La natia Solofra, Montefusco, Galvanico, e altri luoghi profondamente incisi dal terremoto del 1980, sono diventati in un lungo arco temporale di scrittura e di consumata esperienza poetica, segni di contraddizione e punto di non ritorno per questo scrittore poeta, capace di esprimere, ha scritto EmiliaDente, la poesia, il canto, il dolore. Nel “solco della memoria” di una meditata, sofferta consapevolezza dell’ineluttabilità di questo “non ritorno”, che è espressa in maniera ossessiva quasi in ognuna delle poesie della raccolta.
Mestamente cogitando come Carlo Levi nel Cristo, che “il Sud ha sapori / di ruggine e tradimenti / del poco lavoro della sofferenza”, e altrove muovendosi attraverso sguardi quasi pavesiani, l’invocato rapporto tra poesia e poeta si fa eco di memoria tristemente segnata dai luoghi: “quando si ammala l’aria di settembre /… tra  monti spenti e soleggiati / Sento, nell’aria, il sogno di tornare / accogliendo il vento del mattino”… e tra “scale di pietra… ancora pietre: / che col tempo s’ammaleranno di tristezza…” laddove  “fumavano le colline / nel sole di mezzo agosto … Solo, nel peso dell’afa” guardare dal monte  “il paese del ritorno”.
Ma il dolore si fa senso profondo di compartecipazione al tormento dell’uomo e della natura ugualmente vilipesa, battuta, schiacciata dentro cubi di quel cemento che “ha battuto le stagioni / rombo di auto in corsa…”.
Oltre il verde esiste “qualcosa che attrae i pensieri / la terra e il sudore degli uomini / oltre le spire del tempo…”, ma si fa strada anche una decisa consapevolezza che “non ritorno” significhi anche “non amare il progresso assassino / univoco nel dare benessere/ mentre disegno con lampi d’ingegno / una siepe e il profumo di lievito”, mentre “è morta la terra da arare e / mille fabbriche hanno stretto d’assedio / le macchie di aceri e querce…”.  
Il tempo urla dentro l’animo senza pace del poeta, che ormai anche “gli asini sono morti dolore / la terra abbandonata ai costruttori…Abbiamo lottato, ci tremano le mani / abbiamo creduto senza pià sperare / hanno ucciso i padri i santi e / vanno fieri in auto fiammanti…”.  
“Mi ha fatto sempre un gran male – dice l’autore - ricevere l’indifferenza, da parte della gente della Nord della nostra penisola, quando nei versi raccontavo la fine del mondo contadino, al quale appartavano, sotto la furia del cemento delle fabbriche: allora unica ricchezza, oggi cattedrali in disfacimento nel deserto della disoccupazione...”. E aggiunge “La raccolta che oggi affido la lettore è una valigia di cartone: ridicola, perché desueta, nelle mani del viaggiatore. Eppure ho ancora una speranza, chiusa in questo cimelio di viaggio, che il paesaggio incanti ancora il viaggiatore anche sull’alta velocità”,  
Nella seconda parte del volume “prosegue il viaggio” con i versi dal poemetto “I padri della terra“, e la denuncia diventa anche quella del peso oppressivo della camorra e mafia: “che chiama compare chi l’aiuta… / Siamo nani / di fronte al potere oscuro…”. E non rimane che la dolente scelta di andare via dall’Irpinia / terra benedetta dai politici / servi dei padroni / nel dolore degli onesti / di notte senza regole…”.
Ma anche di fronte a tanto dolore, un “pensiero meridionale forte e umano” continua a muoversi  alla ricerca della “libertà sempre negata”, con la voglia di sovvertire mediante la forza della poesia un’arcaica rassegnazione, quel “male incorporale / che corrode i giorni e la speranza”, che ora si dilata alle miserie del tempo presente, divenute le ferite quotidiane dell’ingiustizia, dell’Italia tutta, dell’Europa, del mondo. Che spinge a domandarsi, nella terza sezione dai versi de “La solitudine dell’Iceberg”, se esiste ancora, ora che la terra delle radici, il respiro di madre antica si sono persi un fondo al cuore, ora che anche le cicale hanno smesso di cantare nelle città sorde e violente, chi si chiede “dove muore / il passero, un nero d’Africa?”.   

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