Ma io non ho mai visto sguardo d'uomo / volgersi così ansioso verso il giorno

intervento di David Aguzzi alla kermesse


Testi crossover
persone che scavalcano gli eventi


dalle ore 9.00 alle ore 18.30
presso il teatrino Sala S. Francesco
dei Frati Minori Conventuali
Piazza S. Francesco, 14
Faenza ~ 3 marzo 2012
letture, testimonianze, dibattito



La ballata dal carcere di Reading, O.Wilde. «Rivista Teatri delle diversità» ottobre 2011

“Mai io non vidi un uomo fissare con occhio così ardente quella esigua striscia d'azzurro che i prigionieri chiamano il cielo ed ogni nuvola che fluttuava e passava come vela d'argento”. (La ballata dal carcere di Reading, O.Wilde)

Il poemetto-ballata di Wilde irride alla pena, la sbeffeggia con stile letterario, poetico e filosofico.

Tratteggia l’inutilità della pena, nella duplice veste di detenuto condannato ai lavori forzati, ma anche testimone e compagno di un carcerato condannato alla pena di morte.

La pena nella visione di Wilde è un male inflitto ad alcuni, è un mezzo per garantire il benessere di altri, l’individuo è ridotto ad un “sotto-sistema psico-fisico” funzionalmente subordinato al sistema sociale, e le violazioni dei diritti della persona sono solo trascurabili dettagli.

La Ballata è un lamento poetico, esistenziale: racconta la storia dell’impiccagione di un giovane detenuto colpevole di omicidio e delle reazioni dei suoi compagni di pena. Colui che parla è un detenuto come gli altri, che assiste da lontano al mostruoso procedimento con cui lo Stato toglie la vita a un essere vivente, perpetuando la catena di violenze da costui iniziata.

Nel testo si susseguono due parti: quella che descrive la convivenza con un condannato a morte ed evoca il rituale assurdo e feroce dell’esecuzione, e quella che contiene la meditazione sui mali del mondo e sulla redenzione.


Società e socialità (Per Uscire dall’invisibile, D. Aguzzi, ANC 2004)

La società si sente o dovrebbe sentirsi chiamata in causa, consapevole che è suo preciso interesse occuparsi di ciò che avviene o non avviene dentro un carcere.

Perché volenti o non volenti, esiste un dopo e questo dopo positivo dipende da un durante solidale costruttivo e non indifferente.

Qualunque sia il fondamento che si vuole assegnare alla morale della pena, qualunque sia il peccato di ognuno, un punto è condivisibile e irrinunciabile: non ci sono contributi "unici" da dare, né costruzioni di prigioni utopistiche, non c'è neppure da inventare una nuova tavola di valori.

C'è solamente bisogno di riempire di contenuti adeguati quel che viene chiamato il bene e il giusto, perché inutile negarlo il carcere è primariamente un male profondo, e se non sarà inteso come ripristino di un senso di giustizia e di possibilità a riacquistare la propria dignità, esso sfibrerà gli uomini ristretti rendendoli insensibili alla necessità di ricucire quello strappo dolente causato con il proprio comportamento.

Il mondo fuori che richiede di perseguire i reati di infliggere giuste pene, poi si dimentica che dentro, la società si deve occupare anche di seguire e fornire gli strumenti e le occasioni per “rieducare” o quantomeno di ristabilire dignità, di considerare il recluso in quanto persona, di sommare ai valori del carcere, della punizione il valore dell’individuo.

Perché se di valori umani si vuol parlare, il valore della persona umana, rappresenta anche l’unico, infallibile parametro in base al quale distinguere e separare, senza incertezze o mediazioni, una pena ‘giusta’ da una pena ‘ingiusta’; ma mentre, in nome di esso, alcuni scavano fossati, altri tracciano a matita labili confini da cancellare alla prima utile occasione.

Offrire occasioni, offrire spazi e tempi che fanno evadere dalle grate e griglie di ferro di giornate, altrimenti, sempre uguali; per non attendere giorni interi, le visite, eventuali permessi, udienze dal giudice.

In altre parole possiamo definirlo trattamento, come il complesso delle attività organizzate nell’istituto penitenziario a favore dei carcerati, finalizzate alla rieducazione ed al recupero del reo ed al suo reinserimento nella vita sociale.

Per attivare in carcere nuovi spazi di libertà è necessario riconoscere i diritti della persona, programmare da parte del legislatore e degli operatori, delle iniziative provenienti dall’esterno, offrire, non a ciascuno una specifica attività differenziata e personalizzata, ma a tutti una possibilità concreta. Offrire in carcere delle possibilità, consentire di fare e compiere una scelta, facendone un individuo consapevole di se stesso e dei propri mezzi.



Del profilo educativo in carcere, in Recito, dunque sogno, Edizione Nuove Catarsi, ottobre 2009

… ma il cielo là in prigione non è cielo, è un qualche cosa che riveste
il giorno e il giorno dopo e un altro ancora sempre dello stesso niente.

E fuori c'è una strada all'infinito, lunga come la speranza,

e attorno c'è un villaggio sfilacciato, motel, chiese, case, aiuole,
paludi dove un tempo ormai lontano dominava il Seminole,
ma attorno alla prigione c'è un deserto dove spesso il vento danza
.

(estratto da Canzone per Silvia di F. Guccini, 1994)


Ricordiamoci che un giorno potrebbe capitare anche a noi di trovarci in una situazione di privazione di libertà e reclusione.

Ricordiamoci che la nostra Costituzione, che negli ultimi anni è oggetto di controversie politiche, accesi dibattiti in merito all’attualità o meno della carta, definisce in modo inequivocabile quale deve essere la condizione del carcerato.

La Costituzione all’articolo 27, comma 3 “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, parole chiare e senza ombra di dubbio profilano la pena come processo rieducativo e non solo punitivo. Credo in questo presupposto primario per ogni successivo piano teorico, ideologico nella concezione della vita in carcere.

La società in cui viviamo non è una comunità che accoglie tutti i suoi membri per risolverne le difficoltà insieme. Invece dell'integrazione e della responsabilità solidale esistono esclusione e discriminazione. Regna il potere dello stato e delle suoi istituzioni, dell’individuo uno contro l'altro, insomma il potere e la violenza. Basaglia dice, che "la violenza e l'esclusione sono alla base di ogni rapporto che si instaura nella nostra società. La società allarga l'appalto del potere ai tecnici che lo gestiranno in suo nome e continueranno a creare-attraverso forme nuove di violenza nuovi esclusi: la violenza tecnica."


Biografia
David Aguzzi è nato a Rimini negli anni del boom economico italiano, ma prima delle manifestazioni sessantottine. Ha vissuto e vive attualmente nella Perla Verde, città che si considera modaiola, ombelico del mondo e tante altre eccentricità ed egocentricità. Nella vita si è occupato di sfigati, dimenticati ed a volte patetici e rompiscatole. Disagio sociale, emarginazione, ultimi e penultimi. Tra le altre attività, si interessa di storia dell’arte, letteratura, poesia e teatro. Ha pubblicato saggi ed articoli per riviste specializzate. Amo pedalare e scarpinare, aiuta la riflessione, ossigena i pensieri.

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