Il Viaggio di Tonino


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Tonino Guerra se n'è andato a novantadue anni all'inizio di questa primavera, proprio nel giorno dedicato dall'Unesco alla poesia in tutto il mondo.
E non mi dispiace che ci sia questa coincidenza del ricordo, un legame che unisce la natura che rifiorisce, l'intento di richiamare tutto il mondo alla bellezza della poesia e la figura di questo artista.
Chi vive in Romagna come me e in particolare è cresciuto nella Valmarecchia sa quanto le opere di Tonino Guerra abbiano segnato il paesaggio delle piccole cose e del quotidiano: qui una poesia scolpita nella roccia, lì una fontana con l'acqua che zampilla dal fusto di un albero. E ancora profili di donne, farfalle multicolori, le tracce delle mani dei contadini russi che si avvolgono alle mani dei contadini romagnoli, da un tempo poco lontano, ma che non c'è più.
Tonino Guerra porta con sé anche quella lingua poetica e meravigliosa che ha fatto a partire dal dialetto del suo paese. Un linguaggio poetico intimo ma divulgato a livello nazionale, un dialetto che non è più tale, che è musica, e che non è neppure lingua, perché parlato da pochissimi, eppure artistico. Il suo dialetto è suono della memoria donata a chiunque abbia voglia di leggerlo, eppure è già finito, perché è proprio del dialetto nascere e vivere nel parlato spontaneo, arrabbiato dei bar o nel chiasso del mercato settimanale. E morirà lentamente in una tomba di carta che lo manterrà a nostra memoria, come in uno splendido mausoleo di vetro.
Si dice che in questi ultimi anni Tonino abbia ripreso a parlare in dialetto in maniera quotidiana, come quegli anziani che, giunti agli ultimi giorni, ritrovano i volti e le parole dell'infanzia. In realtà, da quando ritornò in Romagna, Tonino Guerra riprese un percorso ideale a ritroso nel tempo, di riscoperta e di salvaguardia delle cose e delle persone dimenticate.
La Valmarecchia, è stata tanto segnata dalle sue opere, dai monti oltre la Carpegna alla foce del Marecchia a Rimini: opere di memoria, così ben adagiate sulla stratificazione edilizia e storica da sembrare sempre adeguate, sempre parte necessaria del panorama delle cose.
In un libro in particolare Guerra ha ripercorso idealmente la sua vallata: nel Viaggio, racconto poetico in romagnolo (e traduzione), egli ha descritto l'itinerario a piedi di due anziani sposi, decisi a vedere il mare, via dal borgo medievale di Petrella Guidi in collina sino alla foce del Marecchia, sulla spiaggia di Rimini. Per me questo libro è sempre stato l'emblema di un viaggio iniziatico a rovescio: un viaggio di riscoperta delle persone e dei luoghi (non-luoghi) della terra solcata dal fiume Marecchia, un viaggio in cui gli incontri con povera gente si mescolano a ricordi in una dimensione onirica, ma per nulla ricercata, semplice come i protagonisti. I miei nonni, o quelli di tanti miei coetanei, avrebbero potuto intraprendere quel viaggio avanti verso il mare e la modernità, indietro verso il ricordo della fanciullezza e la vita di campagna, che non è più.

Ora Tonino può riposare sotto un melo cotogno, o in una chiesa sgretolata sotto il sorriso benevolo di una madonna senza più occhi, tra i ciottoli bianchi del fiume vicino al vecchio mulino.

E per noi cosa resta? Ritroviamo le sue opere visive, leggiamo i suoi libri. Sentiremo tutta la melodia di una lingua da sogno, la lingua dei nonni e dei contadini. Sentiremo tutta la malinconia di una lingua che scompare, se nessuno la sa leggere più.
E allora leggiamo le poesie dei poeti romagnoli “a voce alta”, magari nella piazza dell'arco di Santarcangelo, con semplicità.
E – perché no – concludiamo le letture con un viaggio a ritroso, a piedi, dal mare e dalla città verso la Madonna arrampicata a Saiano, o sotto al mantello di marmo cadente di quella di Antico, oppure ai piedi della torre di Bascio.
Riprendere il viaggio verso le sorgenti del fiume che segna la nostra valle, oltre che richiamarci al senso della vita, potrebbe essere il più bel gesto da fare in un giorno di primavera, per non dimenticare.

(Rimini, 21 marzo 2012)

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