lunedì 8 novembre 2010

POESIE DELLA FAME E DELLA SETE / Francesco Iannone

La giovanissima poesia italiana


Francesco Iannone è nato a Salerno, nel 1985. Si è laureato in Scienze dei beni culturali con una tesi dal titolo "Alfonso Gatto critico d'arte". Suoi testi sono apparsi sulle riviste «Clandestino» e «Le voci della luna». È incluso nell'antologia Al di là del labirinto, curata da Antonio Spagnuolo per le edizioni L'arca felice. È uno degli amministratori del blog I giovin/astri di Kolibris dedicato alla giovane poesia contemporanea.

In questa poesia la parola è distillata e permeata da un fascino che passa dal rigo al cuore. La semplificazione estrema delle forme sintattiche e la velocità epigrammatica, rilanciano dei simboli fortemente strutturati. Una poesia che mostra immediatamente un senso profondo ben connotato, che trasforma un nulla in tutto. Francesco Iannone è un giovane poeta che incontra il lettore con sapienza, stile ed eleganza. Un  poeta che segna con le parole il tempo che scorre.

*

Questa altalena strana
degli occhi ondeggia
sopra la mia nuca immota.

Ti leverei dalla faccia quel nero
di ere che storpia, rovina.

Ho la capienza di un padre che perdona
quella apparente noncuranza
di colui che sottovoce ama.

*

Mi ammaestra il silenzio
di labbra inchiodate, mute.

Il corpo svia e lascia
la polvere volare
coricarsi nelle pieghe.

Tu ora intingi
nell’umido
degli occhi il dito
tenti il foro mi
cerchi vivo.

*

Me le ricordo le distese
papà
di meloni lavati la mattina
che tu staccavi schiaffeggiando
con un taglio secco e poi facevi
rotolare al centro.

Ora mi mancano le sere
di ritorno con le camice al vento
io che scomparivo sul sedile rannicchiando
il cuore un cesto ricolmo fino all’orlo.


*

Arrivi in una corsa del lunedì mattina
caviglie piegate sull’asfalto e un sole
sulla bocca che la smaglia.

Restiamo veri per sempre
tu mi implori sulla porta
c’è un trafficare di silenzi qui
è come uno sbuffare nell’aria
di marmitta che ci appanna.

Si riversa l’acqua e la terra si ingrossa
ripassiamo solo per vedere
lo slancio di un tronco che sfonda
la tensione di una radice che spacca.


*

Infiggi pure
gli aculei sul molle
aspetta la stilla, il fiotto
rosso che sporca e più
via non viene.

Aro campi
ampissimi con gli occhi
senza farmi male
ti seguo come un fiore
portato via dalla corrente.

Mi pianto qui scavo
svelto un buco
fondo metto

radici
casa
mi fermo. Riposo.


*

Questa pioggia ci costringe a non vedere
tira via la terra e poi rimbalza
nella corsa ci schiaffeggia.

Diluvia anche se d’agosto
ai nostri piedi un mulinare di foglie
decapitate dal vento.

Deve solo fare azzurro adesso
è tempo
quell’azzurro che smacchia
il cielo e lo lascia
sorprenderci dal buio.

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