Su Sincronaca di Carlo Penati

recensione di Vincenzo D'Alessio

Ho imparato diverse cose dalla lettura dei libri appartenuti alla produzione della casa editrice Fara di Rimini. Mi hanno insegnato che sono poche le mani che trasformano i sogni in parole e le parole in vita reale. La strada più difficile è il cambiamento: ogni lettura impone un cambiamento di stati d’animo, di umori nel sangue, di velocità d’assimilazione per la mente. Non è facile salire e scendere dal treno dei viaggi dei poeti e degli scrittori.
La raccolta Sincronaca di Carlo Penati è un bel viaggio. Mi vengono alla mente i viaggi di molti poeti del Novecento. Tra questi Alfonso Gatto e Giorgio Caproni. Più di ogni cosa, però, mi vengono alle mente i versi di un altro poeta-cantautore: Pierangelo Bertoli della canzone A muso duro : “ho sempre scritto i versi con la penna / non ho ordini precisi di lavoro.”
Un viaggio negli anni Settanta e più oltre. Non una schiera di ricordi, incanalati nella memoria privata e liberati nella memoria collettiva, ma un susseguirsi di confronti con l’io che legge, il pensiero che ascolta.
Uno dei momenti importanti, per decidere quanto è grande un verso, resta quello di leggerlo ad alta voce: ne subisci l’eco, la trasfusione dell’energia e ne cogli la musica che parla anche ai sordi. Proprio così: il ritmo delle labbra cadenza un alfabeto che si riflette nella mimica facciale e segna negli occhi il passaggio del sogno divenuto parola.
Quante figure retoriche si affacciano da questa raccolta: diverse. Quanti interrogativi si collocano nel dialogo con il lettore: tanti. Quanta strada si può percorrere, insieme al poeta, a piedi oppure in treno senza stancarsi: tanta.
Quarant’anni fa?! Sembra passato un secolo. Questa immagine mi appare leggendo i versi, apparentemente semplici, della raccolta-poema. Proprio un poema. Slegato dalla condizione della rima e legato al ritmo genetico dell’accadere. Infatti i capoversi, delle prime quattro parti che compongono la raccolta, iniziano con la minuscola; tranne la quinta parte che ha i capoversi con la maiuscola.
“era un tempo intenso di lavoro di classe” (pag. 17); “il conto del futuro” (pag. 33); “per gli uomini senza passato e senza fantasia” (pag. 33); “i dirigenti con orgoglio sono già accavallati in cima / e i lavoratori si muovo di traverso sospettosi” (pag. 45). Questi sono soltanto alcuni dei versi, presi in prestito da Penati, che restituisco in cronaca. Una lunga cronaca storica, sincera, quotidiana, famigliare, vissuta, trasmessa, in concorso con il pensiero del grande Vico.
I versi più cari, al mio spirito in questo momento di lettura, a voce bassa, sono quelli dello stesso sogno che mi unisce al Nostro: “(…) e sarà un giorno di sole (scrive il Nostro nel verso che dà inizio alla raccolta a pag. 15) e una città alberata / e profumo di fieno tagliato delle nostre estati e / delle nostre terre / e contadini operai intellettuali soldati e / prostitute / le donne della Borletti / il cielo basso e i papaveri” (pag. 57)
Questo è stato il nostro sogno comune, che l’industria potesse convivere con la nostra millenaria civiltà contadina; e non sentivamo già Pier Paolo Pasolini che cantava, stridendo come una cicala in un grande campo assolato, che i contadini erano già morti in nome della guerra, che in città accoglieva i treni del sole, quelli che dal Sud portavano,da troppo tempo (e oggi ancora) bracce da lavoro. Cos’è stata questa penisola in quel momento? Una interpretazione degli avvenimenti di quegli anni è racchiusa in questa raccolta di versi.
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