Intervista a Franco Arminio

di Antonietta Gnerre


Franco Arminio è nato e vive a Bisaccia, nell'Irpinia D'Oriente. Tra l'ottantacinque e il novantasette ha raccolto in quattro libri parte della sua enorme produzione di versi. In prosa ha pubblicato Diario Civile (Sellino), Viaggio nel cratere (Sironi), Circo dell'ipocondria (Le Lettere), Vento forte tra Lacedonia e Candela (Laterza), Nevica e ho le prove-Cronache dal paese della cicuta (Laterza). Ha un intuito sicuro, del valore dei paesi, come tesoro da non sperperare e non disprezzare. Il suo amore per l'Irpinia respira in ogni rigo dei suoi libri, come avventura e viaggio, fantasia e ragione. Ne parliamo insieme in questa intervista:

Lei è scrittore, poeta, paesologo, giornalista, maestro... Tanti mestieri in uno: questione di talento?

Non spetta a me dirlo. Sicuramente una lunga dedizione. Praticamente è da quando avevo quindici anni che lavoro senza concedermi pause. Un esercizio di scrittura a oltranza che ha occupato tutta la mia vita lasciando ben poco spazio per altro.


Lei si ama o si odia?

Non capisco bene questa domanda. C’è una canzone in cui Paolo Conte dice: nessuno mi ama come mi amo io, nessuno mi odia come mi odio io. Diciamo che per me è vera solo la seconda parte.


Di cosa parla il suo ultimo libro?

Parlo del mio paese, questo sì amato e odiato. Ormai ci vivo da cinquant’anni, una fedeltà al paese e al suo paesaggio più che agli abitanti. Ultimamente il mio lavoro di  paesologo mi porta spesso in giro per l’Italia, ma torno sempre qui, nel paese della cicuta, torno su questa altura del Formicoso che sta in mezzo a tre regioni senza somigliare a nessuna. Più che alla Campania, per esempio, la mia terra mi fa pensare all’Armenia.


Cosa recita la quarta di copertina?

Recita proprio una favola armena.


Qualcosa da dire e che non ha mai detto nella vita?

In genere scrivo proprio per dire quello che ancora non ho mai detto.


Cosa pensa dell'intolleranza che investe il nostro Paese?

L’intolleranza non è solo verso gli stranieri. Viviamo in un clima di autismo corale, c’è poca clemenza in giro. L’altro è quasi sempre visto come un impaccio più che come un’opportunità.


Lei ha ricevuto moltissimo dalla scrittura?

Negli ultimi anni, specialmente per la scrittura in prosa, sto avendo belle soddisfazioni. Comunque quando si scrive per necessità non c’è nessuna gratificazione che ci appaghi veramente, si continua a scrivere, si continua a cercare.


Cosa vorrebbe ancora?

Vorrei essere un poco più paziente e un poco più capace di accogliere le attenzioni che da più parti mi giungono. Vorrei che i miei figli non vedessero la scuola come un fastidio. Vorrei che gli irpini frequentassero di più il blog della Comunità Provvisoria. Vorrei che Avellino fosse il capoluogo dei paesi e non una città che ha voltato le spalle ai suoi paesi. Vorrei che i giovani salutassero gli anziani. Vorrei che i medici trattassero con più dolcezza i loro pazienti. Vorrei essere sempre più uno scrittore comunitario e che la paesologia diventasse un patrimonio collettivo. Mi fermo qui, la lista dei vorrei potrebbe continuare all’infinito.


In Irpinia cosa c'è di speciale secondo Lei?

Ci sono tante Irpinie, assai diverse tra loro. Direi che la cosa speciale sono i paesaggi. Sono ancora pochi gli irpini che sentono la bellezza di questa terra. Purtroppo tra quelli che la sentono meno sono proprio i sindaci. Prevale ancora in molti di loro solo un assunto di questo tipo: piccolo paese, piccola vita. E invece bisogna convincersi che questa è una grande terra che può avere un grande futuro. È proprio questo il lavoro che andiamo svolgendo con la Comunità Provvisoria e col progetto di Cairano 7x. È tempo che gli irpini smettano di sentirsi isolati nei loro paesi e diventino abitanti di un solo grande paese che va da Senerchia a Montaguto, da Lauro a Monteverde.
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