CANZONI E PENSIERI







Canzone civile per Peppino Impastato

Non passeranno treni stanotte
A coprire il mio sangue sui binari
Madre, mi piacevano i treni per viaggiare
Per andare lontano con la mente lontano

Sento buio e freddo qui da solo
Ma non sento e non vedo nel nulla
Ricordo però, ricordo tutto di me
Della vita caduta, della voce rubata

Madre lo sai, mi piaceva la vita
Le onde del mare in inverno
E l’odore salmastro nel naso
E la pelle tirata dal sale, dal sale

Mi piaceva la terra arida e spoglia
E l’arbusto che cresce comunque
E la foglia che promette quel fiore
Che le mie mani non ti hanno portato

Saluta il padre e il fratello
Saluta gli amici più cari
Per tutti un sorriso una voce
La carezza che cura e consola

So di chiederti tanto madre mia
Ancor più dell’amore che hai dato
Coi silenzi chiusi e tenaci
Non capivi eppure accettavi

Questa gente che rimane sola
Non cacciarla per odio o rancore
Verranno a baciarti la mano
Non ritrarti per paura o dolore

Ricorda di me la lieve risata
Le parole gettate nel vento
Gli occhi larghi la corsa le mani
I gesti antichi da me tanto amati

Ora vado madre mia non temere
Non affido l’anima a dio per domani
Non l’affido al partito o al demonio
Ma a te madre mia, solo a te, capirai



Disincanto
(per sopravvivere)

ognuno ci è estraneo
è un’angoscia del pensiero
a suggerire l’alterità
irriducibile all’io solo
non è filosofia, è vita
perché se ti dormo accanto
mi sveglio e non ti conosco?
I nostri corpi si mischiano
ho la tua saliva e il resto
gli occhi si guardano, dicono
insistono, trovano ma
perché c’è un te in te
che non è né sarà mai me?


Ricordare, ricordare

E non ricordo più cosa ho scordato
Senza neanche la fatica di dimenticare
È andato via quel pensiero così caro
Volato via come finisce una malattia

Come scompare una ruga quando
La notte sogni di tornare bambino
E ti senti leggero e incosciente
Leggero e incosciente, leggero

Adesso ogni tanto qualcosa ritorna
una vertigine di smemoratezza
il sapere di non sapere più
l’affetto per un dolore che non c’e

passerà il tempo e forse svanirà
questo sentirsi orfano di una ferita
il girarsi come se qualcuno per strada
ti chiamasse, una voce alle spalle

tu ti giri e sorridi nel vento zitto
e poi continui, la strada che va
e un altro giorno è passato piano
un giorno normale, una vita normale


Estate

Nell’aria calante e distesa
Agosto finisce in un pranzo
Dalla terrazza il mare
Nell’ora del riverbero acceso
Infinite schegge d’oro bianco
Barche vicine e lontane
Bambini urlano in spiaggia
Gli uomini sudano, le mogli
Vorrei toccarle con pigrizia
Si compie l’egoismo sensuale
Della involontaria, ironica
Solitudine dello scapolo


Il Barbone

Vivo sul ciglio negletto del mondo
Al confine invisibile che presidio di giorno
Da un lato i passanti dall’altro i cassoni
Vivo tendendo la mano nel fondo

Vivo nel neon delle stazioni
Non treni da prendere né da salutare
Sotto il cartone metropolitano
Vivo le notti senza finzioni

Vivo le rughe con distrazione
I sandali sporchi ed i pantaloni
Bucati di soldi abbandonati
Vivo ridendo come un aquilone

Sono la macchia del marciapiede
La crosta di pane sopra il tappeto
Il resto lo scarto il ferro buttato
L’anima sporca di un sogno mancato

Sono la crepa che segna la diga
La rotella mancante dell’ingranaggio
Sono il rovescio della pagina bianca
Il giocoliere di una civiltà stanca

Vivo di cicche e di rosso in cartone
Giocando a scacchi con il mio cane
Conosco la mossa del Dio buffone
Vivo di freddo e disattenzione

Vivo l’oblio di un tempo migliore
Di sentieri persi e strade sbagliate
Di anni lontani e carte truccate
Vivo il silenzio del male minore

Vivo per voi pubblico pulito
Perbene distratto fugace e smarrito
Sono la zecca che punge seccante
L’imbarazzo che passa, dopo un solo istante


Pasquilio

Foschia immobile
Il bosco scricchiola
Impercettibile
La minima spia rossa
Della sigaretta
Distoglie gl’occhi
Dal bianco impalpabile
Dell’aria, dal verde
Scuro dei pini


L’incidenza dell’orrore

Abbracciami
Riscaldami
Illumina
Se puoi

L’incidenza dell’orrore
Nella macabra risata
Del bravo presentatore
Della vittima predestinata

L’incidenza dell’orrore
Contro ogni assicurazione
Nel destino per errore
Nella mano del padrone

L’incidenza dell’orrore
Nella voce senza parole
Nei corpi senza candore
Con le luci senza sole

Proteggere
Comprendere
Per sempre
Lo vorrei


Nonna Agatina

Con cocciutaggine infantile
Volevi festeggiare il natale
La dolcezza della costrizione
Faceva sorridere di te noi che
Misuravamo sui tuoi passi lenti
Lo scorrere del nostro tempo
Nell’ovatta dell’età bianca
Di quaranta, venti o cinque
Anni cosa vuoi che importi
Il tuo bastone precedeva
L’ironia apprensiva nel
Brillare dei tuoi occhi
Dietro le lenti signorili
E il corpo ridotto a scrigno
Buon natale nonna


Lampedusa

Con una moneta vera
Abbiamo pagato
Una parola falsa
Con gli occhi asciutti
E in tasca il deserto
Siamo partiti ieri
Sperando il domani
I volti scolpiti
Di ebano triste
Le mani nude
Le vene ferme

In questo mare madre
Come salvare l’acqua dal sale?
Come distinguere il bene dal male?
Chi maledire e chi perdonare?

In questo mare madre
Ora beviamo l’acqua di sale
Non distinguiamo il cielo dal mare
Dentro il dolore ad annegare

La terra ci copre
dura e lontana
l’isola al sole
ci offre una croce
ci toglie il nome
senza preghiere
ci impone un dio
che non conosciamo
a noi che vi amiamo
a noi che vi odiamo


Se tutto passa

Se tutto passa o qualcosa rimane
A lume spento continuo a chiedere
Quando le gambe sentono il riposo
E il cuscino ha l’odore della calma

Dentro nel buio cresce la domanda
La voce dei rimorsi, quella dei rimpianti
L’io che già c’era e ora non c’è più
Quante persone mi muoiono dentro

Tutti i pensieri perduti nel tempo
Come capelli ossidati e caduti
Sguardi non colti e svaniti
Giorni su giorni coltivati a oblio
 

Lo santo patrono

Intorno ai ceri delle cosche
Ronzano ebbre e pie mosche
Di ori e argenti trasuda il santo
Lungo la strada di vino e canto

Urla di bestie e viva maria
Per il perdono larga la via
talare e mitria, fumi d’incenso
spari per aria dal mare denso

vesti di fiori poppe e creature
bocche sdentate, crepe nei muri
torrone e zucchero sniffato
nella calura senza più fiato

milza di bue trippe di porco
a sfrigolare per mano d’orco
in canottiera e croce di panza
sono i maschi di vera sostanza

Ecce Agnus Dei, ecce Qui tollis peccata mundi
Lava signore le nostre colpe passate e future
Proteggi le nostre case dalle mille sventure
Non lasciarci soli con le nostre paure

Scema la folla, sgonfia la bolgia
Con la frescura si placa l’orgia
Con gli ultimi botti della mattanza
Chiude la festa, scema la piazza 

cala la sera dal cielo ambrato
scende la pace di chi è salvato
seduto solo davanti al mare
sorride piano, continua a fumare


Malinconica in 3/4

Estate che m’incolla
Come serra che non culla
e dopo tutto questo tempo 
chi mi scrolla non c’è più

Ambascia che non lascia
Nella notte già posticcia
Ed il mio letto 
È una ganascia in fondo al blu

Ritorno di un eterno
Stanco e uguale gioco al-terno
Riflusso senza lusso
che allontana la mia età

minaccia che non morde
come sonno che confonde
il tempo è andato
e non ritornerà mai più

sento l’anima come una giostra rotta ormai
questo odor di gelsomino non risana più
vedo luci colorate giù in città
detesto il mondo e la felicità

è vero non è molto
quel che ho dato quel che ho tolto
ma il regno astratto
e matematico non so cos’è

di colpe ne ho commesse
poche molte un po’ le stesse
ma il senso del rimorso
l’ho seppellito già

e allora vado avanti
nonostante gli occhi stanchi
ho deciso che reagisco
la commedia la finisco

e scrivo la mia parte
con l’ipocrisia dell’arte
e per non sfiguare
mi riservo il gran finale

resto nel mio letto sono desto più che mai
come gufo sbatto gli occhi forte e poi
sento vive le mie vene dentro me
è l’alba e voglio vivere anche se….


Un annuncio mortuario

Un annuncio mortuario
Con catastale geometria
In bianco e in nero
Concedeva il professore
A un ultimo sguardo
Burocratico della gente
Tre giorni dopo
Con meccanico dispetto
Gli si sovrapponeva
Un impiegato di banca
Contabilità d’anime
Affissa al muro


O’ pugile

La faccia scolpita dai pugni presi
È una roccia scavata dall’acqua e dal vento
Le sue mani piccole e dure
Hanno colpito la sfortuna d’essere nato

Nei suoi occhi di terra
C’è la polvere di antiche civiltà meticcie
La paura esorcizzata da stregone
Proletario ritorna sempre e se ne va

La sua pesantezza di bisonte
Svanisce nella danza libellula sul ring
Il “fuori i secondi” è la sua trance
E allora morde colpendo l’amaro mondo

Non sa scrivere il suo nome
I banchi di scuola erano troppo stretti
Per la sua faccia povera
Ma i compagni non ridevano mai

Solo “Tomaia” lo capiva e guidava
Il vecchio ciabattino allenatore di mani
Col suo volto storto e triste
Di caffè, nicotina e delusione infinita

Quando è tornato con la medaglia
al paese c’era la banda nella piazza e il prete
e ancora bambini scalzi
e donne in nero come vele greche del non ritorno

a un certo punto ha sorriso
un raggio di sole obliquo, minimo e scarno
ha colpito il suo volto
e una lacrima è scesa: l’unico pugno felice


Sonetàula

Gli uomini si riconoscono dalla risata Zuà
L’ho imparato in miniera coi polmoni sporchi
L’ingegnere sorrise grasso quando dissi
Che lo sputo sapeva di rosso e nero

Meglio le pecore e la fame Zuà
E il vino forte per non pensare
E le notti al freddo di stelle dure
Con il mare lontano giù in fondo

Sonetàula volto di randagio
Col coltello pronto e la paura
Nascosta nel dolore rappreso
Sonetàula ferito e braccato
Dallo stato nemico di sempre
Solo fugge col fucile in mano

Tuo padre mandato al confino
Tua madre muta davanti al fuoco
E Maddalena che hai amato con rabbia
Senza riuscire mai neanche a sfiorarla

Non hai visto la vita Zuà
Il continente e l’America lontana
La violenza ti ha reso adulto
Ti ha negato di vivere a lungo

Sonetàula occhi di brace
Coi capelli duri di pece
E le braccia secche di legno
Sonetàula contro la giustizia
Che ti insegue perché sei nato
Nel tempo e nel luogo sbagliato


Stalingrado

Le mani, generale, e i piedi
Diventano grumi neri
Dentro le trincee di fango
Rigano di sangue il bianco
Della neve infinita e sola
A stento stringo la penna
Per scrivere a mia moglie
Sono un soldato, generale
Ho creduto alle parole
Del nostro grande Führer
Con tanti altri, ho ascoltato
Ein Volk, ein Reich, ein Führer
Perché ora cerco Dio?
Perché penso a mia madre?
È grave mio generale?
Vorrei solo tornare bambino
Perdermi di nuovo tra i campi
Sentire l’odore del fieno
Vedere la luce del tramonto
Rientrare a casa, stanco e felice
Non sono un bravo soldato
Non voglio morire generale
Se potessi scapperei, lo so
Verso i campi lontani
A giocare per sempre



«Mi piaceva la terra arida e spoglia / E l’arbusto che cresce comunque»;
«La faccia scolpita dai pugni presi/ È una roccia scavata dall’acqua e dal vento»: i versi di Carmelo Calabrò sono pervasi da una nostalgia attiva che non si “riposa” sull'idillio, né si rifugia nel privato, ma ha un profondo legame con la realtà, con la storia di ciascuno di noi, da cui l'alienazione omologante ci vorrebbe “astrarre” («ognuno ci è estraneo / è un’angoscia del pensiero»), ma il poeta (filosofo) sa riconoscere il tu, sa che non potrai mai assimilarlo, ma che gli è necessario per definirsi. La lingua è fluida eppure si increspa in domande inquietanti, a tratti leopardiane o esistenziali, e sa descrivere immagini intense e belle in cui ci è facile (magari doloroso) immergerci: «tu ti giri e sorridi nel vento zitto»; «In questo mare madre / Come salvare l’acqua dal sale?»



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