Strade di Ivano Mugnaini


raccolta di poesie di Ivano Mugnaini

Via delle Sezioni, 4348 – 55040 Corsanico (LU)
E-mail: ivmugnaini@libero.it


I versi di Ivano Mugnaini hanno un ritmo lungo caratterizzato da scelte lessicali sobrie e precise, fanno un uso interessante degli enjambements, lasciano il ricordo di scene vivide e plastiche nella loro verità quotidiana che sfonda la pareti categoriche del quieto buon senso e ne indaga l'assurdo che la rende sorprendente (dunque materia per la poesia): “e ride l’operaio del cantiere stradale guardandoti / blaterare tra i denti frasi che si schiantano / sui finestrini. Ride, lui che sa, conosce la consistenza / del bitume, sonda l’amalgama con i piedi”; “sarebbe tempo di scrivere solo del tempo,/ come un naufrago che si innamora / dell'acqua che lo strangola e si abbandona”; “È cosa da poco, in fondo, la morte, banale, / veniale o giù di lì, di sicuro scontata” … (AR)


Strade

Come se si potesse scarnificare la parola,
irriderla, violentarla e lasciarla lì, occhi
gelidi, incolume, feroce, ancora serena.
Inebriarsene, sfregiarla di carezze di vetro,
senza pagare lo scotto, la ruga che scava
la pelle, lasciandola bella di bellezza ineffabile.
Passarle addosso il peso del corpo e lamiere
squadrate come si fa con l’asfalto, confidando
nella pazienza dell’eterno, l’immutabile.
Ma l’asfalto si squama, si sgretola.
La strada non è la stessa. Lacera, deborda
la rabbia dei pini, affiorano grida di radici.
Passi al mattino nell’abitacolo surriscaldato,
e ride l’operaio del cantiere stradale guardandoti
blaterare tra i denti frasi che si schiantano
sui finestrini. Ride, lui che sa, conosce la consistenza
del bitume, sonda l’amalgama con i piedi,
una danza imparata da bambino, gambe
salde tra i grumi e l’aria, cosparge
cantando la strada al giusto livello, la quantità
ideale. Ride, mentre il cervello si tritura, pasta
farinosa, impalpabile, e prosegui, lento, a un palmo
dalla striscia della mezzeria. Scruti il guard-rail
con la coda dell’occhio lasciando solo un esile
spiraglio al sogno, Il sorpasso, il mare verde
di Castiglioncello, l’urlo di un’onda fulminea,
sole, vivo, abbacinante, sulla strada salmastra
del tutto, del niente.


***

VLADIMIR: Questo ci ha fatto passare il tempo
ESTRAGON: Ma sarebbe passato in ogni caso
VLADIMIR: Sì, ma non così velocemente

(S. Beckett,
Aspettando Godot)


La speranza di settembre

Ora che sono finiti gli spunti antichi
e le idee adeguate annotate con cura
hanno ridisceso una per una scale di ferro
senza ringhiera, ora che perfino l'afa
lascia spazio alla coscienza della sera,
sarebbe tempo di scrivere solo del tempo,
come un naufrago che si innamora
dell'acqua che lo strangola e si abbandona
ad occhi aperti ad un infinito abbraccio.
Sarebbe tempo di percorrere le strade
dei perché lasciando a casa le borse
dei come, cercare una voce, una chiave
nelle ossa spezzate dei cani o nella carne
soffice di ghignanti puttane. Sarebbe tempo,
se il tempo non fosse fragile, imperfetto,
regolato da cronografi tarati male, ancora
soggetti a salti e arresti, orgogli e terrori,
costretti a fare algebra dell'aritmetica,
sbagliando i più elementari teoremi,
contenti, in fondo, di fallire gli schemi
essenziali, le basi, i calcoli, le proporzioni,
felici, nonostante tutto, di sprecare un'altra
estate fingendo di studiare, per poi tornare,
assetati, vibranti, al primo giorno di scuola,
immutabilmente, finché sussiste la speranza
di settembre.


***

Con sollievo

Sì, lasciamo che il testo
trovi la sua strada, l'oggetto, il messaggio.
Niente sarà sprecato, non un gesto,
un sorriso, uno slancio, un pensiero
dedicato a lei che, ferma di fronte
al portone serrato del sogno, ci dava
appuntamenti per il giorno sbagliato,
ridendo, giocando a scardinare il tempo
che giocava a dadi, distratto, muto.
Lasciamo che il verso trovi
per sé e per noi la sua strada, il suo senso.
Tutto, perfino il nulla, ha corpo nella parola,
e la sua assenza di sostanza è pietà,
misericordia nella tortura che ci consuma,
il “foco che ci affina”.
Forse, magari nel regno del sonno, quando
sarà pace il silenzio e prato il respiro,
ci sarà detto dove conduce il sentiero
e diverremo noi il cammino, saldo, sicuro,
ignaro di abissi di tornanti. Tutto avrà scopo,
ed ogni interrogativo irrisolto sarà arte
arcana di filosofia astratta e carnale, volto
incrociato lungo un viale straniero, quando
è già quasi sera, e, con sollievo, non si è certi
di distinguere buio e luce, falso e vero.


***

Non è più concesso

Non è più concesso, o almeno opportuno,
lasciare spazio al rimpianto. Visi che erano
sogno, brivido che squassava la schiena,
speranza, pazzia. È bene guardare, ora,
la foglia che cade sul tratto di via
che hai di fronte, prendere il sole che c’è,
amaro o scialbo, non importa.
Adesso c’è il vento che sposta la foglia
sfiorandoti i piedi. E conta soltanto vedere,
con gli occhi spalancati, se l’aria che la muove
è brezza lieve o fiato di treno marcio d’olio
e di distanza. Tonnellate di ferro corrono costanti,
e, nell’attimo in cui ti sembra di cogliere una mano,
uno sguardo dal finestrino, ti distrae il grigio
e il viola, la venatura quasi pulsante della tua foglia,
che appare anch’essa, per un istante, intrisa
della stessa lontananza.


***

Quale amnistia?

Quale amnistia? Per quali peccati mortali?
È cosa da poco, in fondo, la morte, banale,
veniale o giù di lì, di sicuro scontata,
garantita come una sentenza, o un elettrodomestico
Philips con controllo illimitato di qualità.
Perché tarda allora l’indulto al vizio comico
del vivere? Qualcuno lo disse “assurdo”,
questo abuso, tale misera esuberanza, ma
fu solo mirabile tautologia.
Almeno allora uno sconto di pena alla pena
dell’essere, una via di fuga, d’ingresso, d’uscita,
il lusso di un carcere aperto alla speranza
della redenzione, il crimine antico di ritrovarsi
colti clamorosamente sul fatto, nel sacco entrambe
le mani, in piena flagranza di reato, nell’atto doloso,
e recidivo, di essere ancora vivi, ancora umani.


***

Eravamo proprio noi

Non sarà certo il chiarore di un vermentino
a salvarmi stasera in questa bettola di lusso
di La Spezia, anticamera ironica del nulla, risate
e focacce quasi tiepide, e tu, la pelle delle mani,
gioco pigro dei bracciali, oro puro che suona
come ottone. In questa trattoria, frastuono virtuale
di una stazione buia ormai, siamo fuggiti per gettarci,
lepri cieche, l’uno nelle braccia dell’altra,
entrambi sorridendo, davanti al mirino millimetrato.
Non sarà certo il tuo vinello frizzante dal costo
di diamante sudafricano, né la tua voce liscia, brillante,
accesa di verve fresca di bollicine, a salvarmi dal conto,
dal bilancio, addizione puntuale del dare e dell’avere,
coperto e servizio compreso, la mancia proporzionale,
si vous voulez, al vostro buon cuore.
Non sarà il tuo occhio per nulla azzurro, né il tuo capello
biondo pseudonaturale, e neppure il racconto di fiaba
senza alcun possibile verdiano brindisi trionfale.
Eppure, bevi amore, accosta labbra rosse di vita al vetro
avido! È ancora sera, è ancora presto, la cameriera
ha sempre voglia di scherzare, bevi amore, e parlami
di sogni che senza te non so versare né stillare. Bevi,
non importa quanto, non importa come pagheremo.
C’è ancora il buio, spreme mosto denso,
profumato. Domani al mattino risaliremo lenti verso
la stazione, lo sguardo a terra, ebbro quanto basta
per credere che ieri sera quelli seduti a sfiorarsi
gli occhi e le mani sopra il cristallo
lucido e sottile dei bicchieri,
eravamo proprio noi.


***

Sandokan

Abbiamo rivisto insieme, tu ed io,
passato a tarda ora, su una rete infima,
minore, “Sandokan”, lo sceneggiato
a colori di una gioventù ruggente.
Abbiamo provato di nuovo a sognare
album di figurine da riempire
a poco a poco a scuola, durante le lezioni,
lasciando una sola casella vuota, quella
che manca, per fortuna, la Perla di Labuan,
da cercare domani, sperando
di non trovarla mai.
Ora però, neppure gli occhi della Tigre
cerchiati di kajal, sanno più ipnotizzare,
è sbiadito il rosso del sole, l’India domestica,
chiosco abusivo di Cinecittà, sa di zucchero
caramellato andato a male.
Passa adesso, eterna, inesorabile, solo
la réclame. La segue e la incalza una canzone
anni settanta; “la piazzetta del mercato è ancora
là”, sì, ma il sorriso da contratto del cantante
biondo tinto somiglia troppo, ora, a un ghigno;
o forse a un pianto.



Ivano Mugnaini è nato a Viareggio; si è laureato in Lettere con una tesi sul teatro rinascimentale europeo. È autore di testi di prosa, poesia e saggistica; di recensioni per volumi di narrativa, poesia ed arte per alcune riviste nazionali. È socio e collaboratore del Gruppo Internazionale di Lettura di Pisa. Collabora, come autore di testi, con alcune associazioni culturali, tra cui Il Teatro di Campana di Pontedera. Nel corso delle ultime stagioni sono stati realizzati spettacoli di prosa e recitazioni di poesie, così come perfomances a tema dedicate ad artisti e letterati, tra cui Van Gogh, Rimbaud, Verlaine, Campana ed altri. Ha presentato suoi testi, prose e liriche, all’interno di manifestazioni e rassegne artistico-letterarie nazionali tra cui “Versinguerra” e “Bunker Poetico”, all’interno della Biennale d’Arte di Venezia. Il suo racconto dal titolo Desaparecidos è stato pubblicato da Marsilio. Ha pubblicato inoltre la raccolta di racconti La casa gialla, i romanzi Il miele dei servi e Limbo minore (Piero Manni, Lecce), la silloge dal titolo Controtempo e la raccolta di poesie Inadeguato all’eterno, Pisa, Felici editore, 2008. Dirige la collana di narrativa della casa editrice Puntoacapo.
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