“Nulla è soffice più che la luna“ di Roberto Batisti

Mi pare che questi versi di Roberto Batisti siano carichi di una denuncia della realtà che sa arrivare dove fa male, ma con un linguaggio apparentemente distaccato, a tratti quasi giocoso e da presa in giro, spesso fantasmagorico e rutilante (ma senza eccessi, quasi in sordina) e – come nota di fondo, appunto – nostalgico. Si potrebbe definire, forse, il Nostro un poeta neoelogiaco. Il lessico scientifico e contemporaneo è scelto con sapienza ed essenzialità ma non mancano tracce di latino (con una interessante strategia del contrasto) e di altre lingue, il timbro malinconico è mascherato da una serie di metafore riuscite e originali, il metro è ovviamente libero anche se non è raro l'endecassillabo (“nel confondersi atroce del fogliame”; “bianchi nembi di raggelati pixel”; “nelle sabbie e nelle isoipse nere”…), il ritmo sa creare pause che alimentano l'attesa. (ar)


hai venduto le feste del mio sangue
ai silenzi dei cani sotto i tavoli
dei bar più grigi
ai rilegatori di sorrisi che abitano
nel confondersi atroce del fogliame
a giugno

uccidimi un po’ meglio l’altra volta
i miei pezzi salutali per posta
sepolti in una busta



Anche i robot piangono

gli androidi son tristi poëtae novelli, accaniti
su tronchi tracagnotti di chitarre,
han negli occhi gli sfasci fragorosi
di bracci e fronde intere di galassie

nelle sale d’aspetto i robot piangono,
nei bar delle stazione, nelle cucine, nelle novembrine
panetterie cyborg piangono in fila, sbuffando
bianchi nembi di raggelati pixel


***


gengive di scimmia, paonazze,
e barlumi di storia
brillano come tozze candele votive
in fondo agli occhi dell’orangutan

il cucchiaio che soppesa la minestra
non esclude di avere a che fare
col venerabile brodo primordiale

sopra i tetti, in attesa
dell’invenzione dei pipistrelli,
incrociano rauchi pterodattili
sfracellandosi fra pale di elicotteri



Nei tuoi occhi

c’è il Sacro Romano Impero
e i fiori delle Svalbard

i polsi accesi di rosa
dei pianisti in alberghi tropicali
la pioggia agli scali ferroviari

e l’oscillare delle lampade
nella notte di Betlemme

ci sono nei tuoi gli infiniti
annientarsi di regni catafratti
nelle sabbie e nelle isoipse nere

le mandorle e lo zenzero di Malta

e suicidi per amor folle a Rostov
– cartoline appoggiate sulle stufe –
le piume e il lampo dolce del salnitro



Mangiami il cuore

a sinistra, l’Ecclesia ex gentibus
indossa un tailleur di sabbie scandinave
e gracili esilii di lampade

a destra, l’Ecclesia ex circumcisione
indossa due occhi come palle da tennis
e un paio di cesoie su seta e argento lustro

al centro da una scala ripiegabile di nubi
scende l’Uomo Del Monte che ha detto
“luce sia”

in basso si agita catrame una folla di Nubia
a destra c’è il soundcheck del Pop Group

secondo Efrem di Edessa, nel giorno del Giudizio
il trono gemmato sarà riportato nella Gerusalemme terrena


***


nulla è soffice più che la luna
pensavo reclinato alla parete
di piastrelle verdeporro,
e se le maree dell’emisfero cavo
o le lunghe risacche che intridono
i lidi di pietrisco e calda cenere
risalgano roventi o raggelate
per i tubi sudati della doccia

così il sangue che beccheggia
dentro i muscoli, ambisce a rovesciarsi
in un’idea di letto: il sangue
che aduni alla bocca stasera
ha imparato a ululare alle stelle
quand’era nudo in un bosco di aromi


***


dal Fayyûm a oggi un solo baglior d’occhi
dai fanghi del primo evo al brulicare
di consonanti in gola ai minnesìngheri

dai coloni calcidesi ai granchi rossi
che invadono una spiaggia d’Indonesia,
questa prova d’orchestra che non finisce

finché non sdegneranno di cantare
iddii camusi nei soffitti cavi,

finché un imperatore in Roma appanni
i vetri col suo fiato



***


l’imperatore affonda risucchiato
da una pozza di catrame sumero
e con il suo corteggio varca obliquo
l’uscio della storia

al campo si scalda la pentola
per bollire le ossa
si legano barche per passare il fiume

le frontiere scarlatte s’infettano,
tracimano oltre le giogaie azzurre

soldataglie in braghe e parasole




Roberto Batisti è nato a Bologna nel 1985, studia filologia classica nella sua città. Le sue poesie sono uscite su riviste come Popcorner e Loopanare. Ai concorsi letterari ama soprattutto i terzi posti: ad es., Elena Violandi Landi 2005, Certamen AlmaPoetry 2008. Sta attualmente preparando l’esordio del suo (per ora unico) eteronimo e l’opera collettiva Poissons Pneumatiques; al termine di tutto ciò, fra un reading e l’altro, penserà forse a mettere insieme un libro.

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