mercoledì 17 ottobre 2007

Tutto è sguardo (Riccardo Burgazzi)

«L’ultima volontà ignora il veleno dello scorpione: / attraverso questo cono tutto si stringe nel grigio; verso il punto forse luce.»
Mi pare che questo giovanissimo autore – che credo si esponga per la prima volta nel web – abbia una buona capacità di rendere visivamente e in modo non banale il proprio rapporto con la realtà e con gli altri. C’è qualche eco di buone letture con conseguenti stilemi "poetici" e a volte un uso insistito delle allitterazioni («Pietre roventi scrocchiano a mezzogiorno») e qualche ridondanza, ma Riccardo è sulla buona strada per trovare una sua epressione poetica che, come nei versi seguenti, sa colpirci e soprenderci con una certa naturale eleganza: «La via per fermare il tempo / comincia negli occhi. Tutto è sguardo»; «Il tempo, qui, da sempre, scorre piano: / a motore spento»; «il sudore è l’umido di pareti di prigione / non è una fuga: quel mare / scavalca l’orizzonte a perdifiato. / E ci guarda.»

Nomina nuda

Puoi fissare, certi giorni d’inverno,
tra le dita inerti della quercia,
il sole: ogni immagine, in un momento
di attenzione, è segno dell’esistere
malgrado la nebbia.

Specchio del vento in queste ore,
l’incertezza di orientare i flash
colorati che sfumano nel nero, chiusi gli occhi.
Immagini: agire senza domande;
e il nulla ingoia ogni slancio.

Galleggia la barca al molo,
segna i minuti tra desiderio e delusione;
è legno impregnato di sale
mentre a noi resta un anelito di
luce riflessa, osservando uno stormo che sa dove andare.

Tutto questo – so, credo e spero –
non marcirà in etichette vuote
tratte a manciate dalle tasche;
ma ogni parola mi sembra sempre di più
fossile di ere perdute.



Fumo negli occhi


Segui
il rigagnolo d’incenso:
danza scoordinata tra vetro e legno,
un fantasma attorno alle dita.
Avvolge. Indifferente.

Spronati da una volontà sorda,
la corsa di un fiume ogni giorno,
verso un fine che non è chiaro; non
possiamo vedere; non
ci interessa.

Quando la notte nel camino
raffredda gli ultimi carboni,
torna la paura di un portaordini
in bicicletta tra le trincee:
“Ricu, va piàn che te scarlighet”.

Marcia lento nella nebbia il fiato
sale nel freddo senza disegno,
illuminato da un faro di strada,
ha corona di foglie d’autunno;
in questa stanza resta eterno il profumo d’incenso.


Come il fumo si arrampica inesorabile /
così la massa ogni giorno si mobilita e stenta a pensare /
ma la sera verrà un brivido di consapevolezza: /
bisogna cercare salvezza contro il buio eterno.



Snodando il punto offuscato


L’ultima volontà ignora il veleno dello scorpione:
attraverso questo cono tutto si stringe nel grigio;
verso il punto forse luce.
Avanza, barcolla, sale la duna;
sabbia graffiata da una battaglia muta.

Grida e urla si incatenano a un silenzio
con occhi e pugni serrati,
che scuote la testa mordendosi le labbra:
fragile, come il suo riflesso di ninfea fluttuante,
si intuisce il confine e resta lontano.

Vagando vuoto, abisso attorno un’anima nuda,
che suda e piange ma sputa agli affanni.
Le tracce aumentano: sbroglia quel nodo!
Io posso vedere il mare informe e confuso.
Senza occhiali.

Lucerne del corpo fisse alla cima,
il sudore è l’umido di pareti di prigione
non è una fuga: quel mare
scavalca l’orizzonte a perdifiato.
E ci guarda.

Le difficoltà non impediranno di scalare la parete più invalicabile; /
è una lotta continua: per utopia, per fede /
e si soffre e si spera e si soffre, fin quando non si intravede l’orizzonte: /
lo si fissa, ci si immerge e sarà lui a salvarci, affogandoci finalmente sereni.



Rocca sul mare

Pietre roventi scrocchiano a mezzogiorno
sotto i passi del cavaliere:
nulla rimane dopo il saccheggio.
Pietre inumidite dalla lingua delle capre
per le briciole volate
da una tovaglia scossa.

Dall’alto di questa rupe
vedo gli scogli; tu sai
da quanto il mare vi si scroscia?
Una lucertola raccoglie quel sole,
che annusava il respiro del vulcano
prima che le clave battessero le rocce.

Riprodurre la rete che intreccia
questi angoli, questi animali…
Quale particolare ignorerebbe il pennello?
Cerco qualche nodo per non sentirmi estraneo,
per legarmi al filo che intravediamo
tracciato in un silenzio eterno.



Il falco di fine agosto a 3000 metri

(un rifugio sopra Alagna)

Tremila metri, roteando lento,
mirando alto un punto lontano,
le braccia guidate dal vento.
Il tempo, qui, da sempre, scorre piano:
a motore spento,
danzando nell’aria come un deltaplano
guarda al silenzio su mille rupi e altre cento;
sole riflesso su pietre e neve, lo accarezza con mano.

Respiriamo. Le punte frastagliano a tondo,
seguendole ci perdiamo, immenso attorno;
nessuna paura di sentirci esclusi dal contorno,
non desideriamo aspettare la sera:
ormai dentro una voglia di andare.
Sostare senza fermarsi… la via per volare.


Carpe

Si fissano nel silenzio.
La scenografia diventa superflua,
a uno a uno si spengono i riflessi.
La via per fermare il tempo
comincia negli occhi. Tutto è sguardo:
umido sorriso tremante.
La speranza rallenta i respiri,
le fronti accennano un desiderio.
Qualcosa monta dentro, arriva in gola:
dal petto il bisogno di riguardarsi.
Tentativo per vedere il cielo e possederlo.
Sguardo
per un’immagine nel cristallo.


Waiting for…

Ero solo. Freddo;
su un ponte. Neve.
La sagoma sfumava
con le nuvole e, sotto, il torrente;
guardavo intorno:
l’acqua cadeva,
le stelle, cento e cento,
sole.
Buio. E un campanile svettava.

Dove i sorrisi?
Vieni, aspetto, vieni;
ma spero poco.

Poi la campana coprì i miei passi,
soli.




Riccardo Burgazzi è nato a Milano il 13/02/88, ha frequentato il liceo scientifico ed è attualmente iscritto alla facoltà di Lettere Moderne all’Università Statale di Milano. La sua prova di italiano gareggia in un concorso letterario per il miglior tema di maturità 2007. La sua produzione poetica è iniziata di recente.

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