IL FILO D’ARIANNA (Gabriella Bianchi)


AREA DI SOSTA

Del viaggio preferisco le soste
anche nelle aree di parcheggio
dove i pioppi tremuli
segnano il confine tra l’autostrada
e l’antico.
Qui sopravvivo e studio
(tra odor di toast e benzina verde )
il cammino dei poeti
che vanno verso un dove
senza stancarsi.
Qui non è più città
né informe periferia,
qui si può uccidere e scappare
sotto occhi distratti,
qui il sesso è facile e veloce
dietro un autotreno
sotto gli occhi dei pioppi tremuli
e dei bambini sperduti.
Forse qui si nasconde l’oltrevita
e la sua porta.


GIUGNO

Intorno a casa
profumo di pane e tigli
sazia la mente
con flash d’infanzia,
poi il vuoto a strapiombo
dell’estate
dei fiori carnali
gualciti come un letto
dopo l’amore.
Sanno di troppo vissuto
e consumato,
sanno di anticamera d’ospedale
spettrale e fragorosa
nella confusione e disordine
della vacanza obbligata.

Io sono come la gente di Spoon River:
vivo sotto la strada
in caverne e corridoi infiniti
ai piedi delle case
alle radici degli alberi
sotto il letto dei fiumi.
La poesia mi ha tolto la vita.


***



In questa età di frontiera
dove il sentire è una nebbia rarefatta
tra pochi alberi sopravvissuti al taglio
vivo in un sottobosco
di badanti rumene
d’infermieri e crocirosse
ipermercati e cimiteri
il verso e il recto della stessa
moneta da viaggio.



LA COMMEDIA UMANA

Al mattino mi avvio al lavoro
con l’utilitaria sempre più piccola
verso l’infinito dissolto
in milioni di schegge d’auto.
La nausea accelera il respiro.
In principio era la poesia
poi venne la prosa
e infine il nodo scorsoio
della cronaca
adulterata.

Il giorno torno a casa
pensando che i morti
sono i soli padroni del mondo.
Noi siamo inutili comparse
senza voce.
I potenti contano meno di tutti
anche se dormono in ville blindate
hanno l’aereo in garage
e lo yacht alla fonda

per dimenticare l’insieme
dei corpi celesti
in cui nuotiamo
il respiro della cosmogonia
lo scandalo del dolore
le scatole cinesi delle anticamere.

Senza tali strumenti
sfugge il vero meccanismo:
quello delle file di formiche
che camminano con la mollica in bocca
intorno ai piedi calzati Prada
degli onnipotenti di turno

anch’essi comparse fioche
nel turbine delle galassie.
In principio era il “padre”
e non c’erano madri
anche se siamo nati tutti
da sangue di donna

Oggi poco è cambiato dai primordi.
Per portare una mollica di pane
nella tana
impiego un giorno, e poi
si ricomincia con il sole.

Gli onnipotenti del passato
hanno tombe levigate
di marmo prezioso
vegliate da simulacri
di diavoli.

Noi abbiamo tane minuscole
e disadorne
sia in vita che in morte,
ma oltre l’ultima siepe
ci ritroviamo tutti al punto
di partenza
nudi e spauriti, e in lacrime.


***


poemetto di mezza vita


Poesia, non sei
in questo fuggire la gente,
adolescente
perversa fuga
in eremi d’ombra.
Non sei, poesia,
nel fuggevole amplesso
che scanso ogni sera
come aspra malattia.

Non ho voglia di leggere alcun libro,
solo lasciare che il male segreto
mi copra
di silenzio inaudito.

Contrarsi,
grumo d’umanità
rovente,
modulare il corpo avvezzo
al gelo lieve
e persistente dei giorni.

Cessare d’essere
figlia della pioggia
che si muove tra i richiami
di poesia, sempreverdi sul foglio.
Non dissetarsi più d’acqua lustrale
e seguire la scia dei tram che danzano
sotto le ciglia di colombi grigi.
Più duro del sasso è il reale,
e perverso nella luce diurna
accende neon di follia.
Fendere il sasso con mani
di luce strappata al cielo
dovrei,
riflesso di fuochi lontani.

Il delitto è abitare un corpo
e stare altrove,
perso il filo d’Arianna
nei corridoi della fuga
battuti dal grido rauco
di uccelli marini.
Nella carne affondano i morsi ferrigni
del dubbio d’ingannare
la morte o la vita.
Itaca è introvabile,
lontana da ogni dove.

Compagno il silenzio
frantumato dei meriggi,
specchio d’acqua
rotto da un sasso blasfemo
in cerchi senza fine.
Il corpo è ostacolo a progetti
di cammino.
Atomi di noia riserva la sera,
se il dolore tace.
Sciogliere l’impotenza, limare
la morsa dell’accidia
dovrei,
Dio nascosto da ignoti
parametri,
chiuso come un idolo di pietra
nel suo tempo.

Lasciare le ceneri
di pensieri in clausura,
il letto di sconfitta,
la stanza di cose remote
vegetate
nel silenzio orgoglioso
di ricerca
scheggiato
da isole notturne di paura.

Si apre, lavacro,
il giorno,
dischiusa la porta a vetri
sul prato stillante
di pioggia cessata.
Come araba fenice
rinasco
al richiamo dell’età giovane
ferita dai sensi.

Gelo lieve del lunedì
mela intatta da sgranare:
vola via la bianca veste
tiepida di notte
aquilone sfuggito alle dita.
Consumato il rito iniziatico,
ogni gesto è scontato.

Forzare la mano
al rapace
gioco del prendersi,
guerra d’astuzia amara
che soli lascia nella pioggia
stillante dei pensieri.

Con forbice d’urla,
il gatto graffia
lo specchio meridiano
di gennaio
a cogliere l’acuto piacere
della sua breve stagione.

Lontana
in giochi di fantasie
chiare come miti
e dolci come sirene
ho consumato anni
di spirito,
letargo di carne
non vissuta
recalcitrante
al rito del mattino.

Furtiva
una gioia di vivere
custodisco nel nido
di fibre segrete.
Strappi di vento
sferzano la composta
palinodia d’esistere.

Umbro clima
introverso
severo a tratti
quale chiesa del Duecento,
il desiderio che in me sale
in te si frange,
battito smorzato
nell’autunno
che di letargo ti copre.

Perugia può solo
nutrire di pioggia.
Ci sono giorni che vorrei
invecchiare
presso un mare
affondato nella luce antica
e nel perenne via vai di gente
ignota.

Raccogliere sabbia
di clessidre spezzate
da ultrasuoni.
Cercare
nel latte della sera
letargo ai desideri
mutati in sogni
dalla notte salmastra.

Affiorano
orizzonti di bonaccia trepida,
oltre il mattino.
Cerco una strada
nelle sinusoidi del tempo,
le mani tese di desiderio
a chiuderti nel mio cerchio.
Ma tutto resta
immobile,
e che infine si compiano
le scritture.


Inerme
senza maschera
incontrarti
con le labbra
nella sera chiusa
da mura brunite.
Respirare la vita
nella sera fresca
d’acacia.
Desiderio di cogliere
della conoscenza
la melagrana matura
nell’incenso
della sera.

(altre poesie con nota biografica di Gabriella Bianchi qui)
0