Il muscolo del duplice pensiero (di Fabrizio Centofanti)


polisindeto

i lampioni sono mare,
nella mente inumidita,
lampare di strada dove neri pescatori
si spiano nei gesti della notte.
la voce è sabbia. la consistenza inutile del vento
in una notte di false profezie
è pane diventato pioggia.
non c'è silenzio, ma un suono a intermittenza,
dolore afono
che raschia la gola del futuro.


cammeo

una strana bellezza t'incantò
madre della repressione e della cura,
nella dura nevrosi
dell'altezza: passò
logorata dai perché la follia
dell'amore, psicosi
della malattia, infervorata
contro lo sfottò della scelleratezza.
la gioia deviata della gelosia
ti attraversò, come una cupa angoscia
d'allegria e la magrezza
ti segnò la corsa: un canto,
per schivare la paura.


camaldoli

il tempo è lo specchio
del guardarsi dentro
il muscolo del duplice pensiero
della mente che crede, da un pavimento all'altro
al chiaroscuro del giovane e del vecchio
piegarsi, ritrovarsi
in un'unica illusione di vedersi fuori
e immaginarsi
lo spazio della sua concentrazione
lo strazio del volersi uniti
e inabissarsi
nel profondo del secchio,
intorpiditi.





links

non lesinò mai la solitudine
dell'estate invidiosa, la sua guerra
del mare con la morte, l'arte del passeggio
fra turisti in fuga e desideri inconsci
di riposi ventilati, effimera fatica
del ritrovarsi invasi da sudori d'attese
e camerieri del nulla, restaurati
per estasi coatte di pane e coperti.
il menu si profila tra ponte e nudità
fra il negozio e il fronte
di profondità mancate. a monte,
verità salvate, con nome.


è là

l'ansia è una finestra che tradisce,
un'abitudine, come stare all'erta
in una notte allegra, quando il caldo delle mani
sorride di livida indolenza.
arriva all'improvviso, decorata
con segni di tediosi testamenti, con chiavi,
che di volta in volta s'impregnano
di odori o di respiri.
sogni? qualcuno chiama ancora
dal ponte cancellato,
una voce,
che s'ignora.


Per il tono, l'asciuttezza e la capacità di indagare le cose dell'anima in relazione con gli eventi quotidiani, questi versi (che mi permetto di accostare, per una condivisa sensibilità, a quelli di Caterina Camporesi e Antonella Pizzo) si dipanano con una voce icastica, desertica (nel senso profetico e spirituale dell'aggettivo) e quindi mai inerte, neanche quando gioca sapientemente con il silenzio o manifesta tratti di apofasia: "lo strazio del volersi uniti / e inabissarsi / nel profondo del secchio".


Fabrizio Centofanti è laureato in Lettere moderne con una tesi su Italo Calvino. Sacerdote diocesano a Roma dal 1996, opera soprattutto nel campo della spiritualità e dell’approfondimento della Sacra Scrittura. Ha pubblicato un volume su Calvino (Una trascendenza mancata. Istituto Propaganda Libraria, 1993) e uno su Rebora (Il segreto del poeta. Clemente Rebora: la santità che compie il canto. L’immagine interiore dagli appunti sul messale, Milano, Istituto Propaganda Libraria, 1987, 8° br. pp. 123 con num. ill. f.t.) oltre a numerosi saggi e articoli di natura letteraria. Nel 2005 è uscito il volumetto Le parole della felicità (Laurus Robuffo). È inserito nel diario poetico Il segreto delle fragole 2007 edito dalla Lietocolle. È tra i fondatori della rivista L’Attenzione. Sue poesie sono presenti su Faranews, La costruzione del verso, Oltre il tempo, Imperfetta Ellisse, Liberinversi e Nazione Indiana - Presente sulla rivista arte incontro del mese di dicembre 2006 e sulla Stampa nella rubrica di poesia di M. Cucchi.
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