Oltre l’ermetismo (di Luigi Metropoli)


Zanzotto appartiene, secondo Mengaldo, «a un filone orfico-sapienziale e attraverso la poesia intende affermare niente di meno che una verità in qualche modo trascendente». [1]
Il nesso tra i primi lavori di Zanzotto e le successive acquisizioni stilistiche e formali è da ricercare nel sostrato ermetico che, stando a Mengaldo, è stato riformulato e «investito della curiosità gnoseologica» [2] del poeta. Il percorso dell’autore solighese non presenta, pertanto, una frattura improvvisa e inaspettata all’altezza di IX Ecloghe, ma si dipana come un continuum, tenuto insieme dall’orfismo mai completamente sopito.
La lettura proposta da Mengaldo sottolinea lo stretto rapporto che intercorre tra il modo di intendere e di fare poesia di Zanzotto e la matrice ermetica delle raccolte successive a Vocativo. Se, da un lato, questa lettura è riduttiva della singolare evoluzione stilistica del poeta veneto, dall’altro ne sottolinea la coerenza.
È innegabile che il cammino di Zanzotto abbia subito una svolta, deviando verso soluzioni «avanguardistiche e informali». [3] Ciononostante il poeta veneto non ha perduto le proprie radici liriche e continua ad attribuire alla poesia il potere di far emergere la verità. Per Zanzotto la poesia reca in sé qualche velata traccia dell’origine, è sempre in stretto contatto con il limite, evoca sempre qualcosa che va ‘al di là’.

La poesia per me continua ad essere globale, totale, e quindi si può dire metafisica, in quanto urta sempre contro il limite. [4]

Questa dichiarazione rimanda, per affinità, a Montale:

Tutta l’arte che non rinunzia alla ragione, ma nasce dal cozzo della ragione con qualcosa che non è ragione, può anche dirsi metafisica. […] (Meglio che di poesia metafisica potrebbe parlarsi – per una parte della poesia moderna – di una poesia che trova in se stessa la sua materia). [5]

L’orfismo di cui parla Mengaldo non va inteso come un adagiarsi sulla parola ‘innamorata’, ma come un tentativo di sondare il margine della realtà fisica per approdare ad una realtà altra. Questa lettura trova conferma nelle parole del poeta solighese, nella sua definizione di poesia «metafisica» come necessità di andare oltre, di valicare il limite. Occorre riportare il seguito di tale affermazione:

La mia [poesia] non accentua il lato metafisico in sé; forse introduce, come spesso avviene, una nota metafisica nella fisicità, un sentimento di «sospensione interrogante». [6]

La «sospensione interrogante» di Zanzotto è anche il rischio, per la poesia, di perdersi nel suo cammino di ricerca, di arenarsi nel labirinto di un mondo mai troppo conosciuto. La poesia è, dunque, un tentativo estremo di ricerca della verità per sentieri ignoti:

questo andar oltre dà sempre nuovo, più profondo senso all’origine e a tutto l’insieme. E ciò con una fiducia, ancora una volta alla Münchhausen in un’operazione priva di qualsiasi garanzia. [7]

Per Zanzotto l’andare oltre coincide con un tornare all’origine, con un prima, pertanto il suo procedere è un andare a ritroso, un recedere. Il prima ha un rapporto privilegiato con la purezza e con la verità e nasconde la ragione del nostro esistere e del nostro essere nel mondo.
La poesia opera con le parole ed è solo tramite esse che il poeta può «preludere a una vera-mente / a una vera-vita» [8]. Zanzotto intraprende questo percorso grazie al linguaggio, ma, soprattutto, lo intraprende al suo interno. Questo procedere all’inverso, in direzione dell’origine, induce il linguaggio stesso a ripercorrere la sua intima struttura per verificare la possibilità di approdare al significato unitario. L’unica condizione, per cui questa possibilità si verifica, è l’esistenza di un legame diretto tra linguaggio ed essere.
La funzione simbolica del linguaggio, dunque, dovrebbe prevedere la rispondenza diretta tra il segno linguistico e il suo referente. Il referente, nel caso specifico, è l’essere o, altrimenti detto, una realtà precedente al principio d’individuazione, indistinta, nella quale non sia ancora avvenuta la separazione che ha determinato la formazione delle cose.




[1] P.V. Mengaldo, Grande stile e lirica moderna. Appunti tipologici, in La tradizione del Novecento. Nuova serie, Vallecchi, Firenze 1987, p. 19.
[2] Id., Il linguaggio della poesia ermetica, in La tradizione del Novecento. Terza serie, Einaudi, Torino 1991, p. 149.
[3] Ibidem.
[4] F. Camon, Il mestiere di poeta, [intervista rilasciata da A. Zanzotto nel 1965], Lerici, Milano 1965; cito da A. Zanzotto, Poesie e prose scelte, Mondadori, Milano 1999, p. 1133.
[5] E. Montale, Dialogo con Montale, in Id., Sulla poesia, Mondadori, Milano 1976, p. 581.
[6] F. Camon, Il mestiere di poeta, p. 1133.
[7] Ivi, p. 1134.
[8] Possibili prefazi o riprese o conclusioni I, in La Beltà, p. 280.

(Luigi Metropoli è un appassionato di poesia e acuto critico letterario, il suo sito – dal zanzottiano nome: Vocativo – è linkato a fianco)
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