mercoledì 24 gennaio 2007

Scrittura e rivelazione (di padre Bernardo)


Lettura e riflessione sul brano del Vangelo di Luca 2, 1-20.

È bello vedere come la solennità del Natale convochi più persone nella Chiesa! Perché di fatto anche questa è Chiesa: ciascuno di noi, in qualche modo, ha ascoltato la voce dello Spirito che ci raccoglie qui in unità. Una comunione misteriosamente rotta con il gesto di disobbedienza dell'uomo e della donna che genera sofferenza nella relazione fra l'umanità e Dio, e che comincia a vedere un allungo di luce la notte di Natale. Noi possiamo intravedere qualcosa del mistero di Dio solo attraverso il volto del Figlio, per mezzo del quale s'incontrano umanità e divinità.

Il testo biblico della nascita di Gesù, uno tra i più celebri testi della storia dell'umanità, ci offre una ragione per cui sperare, che è di scandalo per la fede, come diceva Kierkegaard, perché il re della storia nasce in una situazione di profondo disagio che l'evangelista non dissimula; anzi è interessante notare come Luca nell'esordio insista nel dare dei riscontri storici: «In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò… il censimento di tutta la terra… quando era governatore della Siria Quirino.» (cf Lc 2, 1-2)
Il contrasto è immediato e assai significativo tra Roma, dove l'imperatore firma il decreto, e questa congerie di persone costrette a muoversi per farsi registrare: «Anche Giuseppe… salì in Giudea alla citta di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora… si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio… e lo depose in una mangiatoia… perché non c'era posto per loro nell'albergo.» (cf Lc 2, 4-7)
È questo un modo per dirci che non c'è posto per il Dio dell'eternità che ha tempo per noi, secondo una felice espressione di Bruno Forte, che non ha un luogo dove posare il capo! Il re della storia che poteva suscitare credibilità con tanti mezzi si fa strada con somma umiltà. È importante perciò che nel nostro cuore ci sia una risposta per questa nascita e che la liturgia continui a cantare oggi è nato un Salvatore per noi. Siamo in quel registro del già e non ancora, dove l'incarnazione inaugura quella linea profonda e segreta della storia, manifestata da Maria nel Magnificat, che è qualcosa che sfugge in gran parte alla verifica storica, ma che tuttavia ci rivela che questo è il disegno di Dio per la nostra salvezza.

I Padri della Chiesa non tardarono a dire che questo Bambino ci dona la pace donandoci il proprio corpo, che diventa alimento per noi e quindi la mangiatoia di fatto è un'allusione all'eucarestia. Tutto ciò può sembrare un accomodamento a posteriori e per certi versi lo è, ma ci autorizza la logica con cui l'evangelista ha costruito questi testi, che è una logica anche letteraria ma non nel senso di una scrittura di fiabe! Luca si fa strumento di una ispirazione divina che ci rivela il mistero del Dio che si fa uomo con un linguaggio potentemente umano, e sappiamo che, quando i grandi poeti scrivono, nessuna parola è scelta senza senso: per questo ci sono un'infinità di commenti sulla Divina Commedia ed altri testi della poesia e della letteratura dell'uomo. Analogamente e di più per la Scrittura dove la letterarietà è in funzione della rivelazione di Dio, che trova in questi versetti un altro modo per incarnarsi in mezzo a noi e rendersi riconoscibile in quella dialettica del velarsi e del rivelarsi.

«C'erano in quella regione alcuni pastori… Un angelo del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l'angelo disse loro: "Non temete… oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore… troverete un bambino… che giace in una mangiatoia» (cf Lc 2, 10-12). I pastori sono i discendenti di quei pastori in mezzo ai quali c'era pure Davide quando fu riconosciuto e scelto da Dio come il re; sono questi stessi pastori che vegliano di notte incaricati di riconoscere per primi la messianicità di questo Bambino. Sono scelti come Maria e chiamati per un evento straordinario che ha una caratura spirituale che non deve sfuggire alla nostra sensibilità. Vegliare di notte significa custodire, vigilare, attendere anche quando la luce del sole è spenta; significa traghettare l'esistenza nel buio della notte perché la luce tornerà. Segue un inno di lode cantato dalle schiere angeliche: «Gloria a Dio… e pace in terra…» (cf Lc 2, 13-14), che è la prima chiara attestazione dell'universalità della salvezza degli uomini, mentre i pastori si dirigono verso Betlemme per contemplare un fatto soprannaturale: «Tutti quelli che udirono, si stupirono… delle cose che i pastori dicevano. Maria… serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore…» (cf Lc 20, 14-20). I sentimenti di Maria esprimono una riflessione prolungata, intensa e profonda in un unico atto della mente.


(padre Bernardo è monaco olivetano a S. Miniato di Firenze, lectio.divina@libero.it)

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