Alessandro Ramberti in Chiamami (Fara Editore, 2026) ci riserva subito la sorpresa del multilinguismo: la stessa poesia (33 nell’insieme) è scritta in italiano, in cinese (ideogrammi e con caratteri latini), in inglese, esperanto e latino. E il perché subito si attiva in ricerca.
Prima, leggo tutte le poesie in italiano, ad iniziare dal titolo: Chiamami e dal testo eponimo: «Chiamami col nome più esotico / quello del fiume che scende dal Libano / e si allarga in Galilea / scende parecchio al di sotto / del livello del mare / morendo nell’abisso / dove tutto si cristallizza / e ti fa galleggiare», (23, p. 66): un invito, rivolto a un tu non individuabile se non come l’altro da me, l’altro da noi, dicendomi subito aperto a venirti incontro.
Si snoda nella raccolta un desiderio di offrire-ricevere vicinanza, da cui far agire il dialogo, la rispondenza di affetti, lo sguardo sulle cose del mondo e di sé (dello spirito in sé) per corrispondere su di esse.
E, allora, si spiegano anche le lingue usate, irrinunciabile la mia, la cinese così apparentemente lontana e proprio per questo portata a noi, l’inglese lingua ormai universale…
Tanto più, a mio parere, può valere questa lettura, quanto più si riflette sulle caratteristiche stilistiche delle poesie di Chiamami: i versi iniziano tutti con la maiuscola e proseguono senza alcun segno interpuntivi per la risultante di un flusso ininterrotto. Il quale sarà viaggio, sarà richiamo di vissuti, sarà conferma e constatazione di passi fatti, sarà memoria o anelito: l’apertura di me all’altro e dell’altro a me in una sorta di universalismo dell’essere e dello stare.
L’ascolto, in dare e in avere, l’accoglienza nella reciprocità, secondo anche una filosofia relazionale oggi tratta dal fondo del pensiero junghiano e così ben detta da Ramon Panikkar, là dove afferma la necessità di un approccio all’altro con amore dimenticando il sé per far entrare l’altro. Scrive Ramberti: «Questo // è un piccolo spazio / lo so non sono capiente / ma è per voi che siete / con me dal passato / e in questo momento / siamo vasi da colmare / accogliendo» (1, p. 13).
L’afflato dell’abbraccio umano solidale può, conoscendo la tensione religiosa di Alessandro Ramberti, avere un sottofondo appunto cristiano (31, p. 108), ben amalgamato però a quella tensione: non dunque affidato alla volontà ma al desiderio che scaturisce da una luce interiore, da una tensione sentita come necessità vitale da vivere in terra, qui e ora, per una pacificazione che sia indice di vita qui e ora, che vinca, qui e ora, la morte delle divisioni e delle guerre, dei profitti aggregatori di assalti tra le persone e tra gli Stati.
Perché, sembra dirci Alessandro Ramberti in Chiamami, il primo passo è di ciascuno dei viventi: saranno loro, siamo noi, a fare totalità d’amore e non di prevaricazione.
Noi lettori siamo sulla stessa linea? siamo su un altro registro dei conti? Comunque la si pensi sul mondo e le sue realtà, la poesia di questo libro chiede di essere ascoltata e accolta: contiene, infatti, un pensiero che nutre il sentimento e il pensiero del lettore.

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