lunedì 7 gennaio 2019

“Versi struggenti si alternano ad altri di amara ironia…”

Dimentica chi sono di Griselda Doka 

Note di lettura di Bartolomeo Bellanova pubblicate su La macchina sognante num. 13  del 31 dicembre 2018
Interviste e recensioni, La macchina sognante,

copertina
Questa raccolta è per me il diario di un viaggio fisico, ancor prima che interiore, intrapreso dall’autrice che si esplora nel profondo fino a scarnificarsi l’anima a causa dell’assenza dell’amore perso, ritrovato e riperso nel continuo alternarsi di passioni corporali e mentali.
L’incipit invita il lettore a partire insieme per questo cammino, per  questa ricerca tormentata di sé: “Dimentica chi sono / dimentica chi sei / tu, mia costante evasione / che percorri il mio Sud, tortuoso /  cercami / nei campi di zagara bianca / colmi di nettare pregnante / che ti scorre nelle vene / quando l’odore del mio sesso / è la sinfonia che ti accoglie”.
La ricerca parallela compiuta dentro di sé e al di fuori nella mancanza dell’amore,  assume toni diversi, mai banali. Versi struggenti si alternano ad altri di amara ironia, di disincanto e di disperazione: “ci siamo cercati e ritrovati / mio Cristo, stanotte, dove andrai a morire? / nella mia sacca, non hai più nulla da porgere / nella tua mano, non ho più nulla da renderti / rosa mi volevi / incenso io divenni”.
Per tutto il cammino dei versi la poeta usa una parola che si fa “flagello”,  una parola che “travolge / oltraggia / spiazza”, una parola “che scioglie il sole / in gola” , capace di costruire immagini e metafore originali. La poesia dell’autrice diventa spesso poesia visiva, immaginifica, che mi porta ad accostare i suoi versi con le tele e i colori netti di Paul Gauguin e Van Gogh, non sicuramente con le sfumature delicate e i baluginii di Claude Monet.
Nella lettura dei versi della silloge sono stato colto dagli echi lontani di due grandi e diversi poeti. Ho scorto il giovane volto tirato di Alejandra Pizarnik , donna che non ha imparato a mentire, a rassegnarsi e a dimenticare, “figlia dell’insonnia” combattuta tra le opposte fascinazioni di amore e morte, così come è combattuta la nostra.  Scrive Griselda Doka:  “ci guarderemo appena / poi un falco in volo / ci toglierà l’imbarazzo della parola / – vorrei morire ma non ho tempo / – vorrei partire ma la morte mi canta dentro” . Più sfumata,  ma presente a tratti in sottofondo, il “fiume in piena” che tutto trascina, della poesia di Arthur Rimbaud. Penso in particolare a “Il battello ebbro” e a “C’è un Dio che irride ai lini damascati degli altari”. Ancora la nostra: “Vidi tanto deserto / e un diavolo mite / soprappensiero  fischiava / scheletri di sirene / e oasi incanutite / […] / sazio e stanco il boa ingoiava unghie”, oppure: “Forse è solo vento / ciò che vedo risplendere a tratti / la mia voglia di vita / in frammenti di verità / conficcati in abissi di sabbia / oltre i soli dei mari / le meduse ardono / di amori fluttuanti”.
Nella quarta parte della raccolta, che inizia con un esergo di Frida Kahlo, la ricerca  della poeta assume i toni più corali  della sofferenza degli ultimi, delle donne e degli uomini costretti a traversare il Mediterraneo sui barconi della morte. Anche affrontando questi temi Griselda Doka non cade in parole o immagini facili e consunte.  Le sue parole flagellano l’ipocrisia e la falsità: “Africa is nice / is very nice – dicevi / e negli occhi due scialuppe / si cullavano […] /there is a place called Zuwara – dicevi / dove gli uomini  sono più ghiotti delle bestie / […] / loro non sono uomini – dicevi / non sono umani – ti correggo / non sanno d’umano / […].  Alla fine mi sembra di intravvedere un approdo, una salvezza che la poeta immagina nel destino comune di chi sta rischiando la propria vita e si appella a un unico Dio, il Dio degli uomini: “quanto sentivo l’acqua che entrava / nella nostra scialuppa scheggiata / e pregavamo tutti in coro / siamo diventati lì, tutti credenti / di un solo e unico Dio / onnipotente e misericordioso / che ci stringeva in una morsa / lì, nei nostri 80 cm di spazio personale / […] qualcuno osava cantate / e il corso rispondeva / Allah akbar / Dieu ait pitiè de nous / good Lord have mercy”.

Dimentica chi sono
dimentica chi sei
tu, mia costante evasione
che percorri il mio Sud, tortuoso
cercami
nei campi di zagara bianca
colmi di nettare pregnante
che ti scorre nelle vene
quando l’odore del mio sesso
è la sinfonia che ti accoglie



E poi mi sorprendo ancora
di quello spicchio di terra
con l’erba sfumata di ocra
che si agita nella notte
appassita più dal proprio peso
che dal brusìo circostante
Intorno al tendone del circo
cani in calore
La donna elettrica è tutta per voi
incredibile ma vero unica al mondo
una coppia di zingari discute
al vento
chissà quale antico arcano
mi duole ammettere
che tu ancora scuoti
la mia ragione
oltre ogni limite
e non te lo direi
mai te lo direi
questa volta lascio
che la notte si animi da sola
silenziosa sotto la mia pelle
per poi incrinarsi lentamente
insieme ai cappelli dei clown
ai baci degli zingari
e al tiepido guaito dei cani
Isprăvi, Isprăvi [1]
un richiamo
dal retrogusto
di polvere
e di erba matura
inascoltato si dissolve



Se la mia parola ti giunge inaspettata
insolente, piena e rovente
una foglia d’ortica
che sfiora la pelle lesionata
flagello
la parola
travolge
oltraggia
spiazza
il tuo silenzio
il tuo ricovero
vuoto
manchi di fede
manchi di odio
quando la parola ti giunge
inaspettata
vera
vera
vera
erranza ardente
che scioglie il sole
in gola



E se tutto questo nitore
fosse l’unico malessere che abbiamo
anche se fossimo solo io e te a sentirlo
e se così fosse
allora tutta questa reticenza
non avrebbe senso
guardati attorno e dimmi
se il nespolo sa davvero di nespolo
e la cicala ha ancora le ali
o è solo voce rauca del bosco
se quell’abbraccio che si consuma
nel cielo, non sia solo gioco delle nuvole
se la pioggia che vedi scendere sul vetro
sia la stessa che bagna le foglie
(vorrei sapere se arrossiscano ancora d’autunno)
se quel sonnecchiarsi del faro
sia in realtà l’ultimo cuscino degli affranti
e se i solchi che ho sulla fronte
siano tutte le tue suppliche accolte
e se gli stormi – gli stormi che ti offuscano il lago
siano solo schegge di bagnanti
malinconia al buio che bisbiglia
cosa avrei voluto fare e non ho potuto
godere di ultimi respiri
ricurvarsi come foglia incerta
tessere rami su pupille di merli affamati
strofinare le ciglia del mio domani
senza temere la sorte
del vivere così scompigliati



La nebbia fa le fusa
su una scia di respiro
saprei riconoscermi
se questo orizzonte
non fosse così sbavato
se gli alberi che sfioro
non sanguinassero appena
il calore
trovare il nome alle cose, qui,
diventa un andirivieni di attese
flaccida la maniglia della porta
che finge solitudine e depravazione
ogni istante mi induce
di orbitare nel più dolce degli sguardi
senza timore



Il disincanto colpisce
solo i comuni mortali
una stretta al petto
il languido morso
al capezzolo arreso
non hanno parole
dire ciò che non si pensa
non ci vestirà per molto
di sassi estranei
o insolite formazioni
il lungo fiume delle domande
grida l’abbandono
improbabile percorso
la salvezza





Con la testa tra le mani
e il petto contratto
estraniata attraverso
i miei campi di battaglia
striscio in abissi di destini
a prendere per mano
tutte le ignote identità
tra esserci e mancare
tendo le mani al cielo
ti voglio mio testimone
ora che sono senza parole
ora che sono solo parola



Ho visto le rondini impastare la terra
e l’agnello senza madre
barcollare sull’erba tenera
curiosa la lumaca si cibava
prima di rientrare nel guscio
sono stata una bambina
che studiava da sola biologia
mentre la maestra allattava
due gemelli, sola, all’ospedale
con tutto questo mi stringo
forte, tuttora
mantenendo il fiato un flagello
novizio l’alba sulle labbra
(i girini, già gracidavano)



Troppe volte ti ho fatto morire
innocente come la pioggia
candida come il sale, il sale
Bambina mia!




La posta in gioco è alta
la posta in gioco sei tu
questo non è un gioco
te lo dicevo
non mi credevi
ora lo scrivo
e lo sottoscrivo
vieni via con me
prima che sia troppo tardi
prima che venga la neve
prima della scommessa
del diluvio
e di ogni altra promessa
ora, o mai più
andiamo a calzare
i tuoi passi
i miei passi
questo non è un gioco
e io non so giocare
in qualche modo ci siamo trovati
a sottoscrivere lo stesso patto
ciascuno con il proprio silenzio




(24.12.2015)

Alito senza afa
la tua ombra
tra i miei seni
estremità di orizzonti schiacciati
sfioro per un attimo
la fronte della verità
e so di essere
notte senza alba
ti ho visto nascere
sotto la mia stella
una sagoma d’impaccio
sul mio petto sanguinante
a tastoni nel buio
ci siamo cercati e ritrovati
mio Cristo, stanotte, dove andrai a morire?
nella mia sacca, non hai più nulla da porgere
nella tua mano, non ho più nulla da renderti
rosa mi volevi
incenso io divenni





Vidi tanto deserto
e un diavolo mite
soprappensiero fischiava
scheletri di sirene
e oasi incanutite
evaporava appena la sete prosciugata
sotto le ciglia un respiro
artigli conficcati su quel monte
la Terra Promessa
razzolava di sogni e piume
grumi di pietà
sazio e stanco il boa ingoiava unghie
vidi questo e altro ancora
e mi arresi alla volontà
seno fuori
spalle dentro
così bruciata
voi muratemi
senza pelle
senza sangue
perché vedere
è già tradire
pelle del serpente
il mare morto comprime il petto
un gomitolo di parole
allestisce la terra di mezzo
nel Babele clandestino
si forgiano carne e peli
nella stessa fucina
ittì millevanòn kallàh ittì millevanòn tavò’i
Vieni con me dal Libano, o mia sposa,
vieni con me dal Libano! (Cantico 4,8)
Finalmente sono giunta
un ventre teso a tamburo che pulsa
guerra, silenzio nelle stesse note
se fuggissi, porterei altrove la tua sete
dove la morte è inodore
alza i veli sopra la mia valigia
e passa, o mio uomo, tu passa





Luce eri alle mie spalle
stupore che fluttua
non so se rimanere ferma
o allontanarmi
da questo acre odore di umido
salvami dal pensiero di te
o mio Signore,
mentre ingurgito la morte
pur di non rinnegare le vite
che mi schizzano dagli occhi
non vedo
non sento
il mio sangue scorrere
non vedo
non sento
il tuo sangue ardere
sfiorami le mani
sfiorami le mani



Mi troverai un giorno
al km 11 della SP 159
una curva qualsiasi
pullulante di querce
noterai che sarò scalza
con la vigna sul tallone
e la luna di porcellana
sulla fronte
avrai in testa un cappello grigio
e nelle mani un aquilone senza filo
ci guarderemo appena
poi un falco in volo
ci toglierà l’imbarazzo della parola
– vorrei morire ma non ho tempo
– vorrei partire ma la morte mi canta dentro





Africa is nice
is very nice – dicevi
e negli occhi due scialuppe
si cullavano
but the desert is terrible
Libya is death – dicevi
e sentivo come bruciava il ghibli
la tua pelle e la mia gola

Come picchiettava il manganello
di sconosciuti su quel mucchio di corpi neri
persino la mia amarezza
si tappa il naso dal tutto questo fetore
di corpi
non oso chiedere se vivi o morti
A me donna europea
dalla pelle bianca e liscia
più dell’ibisco profumata
la via del deserto mi fa solo sussultare nel sonno
there is a place called Zuwara – dicevi
dove gli uomini sono più ghiotti delle bestie
e i bambini imbracciano dei fucili
call, call parents, money, money – dicevano
e vedo come strisciavi sulla sabbia gialla
loro non sono uomini – dicevi
non sono umani – ti correggo
non sanno d’umano
perché Human is nice
in spite Africa
thanks of Africa



Io credo in Dio
in un unico solo e onnipotente Dio
di quello che ha fatto i cieli e la terra
e anche il mare
perché è li in mezzo che ho visto Dio
dalla faccia nera e spaventosa
Nel nulla
quando sentivo l’acqua che entrava
nella nostra scialuppa scheggiata
e pregavamo tutti in coro
siamo diventati lì, tutti credenti
di un solo e unico Dio
onnipotente e misericordioso
che ci stringeva in una morsa
lì, nei nostri 80 cm di spazio personale
i morti possono giacere
i vivi non si devono piegare
maledizione ragazzi
tutti insieme
giù in coro
qualcuno osava cantare
e il coro rispondeva
Allah akbar
Dieu ait pitiè de nous
good Lord have mercy



Dio mio quanto buio
mai visto tanto buio in vita mia
mai tanta acqua
tanto sudore e pipì insieme
tante lacrime partecipi nella disperazione

Dio mio dio mio
non sappiamo dove siamo
sappiamo di te ma non ti vediamo
Dio mio dio mio
se mi salvi farò 30 giorni di digiuno
anzi 50 o 100 tutti insieme
e ti adorerò giorno e notte
Dio mio… non spingete di là, hey bro’
’r ’u crazy still singing aloud, pray shit, pray
ma un lamento lungo
di canti collegiali
si innalzava sgraziato nella notte
un altro anno e avrei finito
un altro anno e avrei detto addio al mio villaggio
chissà se potrò mai raccontare la mia storia, hey bro’
se calpesto terra di nuovo
Terra bro’, terra, basta che non sia d’Africa
che così velocemente ha bruciato i miei sogni
le senti ora queste lacrime
sono sicuro che le senti anche in mezzo al coro
Hey bro, non mi dare la mano ora
bestemmia pure il tuo dio e anche il mio se vuoi
ma sulla terra bro’, se sbarchiamo vivi sulla terra
ti prometto che ti darò la mano, e saremo fratelli per davvero
adesso bro’ stringiamo i denti
aguzziamo gli occhi
origliamo le tenebre
forse qualche dio lo espelleranno.

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[1] Dal bosniaco: finito, finito.



Griselda Doka è nata nel 1984 a Tërpan Berat (Albania). È Dottore di ricerca in Studi letterari, linguistici, filologici e traduttologici presso l’Università degli Studi della Calabria. I suoi interessi scientifici si basano sulla lingua e la letteratura albanese, sulle scienze traduttologiche e sulla letteratura della migrazione. Attiva come operatrice culturale, organizza eventi sul territorio ed è membro di varie giurie letterarie. L’unica e instancabile utopia è la poesia che accompagna i suoi giorni. Oltre alla sua lingua madre, scrive anche in italiano. La sue pubblicazioni in poesia sono: Soglie e Solo brevi domande esiliate (Fara Editore) 2015. Pubblica per diverse riviste e blog. Per Solo brevi domande esiliate (Fara Editore) 2015 ha vinto il premio della critica al Poem Award Academy, Napoli 2016. Vive e lavora in Calabria nell’ambito dell’Istruzione e dell’accoglienza ai migranti.

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Riguardo il macchinista

Bartolomeo Bellanova
Bartolomeo Bellanova pubblica il primo romanzo La fuga e il risveglio (Albatros Il Filo) nel dicembre 2009 ed il secondo Ogni lacrima è degna (In.Edit) in aprile 2012. Nell’ambito della poesia ha pubblicato in diverse antologie tra cui Sotto il cielo di Lampedusa - Annegati da respingimento (Rayuela Ed. 2014) e nella successiva antologia Sotto il cielo di Lampedusa – Nessun uomo è un’isola (Rayuela Ed. 2015). Fa parte dei fondatori e dell’attuale redazione del contenitore online di scritture dal mondo www.lamacchinasognante.com. Nel settembre’2015 è stata pubblicata la raccolta poetica A perdicuore – Versi Scomposti e liberati (David and Matthaus). È uno dei quattro curatori dell’antologia Muovimenti – Segnali da un mondo viandante (Terre d’Ulivi Edizione – ottobre 2016), antologia di testi poetici incentrati sulle migrazioni. Nell’ottobre 2017 è stata pubblicata la silloge poetica Gocce insorgenti (Terre d’Ulivi Edizione), edizione contenente un progetto fotografico di Aldo Tomaino. Co-autore dell’antologia pubblicata a luglio 2018 dall’Associazione Versante Ripido di Bologna La pacchia è strafinita. È uno dei promotori del neonato Manifesto “Cantieri del pensiero libero” gruppo creato con l'obiettivo di contrastare l'impoverimento culturale e le diverse forme di discriminazione e violenza razziale che si stanno diffondendo nel Paese.

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