Sproloquio su “Suture” di Luca Artioli


Sproloquio su “Suture” di Luca Artioli


Cosa siamo? Sangue e respiro. Di cosa viviamo? Di sincopi e suture. Come un mantice eterno, perpetuo, che tenta di porre rimedio. A cosa? Alla vita che ontologicamente è già strappo, frattura. Per cucire serve la vocazione dell'arte musiva. La dedizione del mosaico, appunto. E necessita un miracolo affinché i molteplici frammenti restituiscano una sola immagine. Ma per i miracoli occorre audacia. E non sarà certo con la mancanza di coraggio del “polso insaccato” dal rimpianto di aver ritratto la carezza quando serviva, che la rosa sboccerà sul collo dell'amata. Occorre invece cucire. Avanti e indietro. Nel futuro e nel rimpianto. Rinsaldare ciò che sfuggì all'andata. Ritornare sui campi dove abbiamo perso. Questa è la grande verità. Desiderare ricongiungerci “in nuove suture”, come nuovi punti di contatto che ci permetteranno inedite prospettive. Di senso. Occorre tornare al buio. Alla nebbia delle creature diafane. Ai ricordi. Attraversare il bosco e ogni dimensione umbratile della memoria. Avere il coraggio di “retrocede (fino alla) cucitura sorgente”. Costasse pure “un lento salasso”. Per capire chi siamo. E il perché del nostro procedere schiena contro schiena. Oppure perché visti di spalle camminiamo a fianco senza mai fonderci? Come minuscole tessere, monadi che non si accorgono, non si riconoscono, e mai si attraversano. Perché questo senso di alienazione? Come fuggirne? Col coltello o con la sutura? Scollarsi o rendersi più saldi? Conviene aderire alla vita? Chiedetelo a Pascal.

Bravo Luca Artioli. Conosce il mestiere di intessere trame.

Sebastiano Adernò

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