La falsità del niente: su La virtù del chiodo di Giuseppe Carracchia


EdizioniL’Arca Felice, 2011, con un disegno fuori testo, Fleur, di Aki Kuroda

nota di lettura di AR

Giustamente osserva Mario Fresa nella prefazione a questa plaquette, che la scrittura di Carracchia “si configura come il procedimento di un gioco di apparente leggerezza, dagli aguzzi e lucidi contorni, ma che poi, d’improvviso, conduce all’affiorare di una inesplicabile, profonda inquietudine…” È del resto evidente che i versi nascono spesso per dare forma alle più profonde domande dell’uomo, inteso sia come individuo che come membro di un corpo sociale di cui il poeta usa la lingua sia pur piegandola, trasformandola, arricchendola con l’uso di uno stile (ovvero di metafore, di scelte sintattiche e lessicali che scaturiscono dal sua personale “reazione” alla cultura o alle culture con cui è entrato in contatto).
Il titolo è molto suggestivo: concreto e robusto eppure quando leggiamo le poesie vediamo che l’Autore si pone in continua tensione (come chi “disperato a verità anela”) con la definizione da dizionario della parola chiodo riportata in esergo alla plaquette (“sottile barra di metallo aguzza da un lato, solitamente usata per unire o sostenere due (o più) parti…”). Infatti la I sequenza contiene questa terzina (notare l’uso delle assonanze e delle rime, assai frequente in tutta la raccolta, come pure l’uso sofisticato della sintassi e del lessico):

(Che poi non puoi piantare un chiodo
in cielo per appenderci un pensiero
mi chiedo, sarà poi vero?)

e si chiude con questa assai interessante quartina:

La virtù del chiodo che regge frattura
e vuoto svela la falsità del niente:
compiutezza del ragno che ha mura
e casa in aria d’un prisma lucente.

Il chiodo pare essere l’unico elemento “consistente e positivo” a reggere frattura e vuoto, due sostantivi (il primo anche, con ambiguità sintattica, verbo) “negativi”, e la suggestiva immagine dell’aerea e luminosa ragnatela non pare sollevarci del tutto dall’impressione di vivere in una realtà effimera e fragile, e di essere effimeri e fragili noi stessi (basti considerare che nella III sequenza il Nostro scrive “… la verità che scioglie il dubbio / annodando in sorriso la vita al subbio”, dove ci pare di cogliere un uso piuttosto ironico ed amaro della parola verità).

L’inquietudine che alleggia in queste pagine, mi ricorda quella che pervade un intenso romanzo di Natsume Sōseki, Kokoro (ovvero, il cuore/l’anima delle cose). Carracchia non a caso ha inserito, oltre alla tavola fuori testo di Kuroda e all’Arbre stilizzato di Alberto Giacometti, alcune illustrazioni naturalistiche all’interno della plaquette tratte da dipinti di Hiroshige Utagawa. Il mondo, con i suoi colori, la sua materia, la sua vita, è reale per la percezione che ne abbiamo? Ha in sé un link che rimanda ad altro oltre il reale materico? È solo la scena per la tragedia (o commedia) umana?
Mi pare siano queste le domande fondamentali sottese, vissute con un atteggiamento in bilico fra paura dell’assurdo e desiderio di affidamento: dichiarare la falsità del niente è dopotutto desiderare che qualcosa (di buono) ci sia, che il bello del mondo (che include anche la bellezza della poesia), per quanto transitorio, sia il senhal di un bello ulteriore, per quanto assai elusivo. Ad esempio nella II sequenza troviamo che “Il piede che calza la terra è centro”, che “La proporzione delle parole spacca / dal ventre le pietra e s’apre a sé stessa”, che “a strapiombo il terebinto sboccia // forza che squarcia e fendendosi vanta / virtù che s’attacca al calcare in sintassi / e alla vita dona un nome: spaccasassi.
C’è dunque una forza tellurica, una energia che sa diventare sublime come il melograno che “alla terra in perle di sangue / piove…” e trasformarsi in amore (reale e ma anche immateriale): “… rendo grazie / al tuo universo … / … in te ritrova grazia / il disperso …”.
I versi in corsivo che chiudono la plaquette ci dicono che:

La verità non solo è equazione
edile del costruttore ma volo
azzardo e tensione del calabrone
che (…) continua con le stagioni senza
sapersi ignorante ad insegnare
come di maggio s’impollina un fiore.

Sì, c’è una verità inesprimibile, oltre i costrutti logico-sintattici, che pure la possono evocare, ma anche una verità che va oltre, crediamo (e forse Carracchia non è qui totalmente d’accordo con noi), la natura delle cose.
È questa un’opera poetica, nella sua asciuttezza “giapponese”, davvero ben tornita, ricca di saporosa e prismatica inquietudine, dunque, de facto, vera poesia e riuscita espressione di uno stile originale e già molto ben caratterizzato.

Rimini, 17 giugno 2011

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