Ivan Pozzoni, Lo Stato Pontificio, Edizioni Divinafollia, 2026, p.58, 12€
Prima di tutto vorrei chiarire che questa non è una recensione. È una ricezione. Ed è un rilancio. Entrambe le cose sono influenzate dalla stima e dall’amicizia che nutro per l’autore ma soprattutto dal fascino che esercitano sulla mia mente i suoi scritti. Perché gli scritti di Pozzoni corrodono le sinapsi e ti attraggono: è come bere una pozione stregata ed essere immediatamente catapultati in una realtà atopica. In secondo luogo, io non sono un’intellettuale, né una critica d’arte, non sono nemmeno un’artista, anche se muovo i miei primi versi nel paese degli allocchi. Sono un’allieva un po' tarda, una tardo-allieva e ci sto bene in questo ruolo che mi sono guadagnata con notevole sforzo e frustando i due o tre neuroni rimasti. Sono pure irriverente, e per questo vorrei provare ad esercitarmi nel dare un rilancio pragmatico, in risonanza col testo proposto da Pozzoni, scardinando l’eco del mio ego-patire lirico. La prima volta che ho tentato di decifrare un suo riot (si trattava di “La malattia invettiva”), dentro di me s’è aperto uno squarcio affascinante, doloroso e metabolico. Spiazzata da un linguaggio che toccava apici e pedici, ho navigato nell’oceano della disillusione, dando voce ai miei borbottii più nascosti per poi usare mente e mani per allargarlo, lo squarcio, e guardare oltre, fino a riuscire a fare una radiografia feroce della realtà già di per sé distopica, alienante. Attraverso riots come “L’introspezione mi introverte”, “Il cambio di paradigma spiegato ad un’allieva” o l’esilarante “Onan il barbaro”, ho ben capito che l'introspezione non è ispirazione e che Pozzoni utilizza i suoi testi come veri e propri ordigni di guerriglia cre-attiva. Il suo scopo è spararci fuori dalla comfort zone per farci atterrare su un terreno atopico, deterritorializzato, non utopico, dandoci la possibilità di un riavvio. Ne ho letto, poi, di Pozzoni. Ne ho studiato tanto, lo sto ancora studiando tanto, (ma quanti libri ha scritto sto qua?) e ora so che tutta questa dolenza che ci invade dentro e fuori può essere notificata, resa esplicita. Si può raccontarla con consapevole asprezza, con rabbia e indulgente ironia, con sarcasmo pungente o con il riso amaro di chi sa, dice, ma non s’aspetta un ritorno. Si può scriverne graffiando gli animi assopiti di chi ancora legge, ma solo per evadere, di chi ancora legge, ma solo per non agire. Molti che si apprestano ad affrontare gli scritti di Pozzoni, già dai primi approcci si chiederanno: “Ma come osa?”. Altri pensano o penseranno che il suo ego sia enorme; quando inciampano nella sua biobibliografia, (perché è un tomo pure quella), nemmeno ci credono, oppure pensano che si diletti nell’autocelebrazione per tutta quella quantità di sapere che ha divulgato e che divulga. Può anche essere. E talvolta lo fa con consapevole ironia e con fierezza: “cosc(i)ente di avere il livello di casta di un brahmano / a confronto dei mille redattori incompetenti di Nazione Indiana, tra duecento anni io non sarò inerte, / celta col viso dipinto d’azzurro, non riuscirò mai a cedere alla psicoterapia estetica, mi introverte”. Parlare di psicoterapia estetica è qualcosa di scompigliante… ognuno di noi sa che scrivere risolleva un po’ da quello stato di melanconico torpore, che pubblicare da qualche parte e ricevere uno, due, dieci, venti likki va a ricaricare, dell’odore nostrum preferito, lo spruzzo d’Egò… Ma basta accostare queste due parole, psicoterapia ed estetica, per spogliarci di ogni parvenza e vedere la verità che tutti, più o meno, vogliono celare. Pozzoni ci tiene parecchio a farcelo capire che la scrittura vera è rivolta al di fuori, a ciò che accade nel mondo, alle persone altro da noi, e di riflesso, solo di riflesso, a noi. Abbiamo la responsabilità di essere vigilanti, di capire. Per il resto possiamo liberamente pagare la parcella di uno psicologo. È un trend. Del Pozzoni vero, quello in carne ed ossa, quello che si dissangua scrivendo e che vive di scrittura, quello che va scartato piano, non se ne parla. Nell’economia del tardomodernismo, non serve parlarne. Serve parlare del Pozzoni operativo, del Pozzoni che smantella, serve paragonarlo ad una molotov che ti scoppia addosso con tutta la sua esperienza di guastatore impavido, lasciando talvolta trasparire, in altri scritti, un'umanità senza mezze misure. Di misure non ne ha, è adimensionale. Si lancia nell'azione armato di perle pop e vocaboli dalla bellica micidiale, muovendosi “col mouse come una bomba a mano / saltando, di livello in livello, Mario Bros...”, mentre s’arrende beffardo alla sua natura di imbrattacarte dalla genialità tossica: “Io imbratto le mie carte col cianuro e con la ciclosporina, spargendole sul tablet come fossi Pollock”. La questione è una sola: o hai culo, trovi degli appigli e impari a sopravvivere, mettendoti a studiare, studiare e studiare per ricostruire te stessa e il tuo scrivere, in pratica di muovi e agisci, o crepi sotto il peso delle sue verità e, per codardia, rimani ancorata al tuo Piccolo mondo antico, trattando lui come quello strano, l’alieno o il reietto. D'altronde, l'autore stesso mi lancia il suo buon consiglio privo di condimento in questa traversata senza ciambelle salvagenti, scrivendo su “Onan il Barbaro”: “Consiglio alla Menega di non strabordare e metto tutti a bordo, avvitandoci come un groviglio / nei meandri del labirinto della mia malattia invettiva, disancoro senza i necessari salvagenti (...) chi sa nuotare, nel mondo fluido, si salva, chi non sa nuotare annega...”. Il più delle volte, scivoloni a parte, ho imparato la lezione. Non oggi però. Questa di oggi è una esondazione. L’uscita dello Stato Pontificio è una scudisciata potente. Vorrei fosse un Break-even point, ma forse è più adatto parlare di Tipping point. La verità è che con questa silloge viene attuata una sterzata, una virata decisa e senza ritorno, con lo scopo di avventurarsi in una nuova era che rifiuta ogni tradizionalità. Si parla di Breccia di Porta Pia e del generale Cadorna perché l’azione-intenzione risulti a tutti chiara: questo libro è un attacco frontale contro lo “Stato Pontificio” della poesia italiana, uno stato dominato da liricità esangui, elegie anacronistiche, buonismi da democristiani (intesi proprio nella loro accezione negativa e popolare). I lirici di oggi, nostalgici e fuori dal tempo, vengono radiografati con lucidità feroce: “i lirici/elegiaci scrivono come fossero nel 1985, di Craxi e del Pentapartito, / nel tardo-moderno regna il modernismo, Damiani, crede d’essere Properzio ed è Claudiano, / l’ignoranza impera (...) lirici e uomo medio attendono, solamente, un nuovo dux che riesca a solleticare il loro deretano”. Pozzoni ironizza spietatamente e apertamente su questo conformismo rasserenante, simulando pure una resa, naturalmente fake, al mercato delle emozioni:
“Prometto, tra due mesi, di rifare Il gatto di Keats, trattare di sentimenti ed emozioni, / come un inutile elegiaco, M. Giovenale, in coda al Sert in cerca di curiali beatificazioni / dello Stato Pontificio dell’arte italiana...”. Sulle macerie di una serie inevitabile di crolli, avanza il Tardomodernismo letterario, proponendosi nello stesso tempo come azione destrutturante e ristrutturante. Non si tratta di una cosa astratta, aleatoria. Qui non c’è solo sterile teoria e il Tardomodernismo non può essere definito solo come l'ennesimo manifesto di un nuovo movimento, ma è anche l’atto pratico, azionato in questo tempo, di tracciare lo spazio necessario per traghettare l'arte verso un oltre: si celebra la fine “dell'ontologia della bellezza” per lasciare il passo alla praxis, possibilmente collettiva. Certo, Pozzoni scrive immerso in una trama di citazioni che costringe a veri e propri salti mortali, cognitivi intendo, e le sue introduzioni, che personalmente assimilo come mondi astrali, sono in realtà vere e proprie mappe, quasi dei dispositivi di guerriglia culturale. In questo orizzonte, le effemeridi pozzoniane ci parlano di un nuovo linguaggio, che non tarda ma avanza un passo dopo l’altro sulla scia di solide basi teoriche, e che attua ferocemente una mutazione del codice poetico stesso. E si tratta di una mutazione radicale, che lotta su più fronti, una guerriglia che colpisce sia i salotti letterari che i palazzi della finanza globale. Pozzoni ci svela che gli antagonisti da abbattere non sono più solo i vecchi baroni della cultura, anche quelli sì, ma anche “i nuovi nomadi” in blazer, faccendieri blindati dentro scatole cinesi, capaci di far sballare lo spread a comando, capaci di de-umanizzare un intero mondo. E ancora la lotta è contro i monopoli più o meno dichiarati che standardizzano la cultura, contro la logica della scadenza, contro il dilettantismo, quello di massa, contro la “business poetry” che monetizza l’ego, contro il lettore-consumatore, contro la poesia dei sentimenti, della natura, dell'amore e dell'introspezione, contro l’idea dell'ispirazione poetica che scende dall’alto o della parola sacralizzata, contro l'uso di figure retoriche rassicuranti, contro la critica letteraria accademica, contro le redazioni e i “lit-blog” di regime, contro il clientelismo compiacente, contro il canone e la tradizione, contro l'io lirico e l'egopatia, contro la scrittura empatica di facciata, contro la poesia seduttiva e la seduzione del pubblico. Contro. E l’artista? L’artista si evolve: da mercenario al servizio di mecenati diviene autore che fa, dice, contraddice, ingaggia “guerriglie” diventando uno scrivano votato al sabotaggio scrittorio, rifiutando decisamente la dinamica del poeta, saggista, romanziere che pur di pubblicare si piega a relazioni tossiche e mercificate, e preferisce spargere la sua parola in totale indipendenza: “l’art-ista tardomoderno sparge il suo seme senza la mania dello uomo-zerbino di andare a ingravidare / le donne-maschio che cantano: «Andiamo a comandare» su relazioni tossiche come l’eternit” (da “Onan il barbaro”). Questo è il tempo della lotta, ed è una lotta dura quella tra bardi militanti e nostalgici bardotti. Per fare questo, l'autore tardomodernista non si chiude in un mutismo isterico da primadonna offesa. Anzi, compie forse il gesto più estremo, da molti proclamato a parole, ma mai veramente attuato: si impegna a cancellare il proprio ego. Contro il potere invisibile e anonimo dei consigli di amministrazione delle multinazionali, l'artista risponde diventando a sua volta un dirottatore spietato ed elusivo: “noi, artisti tardomodernisti ribelli, abbiamo sostituito, arditi, il neon con il LED, / cancellando i nostri volti, il nostro εγώ, irrintracciabili hijacking appariamo / e spariamo, nessuna carta di identità, SPIDmen con επίδειξις da Joker, / contraccambiamo anonimato ad anonimato, con la freddezza di un killer...”. E poi si arriva alla verità: l’artista, sempre quello tardomoderno, vuole riprendere le comunicazioni, vuole interagire, vuole far arrivare il suo messaggio, vuole far saltare gli argini, esondare con il suo verso corrotto. Ma a chi vuole farlo arrivare, questo suo messaggio? Al lettore fake, per esempio: fake non perché finto o fasullo, ma perché inconsapevolmente irretito, addormentato dalla poetica del consumo e dal mantra del “Solo se cullato da versi sublimi, trovo la mia pace” o dall’altro mantra “Canta le ingiustizie, ma mascherale a festa”. Pozzoni, e chi si sente in linea con questa scrittura autistica, sociopatica, neurodivergente e pragmatica, si assume il compito ingrato di svegliarlo dal torpore consumistico, scuotendolo dalle fondamenta: “dopo avere aperto l’occhio ciclopico dell’italiano medio, come asino lo chiudo dentro a un paddock, / lanciandolo al trotto, l’abbatto col cocktail Socrate, maieutica e ironia combattono sul Brillo boxe”. Quindi è (in parte) questo il Tardomodernismo Letterario. Nasce per delegittimare critici d’arte, direttori editoriali o di riviste. È questo trasformare l’ispirazione in azione, la critica in azione, la poesia in riots martellanti e ossessivi, ironici, talmente carichi di significati e citazionismi colti/trash da divenire strumenti sovversivi. Strumenti adatti a colpire la commercializzazione della poesia e la poesia commerciale, imbottigliata come vino pregiato dalla camorra artistica quando invece si tratta di versi poco "di-vini", versi da “facciamoci un ape” destinati a passare come passa una sbronza. Ma l'ambizione del Tardomodernismo è internazionale, non si ferma alla Breccia di Porta Pia della nostra penisola: è una rete globale che azzanna il canone ovunque si trovi, sputando sullo star system istituzionale e sulle sue vetrinette di buon manierismo: “Il nostro nuovo movimento, sfondato l’uscio, ha iniziato a sfornare riots / in Romania, Francia, Albania, USA/UK, Grecia, Iraq e Bangladesh, / sovvertiamo e dissacriamo il κανών, cave canon!, mordiamo senza abbaiare / cinici idrofobi, can che abbaia non dorme, non smettiamo di cantare / tra lo star system di San Remo e le minchiate del Premio Strega...”. Contro questa élite culturale che mercifica l'arte inscatolandola dentro profitti e perdite, il poeta può e deve rifiutare di “calare le braghe” di fronte ai giganti dell'editoria o ai compromessi dei vecchi salotti, e ha il dovere anche morale, di contrattaccare: “...in attesa della mano inanellata del Papa re Cookie / da baciare, io me ne frego, gli stacco con un morso l’anello pisciatorio e lo affronto senza smacchi, / basta, con le % budget, fare comprendere al CEO Mondadori che la collana ha i buchi della Lehman...”. Ora, rivendicando e sottolineando, in questa mia ricezione, il diritto allo sbrodolo, all’eccesso, “ridendo di esserci” e di “essere stata scagliata come Laika”, termino esprimendo il desiderio e l’augurio che questa silloge-malware sia rilanciata così tante volte da provocare una diffusione per contagio, una simil propagazione virale, capace di infettare direttamente i server dello star system istituzionale, violando i canoni più blindati e arrivando là dove nessun altro dirott-autore ha ancora osato arrivare. The mission impossible? Questa nota si autodistruggerà entro cinque secondi, forse 6 vista la lunghezza.

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