La Memoria dei senza nome di Luca Ariano, Il Leggio Editore, nella collana Radici di Gabriela Fantato


Luca Ariano, in questo libro teso e compatto, non vuole limitarsi soltanto ad aprire la sua poesia alla “memoria dei senza nome”. Egli infatti si propone – nel nome di un inesausto slancio etico che ne contraddistingue da sempre anche la luminosa attività critica - di restituire al lettore una compiuta e credibile esperienza degli individui anonimi di oggi, nella certezza che è proprio la conquista dell’anonimato, vale a dire la trascrizione ritmata e fedele delle parole provocate dallo sguardo rasoterra dei personaggi-massa, a poter raccontare e trasmettere squarci lampeggianti, quando non vere e proprie epifanie, di verità. (dalla Prefazione di Alberto Bertoni)

                                                                                                    ***

Conosci bene

il cielo cinerino di Lombardia

che annuncia nevicate;

gli ultimi fiocchi con lui,

negli occhi mescolati

di sgomento e stupore

epoche mai vissute.

Non giocherai a palle di neve

con quel bambino ma forse con lei

mentre farete foto come in montagna

prima che torni il deserto cittadino.

Ti spaventa il vento

che porta fumi di rifiuti bruciati,

piazze arse come rivoluzioni

fuori limite massimo…

l’illusione di cambiare il corso

della Storia: cosa rimasto di monasteri?

Ruderi di eremi dove nessuno

pregherà nei chiostri, coltiverà orti

o bonificherà paludi.

Tu attendi sempre la scusa

per scambiare baci in borghetti

protetti dalla discesa della sera.


***

 

Per mesi attendevi dicembre,

una festa al ritorno:

il profumo di cucina per casa

e la voglia di perderti nelle nebbie.

Dove sono quelle foschie?

Rimarranno solo ceneri

e odori dispersi…

terre che nessuno coltiverà,

acque che nessuno berrà.

Fabbriche consegnate alla storia

da stampanti tridimensionali.

Dove operai nelle piazze?

Forse guerre tra androidi

e nessuno scaverà cercando resti

di accampamenti, truppe di Annibale,

zanne e trofei di guerra.

Domani ti regalerà la sua festa,

non avrai lettere da leggere,

da scrivere per San Giuseppe

ma frasi su messanger

prima che una timida nebbia

ti riporti alla tua stagione.


***

 

 

Vent'anni fa un ritorno in treno

e tuo padre nella vecchia stazione

ad attenderti come di ritorno dalla guerra;

la tua battaglia coi libri di carta

mentre tutto mutava...

Per voi Natale il 23 tra antichi arredi,

specchi, utensili e carta da parati

come foste  in un altro secolo.

Brucia la candela e forse già viveste

un'altra epoca... altre vite,

ma vi perdete in stradine

di ultime compere forzate, regali da scartare

e l'amore pomeridiano fino ad assopirsi

nel calore di pelli ebbre,

di infinite carezze come all'inizio di una festa.

Quale treno prenderà?

L'opposta tua direzione, tu una nuova tradizione

di saluti in Via Martin Luther King

mentre fuori un vento di lupo confonde  la stagione

ma forse è solo tuo padre che bussa

prima di sedersi alla vostra tavola.


La memoria dei senza nome è il terzo atto di una trilogia iniziata con Ero altrove  (2015) e proseguita con Contratto a termine (2018).  In che modo si è articolato il percorso? E questo ultimo atto è da ritenersi la conclusione definitiva del progetto? È da ritenersi come una sconfitta degli ideali precedenti o piuttosto come una nuova pagina da scrivere?

Ho iniziato questo percorso nel 2005 subito dopo Bitume d'intorno che si é protratto oltre un decennio. A dire il vero non è stato progettato, né pensato, né costruito, ovvero è nato quasi per caso, con il desiderio di narrare in versi le vite di alcune persone (poi divenuti personaggi tra realtà e finzione) intrecciandole alle vicende della mia epoca, della mia generazione, ma anche agli eventi storici del passato; infatti secondo me non si può parlare e scrivere del presente senza conoscere la Storia perché spesso alcuni avvenimenti sono legati, hanno concause e sèguiti. Il progetto ad oggi è definitivo, non tanto perché avverta una sconfitta o non abbia più nulla da dire dei personaggi, ma come tutte le storie devono avere un inizio e una fine. Anche i grandi romanzi ed epopee hanno avuto una conclusione, penso all'Ulisse di Joyce o alla Recherche di Proust, così come i romanzi in versi La camera da letto di Bertolucci o La ragazza Carla di Pagliarani. Sentivo l'esigenza di esprimere quello che volevo dire, sempre in versi, in altre forme, con altre voci ed in maniera un po' diversa, slegata dai miei personaggi. Un decennio di scrittura/vita/storia/poetica non è poco. (dall'Intervista di Luigi Cannillo)

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