AIΩN di Mario Fresa (6)


AIΩN di Mario Fresa


Gianluca D'Andrea

Essere o riessere



Lady M.

Chi ci indusse a deridere mentre ti sveli bestia

la terra? Forma d’angelo che avviene e che 

                                                [s’imbestia,

rendi normale l’obbrobrio, preghiera la molestia,

spezzando l’armonia di una natura

che illusa svia la macchia e la paura.

 

Un tuono sbatte e rotola da un angolo di mondo,

remoto si rannuvola, il presente gira in tondo,

lo scroscio lo precipita, lo avvolge, lo nasconde

e ne confonde la misura. Il tempo

allora ruota, tritura, si rompe.

 

Mi portano le lettere, mi spostano ben oltre

il tempo, gli anni, gli attimi, ne restano le ombre

in questo viaggio carico di nulla che si offre

e che conquista. Mostri a me la riva,

la fine che infinita e ferma, vira.

 

Dipingesti per scuotermi un quadro di paura,

tu che non sei immagine ma l’estranea natura,

l’ombra orrenda che anticipa e che piano matura.

Niente è l’amore e la paura è viva,

non dorme il male, il bene è senza vita.

 

È rotondo e desertico il mondo che raggiunge

turbinando in un vortice questa brughiera. Spinge,

nullifica, dimentica, fatale mi costringe

a chiudermi, mutarmi in altro ambiente,

due volte doppia, accesa, indifferente.

 

L’età del ferro è pallida, scolorisce la steppa,

non allatta il capezzolo, nessun gusto ha la zuppa,

morte e vita si scambiano, l’intendere s’inceppa.

La porta un giorno aperta si richiude,

senza scelta lo spazio include, esclude.

 

Lo spazio è un nuovo ordine, delira come un boa

ferito che vuol vivere. Lo spazio morto è il noa,

il senza legge lecito di un ritorno che annoia.

Il desiderio è tana di scorpione,

non può, non più, né slancio né passione.

 

I modi per non essere come sai sono tanti,

alcuni li dipingono nella mente, davanti

i pugnali che assalgono, che annunciano tormenti.

Pertanto sono spettri gli avvoltoi

e schermi senza sguardo. Tu non puoi

 

scostare né respingere la macchia di materia,

perché non è visibile la gabbia che s’inseria

e rende il mondo estraneo, ne svela la miseria.

Prigione è la paura e imbianca adesso

mattine e notti di un passato spesso.

 

Vieni, avanza. Procedere! Perché la vita langue,

torna al male lodevole, sguscia a tal punto il sangue

e macchia irrimediabile la sorte, sonno e lingue,

per questo ciò che è scritto non può essere

riscritto, non può domani riessere.



Commento.
Una voce aspra, cupa, soffocata - proprio come quella che Verdi immaginava per la sua Lady Macbeth - che parla, o meglio ansima e sussurra, torbidamente, nello spazio di un ombroso teatro fantasimale, attraversato da lugubri sembianze, da echi tremendi, da tormentose premonizioni. Un teatro nel quale la stessa musica delle frequenti rime assume un’aria ipnotica, maligna, streghesca, le cui aspre risonanze fanno intendere la presenza di una dimensione altra e minacciosa, misteriosa e tremendamente inarginabile.
Poemetto-canto di fosca e inquietante bellezza, questo lavoro di Gianluca D’Andrea (Messina, 1976), poeta intensissimo e tra i più originali della sua generazione, è ben capace di mescolare, con sagace tensione, la turbinosa violenza del grande dramma scespiriano, la scura e serrata energia dell’omonimo capolavoro verdiano e le estrose invenzioni linguistiche del 
Macbetto di Giovanni Testori. Ma l’intera struttura del micropoema si mostra singolare e perturbata, non solo nella descrizione delle sinistrissime scene, ma anche nell’uso di verbi rari ed estremi («s’imbestia», «s’inseria») o delle stesse inusitate strofe pentastiche. Abbiamo già parlato della presenza delle rime (il cui schema di riferimento, AAABB, è ispirato all'antico modello del Contrasto ciulliano): anch’esse demòniche e devianti, ora interne (lo nasconde / e ne confonde), ora assonanzate (viva / vita), ora anagrammatiche (riva / vira); e sempre immerse nel giuoco di un intreccio sonoro dall’andamento oscuramente spiralico, vicino a una infernale ragna costantemente ingombra di trappole imprevedute e di paurosi cedimenti, di porte segrete e di specchi deformanti, di false uscite e di nere caditoie da cui il lettore è sùbito preso, e irretito, e imprigionato, come se fosse, quasi, calamitato da una sorta di misterica invocazione spiritica. 
Ma pure, la voce-guida del poemetto ci ricorda che è necessario procedere, andare avanti, in questo dedalo-gorgo, in questa infinita e accidentata tenèbra che è la nostra lotta con l’esistente: giacché «ciò che è scritto non può essere / riscritto, non può domani riessere»: un’affermazione che pare, davvero, un supremo atto di sconfitta della nostra vanità di lasciare un breve segno del nostro passaggio; e che diventa, infine, un’immagine vera dell’assoluta impermanenza del tutto, e del suo stesso illusivo, e infrenabile, apparire e disparire.

In alto: 
Avvicinati di Danka Jaworska (Stoccolma, 1976).