Umiltà e letizia

intervento di Giancarlo Sissa alla kermesse faentina Umiltà e letizia (qui un fotoracconto

Simone Weil

Accusare sé stessi è umiltà o presunzione? Da questo e da altri interrogativi muove il mio contributo al tema proposto: “Umiltà e Letizia”. Procedendo per citazioni e frammenti.



Nel Capitolo III della Imitazione di Cristo: la vita interiore si legge:



“CRISTO: Le mie parole … non rivolgere a vano compiacimento; bisogna ascoltarle in silenzio e accoglierle con tutta umiltà e con grande amore.”



“CRISTO: E in due modi io uso visitare i miei eletti: con la tentazione e con la consolazione: e due lezioni impartisco loro ogni giorno: l’una è la riprensione dei loro difetti, l’altra l’esortazione a proseguire nella virtù. Chi ascolta le mie parole e le disprezza avrà un giudice l’ultimo giorno.”



“ANIMA: insegnami a trattar teco degnamente e con umiltà, perché Tu sei la mia sapienza.”



E nel Capitolo IV si aggiunge:



“CRISTO: … cammina davanti a me nella verità e cercami sempre con semplicità di cuore. (…)  le tue buone opere non ti inducano mai a pensare che sei qualche cosa (…) niente di ciò che fai ti sembri gran cosa: niente ai tuoi occhi appaia grande, niente prezioso e mirabile, niente degno di considerazione, niente elevato, niente veramente meritevole di lode o di desiderio se non ciò che è eterno.”



E dunque dell’umiltà si dà testimonianza soprattutto col silenzio.



Nel wuwei la “nonazione” taoista si rivendicano “i diritti del silenzio”, si impone “la libertà dal conosciuto”, che è il presupposto per potersi addentrare nel nudo senza problemi né aspettative, si tratta di ascoltare la semplicità. L’umiltà è forse l’arte di ascoltare e di riconoscersi nella semplicità.

(con l’aiuto di Leonardo Vittorio Arena)



“Il primo silenzio, lungo appena un istante, che si produce attraverso tutta l’anima in favore dell’amore soprannaturale, è il seme gettato dal Seminatore, è il granello di senape quasi invisibile che un giorno diventerà l’Albero della Croce.”

(Simone Weil, Lettera a un religioso)



Perché l’umiltà può rappresentare un inizio di giustizia.

Umiltà come esempio asimmetrico di possibile giustizia.



“(…) si accostò tutto smagrito, così sporco da sembrare abbronzato, un uomo dall’aspetto selvatico, con una bisaccia sulle spalle e il bastone: I suoi capelli non recavano ancora traccia di canizie; non così la barba fulvo-scura che s’era lasciato crescere. Era Jurij Andrèevic Zivago. Da un pezzo, certo, la pelliccia gli era stata portata via lungo la strada o l’aveva ceduta in cambio di cibo. Vestiva stracci non suoi, con le maniche troppo corte, che non gli tenevano caldo.”

(Boris Leonidovic Pasternàk)



Di cosa si lamenta il Dottor Zivago? Di nulla e mai, in nessun passaggio dell’immenso capolavoro di Pasternàk. E di lui, figura cristica luminosa, ci restano una manciata di poesie: la parte asimmetrica della giustizia, quella data in letizia, in pura perdita. Perdersi per trovarsi.



“Tormenta, tormenta su tutta la terra

fino agli ultimi confini.

Una candela bruciava sul tavolo,

una candela bruciava.”

(Zivago)



Una candela sul tavolo. Immagine del silenzio. Per scrivere non serve molto di più.



Eppure:



“Oh, dove sarei mai adesso,

Maestro mio e mio Salvatore,

se durante le notti accanto al tavolo

non mi aspettasse l’eternità”

(ancora Zivago)



Forse la poesia è intelligenza misteriosa e sacra delle cose, del sapere, dell’esserci.



Poesia e preghiera sono percorsi conoscitivi. Verso l’umiltà?



Forse l’umiltà è arte gentile della resa - e la letizia che ne consegue.



 “Sono pieno di debolezze e le accetto con gioia” ha detto una volta il poeta Stefano Iori.



“Un uomo deve avere due tasche nelle quali infilare la mano a seconda del bisogno del momento. Nella tasca destra si devono conservare le parole: “E’ per me che fu creato il mondo”. Nella tasca sinistra le parole: “Io non sono altro che polvere e cenere”.

(Proverbio ebraico, citato da Leonardo Vittorio Arena, “Diario zen”)



Del resto, come sopportiamo la forza spaventosa del Divino? Facendoci umili.



L’umiltà è la porta dell’incontro e del dialogo.



“Non fidarti mai dei tuoi sospetti.”

(Doroteo di Gaza, monaco del VI sec.)



Sospetto e diffidenza sono il contrario dell’umiltà.



“Nell’ambito dell’intelligenza, io considero parte costitutiva della virtù di umiltà una certa sospensione del giudizio nei riguardi di tutti I pensieri, quali che siano, nessuno escluso.”

(ancora Simone Weil)



“Più che essere una cosa sola con il mondo, quel che vogliamo è che il mondo si pieghi alle nostre mire. Passiamo la vita a manipolare cose e persone affinché esaudiscano i nostri desideri. Questa costante violenza, questa ricerca insaziabile che non si ferma neppure davanti alla sofferenza altrui questa avidità compulsiva e strutturale ci distrugge. Non manipolare, limitarsi ad essere quel che si vede, si sente e si tocca: su questo si fonda la felicità …”

(Pablo d’Ors, Biografia del silenzio)



Ma gli umili sono gli ultimi? Le due categorie coincidono?



“Lo wabi caratterizza uno stile di vita, un sentimento di non appartenenza, di separazione e distacco da una società che non comprende l’eccezione e impone a tutti gli stessi atteggiamenti. Non si deve pensare, però, che l’uomo del wabi si vanti della sua condizione: vive in uno stato di povertà, che gli permette di non dipendere dalle cose mondane (…) l’uomo del wabi non lascia impronte, appare fugace come le sue produzioni estetiche, occasionali: la sua stessa esistenza si fa opera d’arte.”

(Leonardo Vittorio Arena, Lo spirito del Giappone)



“Per scrivere, come per vivere e per amare, non si deve stringere ma lasciar andare, non trattenere ma staccarsi. La chiave di quasi tutto è nella magnanimità del distacco.”
(ancora Pablo d’Ors)



Anche L’idiota poi (etimologicamente il “particolare”, il “distinto dagli altri”, lo “straniero”), il principe Myskin, non salva il mondo ma lo turba con la sua bontà, con la sua innocenza, lo inquieta, lo sconcerta, gli toglie arroganza … l’umiltà è rivoluzionaria – come sempre la giustizia coscientemente asimmetrica – l’umiltà è l’intelligenza della semplicità.



“Attraverso i bambini l’anima guarisce.”

(L’idiota di Dostoevskij)



L’umiltà procede forse, a volte, anche dalla tristitia o malinconia, ma conduce certamente alla letizia – perché l’umiltà ci guarisce.



E anche “Il mite diniego di Bartleby ha l’impeto non più solo umile, non più solo mansueto: ha l’impeto che spezza l’ordine delle cose”. Secondo Barbara Spinelli (Il soffio del mite)



La felicità dell’umiltà si chiama letizia – arte della resa.



“… arrendersi con dedizione … sia l’arte sia la meditazione nascono sempre dalla resa, mai dallo sforzo. E lo stesso succede con l’amore. Lo sforzo mette in funzionamento la volontà e la ragione; la resa, invece, la libertà e l’intuizione … i cinesi hanno un concetto per questo: wu wei, fare senza fare … l’unica cosa necessaria per questa resa con dedizione è essere lì, a captare quel che appare, qualunque cosa sia.”

(Pablo d’Ors)



E dunque un congedo e un minimo augurio:



“Que tengas un buen día,

que la suerte te busque

en tu casa pequeña y ordenada,

que la vida te trate dignamente”

(Luis García Montero)



Dignità voce silenziosa dell’umiltà, sorriso di letizia.

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