“Voglio invece esser colto di sorpresa”: su Sotto fasi lunari di Giorgio Casali

Incontri Editrice, 2013, pp. 126, € 12,00

recensione di AR


Questa raccolta di Giorgio Casali si presenta con una copertina brumosa (foto di Daniele Ferrero): una luce solare all'alba (o al tramonto, ma Cartoline sembrerebbe indicare la prima opzione: «… il sole si confida / come fa sul mare, il nostro mare d'erba / di luci quando è giorno sulle strade», p. 99) e alcuni tralicci vagamente distinguibili. Concordiamo con Anna Ruotolo che  in Prefazione scrive: «Non credo di sbagliare se dico che il luz, il nocciolo duro e immortale dal quale sempre si riparte, della poesia di Giorgio Casali sia la luce, in un modo tutto velato e poi subito svelato, in un mondo venuto addosso sempre un po' oscuro e quindi sempre un po' incerto (…)» (p. 12).
L'esergo della cantautrice PJ Harvey è un po' inquietante Death was everywhere (“La morte era ovunque”, a Polly Jean è intitolata la poesia a p. 87: «fai l'amore con la luna e con le stelle / con il palco quando danzi e battimani») ma già la poesia Luce ci dà una chiave per entrare nella poetica di Casali in tensione fra lettura della realtà (spesso non piacevole) e desiderio di un oltre (anche in senso religioso), di un ricercare (termine che indica anche una composizione musicale simile alla fuga, e il Nostro parla anche delle fughe notturne di Delfini nel Trentuno, in Fuga dalla città, p. 97) nelle minime pieghe del quotidiano l'assoluto, nel tempo l'eternità: «Sei la luce che non voglio più guardare, / la speranza che strofina le pareti / della stanza ammuffita e sporca. / (…) / È negli occhi di chi soffre l'amore, / nelle rughe della fronte l'amore. / (…)» (p. 25).
Oltre a questo occhio che filtra e decifra, ricerca e trova, a questo poeta che a volte è un po' sfrontato («… eri bella e timorosa / dei miei segni sulla pelle, graffiti», Segni sulla pelle, p. 69) ma pure capace di ascolto («ci sono cose che devo imparare», Dovremmo sdraiarci una sera, p. 67), che a tratti si nasconde e poi si espone con le parole dirette e ritmate di chi – lavorando in radio – ne conosce il peso specifico e il valore delle pause e il suono delle vibrazioni musicali; oltre a tutto ciò abbiamo un cuore che si confessa e fa della luna il luogo in cui proiettare la propria anima, le proprie pulsioni, le proprie con-siderazioni: «La musica elettronica è il trionfo della noia / molto tipica della classe media / del suo sesso disordinato e industriale / che rischia sempre di estinguersi da solo» (Elettronica, p. 29); «So dove trovarti, luna, / ma preferisco non cercare sul calendario / le faccine mezze piene o piene. / Voglio invece esser colto di sorpresa / appena passata la curva in salita, / spiarti dietro i rami del cipresso / scaldarti col fumo della mia preghiera.» (Avvento, p. 31, poesia che trovo particolarmente luminosa e quasi il polo yang della poesia Notte senza sogni, in cui si invoca un «buio psicofarmaco», p. 36; o a Pieno di benzina in cui si parla di chi perde le giornate  a pensare «in che locale parcheggiare, / in quale poi scopare / senza coscienza del chilometro che scorre / dell'usura angosciante del tempo sui riflessi / dei muscoli e del cuore», p. 46; o a Svampirare in cui il poeta scrive «… solo vorrei misurare / quanto tempo di amore poi rimane/ dal primo attraccarsi dei fianchi / all'ultima parola che annega», p. 50).
La vita è però fortunatamente costellata anche di persone che sanno donarsi ed emanare luce (v. Mia cugina, p. 53), di gioie sorprendenti, di feste e di sorrisi: «Ti porterò sulle macchie lunari / e su e giù saltando per mano da un cratere / all'altro, e qui e là cercando la bandiera / a stelle e strisce americana: / non lo diremo se non la troveremo.» (Macchie lunari, p. 56).
Un'opera da assaporare, ricca di sonorità (sentite come è “rullato” l'incipit di Notte del 7 agosto, p. 103): «Tu fermo al semaforo arrossato / scaricando il rullino di ricordi»), di sensazioni («L'anima c'era nel corpo scivoloso / dove andavo mescolando dei misteri», Colori su colori, p. 92), di immagini («c'addormentiamo per le curve dopo la festa / nel braccio della notte con la luna che scappa / dall'autostrada…», Ritorno, p. 94) ; a volte un po' umorale (come, si dice, la luna), corposa, sensuale («metti la testa nel mio corpo ancora», Ora che sei calda e bagnata di sudore, p. 88), materica e prosastica; altre mistica, entusiasta, luminosa ed orante: «Se almeno tu stasera mio Signore / occupassi per mezz'ora la frequenza / a  te il microfono il mixer la scaletta…» (Verde, a suo modo elegante, p. 95).
Ci piace chiudere questo nostro “giro” (volutamente zigzagante forse anche un po' per sfuggire alle fasi lineari del tempo in cui ci è dato di vivere) fra i versi di Casali con quelli, splendidi, che chiudono la poesia Non esistono preghiere laiche, p. 83: «… pregare / è affacciarsi sulla strada / e chiedere a tutto / tranne che all'uomo / benedizione / e strada / per l'uomo.»
Buona strada all'autore e a chi lo leggerà.

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