Voce che traduce in suono l’umano

recensione di Tessa Bernardi pubblicata ne ilciottolo.blogspot.it



Parlare di poesia non è mai una cosa semplice. Per sua natura, la poesia è soggettiva, intima, troppo personale. Leggere poesia può scatenare, anche nel medesimo lettore, sensazioni molto diverse tra loro a seconda dei momenti, degli stati d’animo, dei luoghi. Ci sono poi, però, poetesse e poeti capaci di raggiungere una sorta di annullamento delle forze in gioco, il “punto abarico” che dà il titolo alla silloge di Angela Caccia, un punto in cui lei, autrice, fa sedimentare il pensiero come “acino di sole”, mentre io, lettrice, non manco di scoprire una voce affine, una voce chiara che profuma di terra, di mare e di vento, una voce che trova parole a me solo momentaneamente aliene per tratteggiare emozioni che risultano immediatamente familiari. È una voce, quella della poetessa, che esprime qualcosa che l’umano sa di avere dentro e lo traduce in suono, ma ancor più in regalo. “C’è un paese in me / che non conosci / periferia / fessure di cielo / Si dimena / un vento di conchiglia che / maledice le sbarre”.

Questo “paese” sembra sempre ribellarsi al silenzio, al dolore e alla perdita di una madre, di un cane o di un naufrago, lotta contro quella prigione-conchiglia che deve rassegnarsi ad abitare per iniziare a vivere davvero, sogna ali, o illusioni di dorsi d’uccello, e dipinge scenari su cui librarsi con penna e foglio dopo aver metabolizzato la sofferenza: “dovrò sostare nel tuo vuoto / per sgamarti / poi ti sfebbrerò sulle ginocchia / saremo amici / e ti darò un nome.”
Ecco, è in quel momento che la vita risorge con forza impetuosa e riempie gli occhi e il cuore di bellezza assoluta. Ogni alba è un miracolo “e accorgerti che / i passeri / già prima di te / la aspettavano”, i tramonti sono una benedizione e il volo di un uccello, il suo “ghirigoro” d’inchiostro nel cielo di maggio, puntato da chi ha imparato a osservare dalla finestra del proprio essere, è tentazione e metafora di una voglia di vivere ed essere liberi di celebrare la vita con una preghiera poetica che supera la morte e la natura terrena dell’uomo, e vuole imprimersi nella pagina:

Si fa fiume la pagina
schizzi le sillabe
guizzano
tra l’erba e i rami
scoiattoli di parole.

Il letto d’acqua
si raddoppia del mio cielo
nel paese che mi abita

sulle sponde
ranuncoli di pensieri.

Di nuovo quel paese di parole, quel regalo che la poetessa fa ai suoi lettori sapendo che la sua anima sarà altro, “altrove / nell’incavo di mani più grandi”.

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