Nota dominante: la pietas (su Il tocco abarico del dubbio)

recensione di Franca Alaimo pubblicata ne ilciottolo.blogspot.it


La lettura della silloge di Angela Caccia Il tocco abarico del dubbio consegna alla memoria, più ancora dei contenuti, la qualità di un linguaggio spesso innovativo, alto ed elegante al cui ritmo la metafora appare una necessità del tutto intrinseca. Ogni verso ha quella forza perentoria  di un’affermazione a cui si può giungere solo dopo un’analisi attenta di tutti i frammenti del proprio esistere e dell’esistente in genere, così come appaiono in quel flusso perenne che scorre dalla vita verso la morte. L’autrice si sofferma spesso su questo enigmatico limen, infittendo la sua narrazione poetica di cose e persone scomparse, di assenze che  ne frammentano il presente, di attese dolenti e coraggiose, fino ad immaginare la propria morte come un volo dalla “gabbia di carne” finalmente aperta. 


Proprio sul dubbio di questa sospensione esistenziale si incontrano e qualche volta si sovrappongono la sfera personale e quella pubblica: così, per fare un esempio, le morti degli extracomunitari mai approdati e inghiottiti dalle acque del Mediterraneo  (Lì dove sei, pag. 21 e Nello sguardo di chi resta, pag. 20) si prestano ad una riflessione a tutto campo, che aggiunge alle implicazioni politico-economiche di queste recenti tragedie quelle etico-esistenziali determinate dal difficile piacere del dubbio// che sia finta la frontiera su quel crinale/ se chi muore chiede conto /della propria morte a chi resta.

Il lavorio formale rappresenta probabilmente anche uno strumento di decantazione del dolore. Fra il sentirlo e lo scriverne è necessario per l’autrice (ed il pensiero va alla poetica foscoliana) un lasso di tempo che lo metamorfizzi  come in un processo alchemico capace di trasformare la sua pietra opaca in oro, scintillante come un acino d’uva. In questo modo ricerca interiore e ricerca formale si illuminano reciprocamente e ogni avanzamento poetico diventa anche un avanzamento conoscitivo e auto-rappresentativo.

Angela Caccia allude spesso a questo suo metodo di lavoro e non solo attraverso le metafore. In uno dei  suoi testi in prosa, che qua e là si alternano con quelli poetici, scrive: “Chi crede che il fare poetico sia un fungo che in una sola notte si sparge sull’ombra della pietra non conosce l’uva, e quanto tempo impiega a farsi acino di sole”.

L’indagine conoscitiva del proprio sé è portata avanti anche attraverso l’osservazione della natura, che solo talvolta dà vita ad epifanie di bellezza, ma il più delle volte rappresenta la proiezione del mondo interiore dell’autrice, pervasa com’è dalla stessa pena del transeunte, dallo stesso destino di morte. Anche la presenza di Dio è filtrata attraverso la malinconia del cuore, e della Sua storia di relazione con l’umanità viene soprattutto messa in evidenza la passione della croce, la stessa che tocca ad ogni creatura.

Se una nota, allora, vogliamo cercare che sia dominante nel lavoro poetico della Caccia dobbiamo identificarla in quel sentimento della pietas che annoda insieme vivi e morti, la natura e l’uomo, la sfera dei sentimenti e quella della ragione entrambe travagliate. A chi, infatti, le chiede quale sia il senso della vita, l’autrice risponde di avere “mille risposte e nessuna”, ma porge l’invito a restare insieme per guardare sorgere l’aurora dopo “l’ultimo spicciolo di notte”.

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