Su gli occhi, la voce di Brunella Bruschi

recensione di Vincenzo D'Alessio

Caro lettore che avrai tra le mani la raccolta poetica di Brunella Bruschi che reca il titolo: gli occhi, la voce (FaraEditore 2015), il tuo compito non sarà lieve nel contenere durante la lettura l’amore, l’empatia e il calore, che la matura poetica trasmette. Non sarà facile raggiungere dal verso: “tu mi dicevi di lasciar perdere la poesia” (pag. 15), al verso: “solo il mito ci spetta, voce senza parole” (pag. 134) gli occhi e la voce della poeta scomparsa ai primi giorni di marzo di quest’anno.
Gli occhi che desiderano la luce per sempre. La voce che desidera trasmettere la forza della nostra anima agli uomini, alla Natura che ci circondano. Una disperata corsa prima della fine, uno scritto che duri più del sasso che ricorda il nome ai visitatori dei cimiteri. Noi cerchiamo di sopravvivere alle fauci dolorose della Morte. Noi affidiamo alla Poesia la nostra vera identità di uomini soli, diversi, profeti.
Il pentagramma che forma la raccolta ha cinque note sulle righe: “gli occhi, la voce”, “mai dei miei giorni”, “segreta”, “l’assolo del cielo” e “quando ”. Negli spazi le quattro stagioni della vita. La più cara resta l’infanzia: dolorosa, arsa dal desiderio di luce, mai completata: “consegnai il compito con disagio / con la coscienza di aver copiato / non c’era la mamma / ma una zia senza amore / una casa elegante ma senza occhi / nemmeno la voce amica di una chitarra / mi risparmiava il silenzio / che sottrae allegria e gioco / persino il piacere di appartenere a una scuola” (pag. 37).
Partiamo da questa profondità condivisa, lettore, perché le infanzie formano le note più alte del vivere insieme, della Civiltà di un popolo, della fragranza dei doni dell’esistenza. Bruschi conosceva già il male che l’attanagliava, conosceva il dolore delle flebo della lunga cura, l’irriverenza del dolore che ci rende formiche claudicanti. Non si è mai arresa: “(…) la musica sempre incompiuta / come il silenzio cum tucte le sue fioriture / che non si arrende e resta inconsolabile…” (pag. 82). Lei oggi è viva e musicale nei versi di questa incompiuta raccolta perché spetta a noi, a coloro che leggeranno dopo di noi, completare l’armonia che la governa.
Potrei, seguimi!, riprendere come in un mosaico policromo tutte le minuscole tessere della poetica: moltissime similitudini, diversi ossimori, l’enjambement ricorrente per dare vigore al verso, assonanze diffuse, qualche timida rima, il corpo versatile delle composizioni quasi uno spartito di vivaldiana memoria, non da Requiem: “(…) mi plasma questa musica di visivo silenzio / mi estendo negli arpeggi, nei vocalizzi, / che ascoltano il cuore” (pag. 66).
Emergono gli occhi come fonte del volto; la voce come suono dell’anima; il racconto come voto di fiamma per la Memoria; l’immaginazione come essenza, esistenza, speranza, musica; la profondità dell’abisso, la fonte della nostra e della sua esistenza come sangue che defluisce e non torna nel suo alveo; il tempo svuotato della sua corsa come: “(…) in questo orizzonte / in cui pietà, compassione, rettitudine / non sono una cosa sola / la paura vedere il mistero che affiora / il segno che non si è avvezzi / a veder trasparire” ( pag. 119).
Pentametro eolico questo di Brunella Bruschi dove il ricorrente occhi-voce accompagna te, caro lettore, lungo la sua armonica esistenza nel Secolo appena trascorso. La Storia si affaccia, attraverso i versi, nei nomi e nelle opere musicali: Maria Callas (1923-1977) e la Tosca di Giacomo Puccini (pag. 61); Vermeer (XVII secolo) e la Ragazza al virginale (pag. 63) e Pablo Picasso (1881-1963) (pag. 76) e le opere pittoriche di entrambi lasciate in dote all’Umanità. Gli spunti di attualità sono tanti e saranno i testimoni futuri per chi si accosterà alla disamina critica della raccolta.
A noi, oggi, spetta raccogliere tutta la forza creativa che promana da questo libro di carta, da questo testo poetico, affinché divenga parte di noi e ci renda più forti nel viaggio intrapreso. Gli occhi della Ragazza al virginale, riprodotta sulla copertina della presente raccolta, invocano l’ascolto in una sequenza musicale appena soffusa nel candore delle labbra socchiuse.
Mi permetto di prendere in prestito le parole dalla prefazione a questa raccolta redatta da Alessandro Ramberti: “Il poeta (la poeta, ndr) ha antenne profetiche, è voce messa in tensione mobile, inquieta e perlustrante da quella nota insondabile, da quella luce abbagliante eppure spesso a noi stessi, che segretamente la alimentiamo, invisibile”(pag. 10).


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