Su Quaderno di frontiera di Gabriella Bianchi

FaraEditore, 2014

recensione di Vincenzo D'Alessio




http://www.faraeditore.it/html/siacosache/quadernofrontiera.html

Quanti anni occorrono per comporre, elaborare e produrre una raccolta di poesie? La risposta la lascio al lettore (quelli che riescono a leggere poesie: pochi, purtroppo!) che avrà l’opportunità di avere nelle proprie mani Quaderno di frontiera di Gabriella Bianchi, uscito presso l’Editore Fara di Rimini quale migliore produzione poetica presentata al concorso Faraexcelsior 2014 che prevede come Premio la pubblicazione dell’opera. Una vera fortuna, in tempi difficilissimi come quelli che viviamo, dove l’economia scarseggia anche alle “Fonti del Clitunno”.
Il dualismo esistenziale è il binario dove scorre, lentamente, la locomotiva della memoria singola, e collettiva, dell’Autrice: “Nella mia infanzia c’era solo il treno / e qualche bicicletta arrugginita” (pag. 29). All’apparenza un viaggio negli Inferi: “Rilke è il mio cuscino, sostiene / le ore pesanti del tardo pomeriggio / quando è socchiusa la porta degli inferi” (pag. 35). Chi vuole riportare dagli Inferi? Quali persone amate vorrebbe riavere accanto nella quotidianità? Basterà la voce suadente dei versi della Nostra a ingannare i custodi dell’Aldilà?
Vorrei avere tante certezze per sconfiggere il dolore che attanaglia dall’inizio questa raccolta e che dipanandosi dalla singola anima della poeta raccoglie la Speranza ancella dell’Umanità da millenni: “(…) Sento il battito del cosmo / mentre respiro l’aria marezzata, / prima che il traghetto torni” (pag. 32). Caro lettore, germoglia in noi la sostanza della Divina Commedia dantesca dove Caronte trasporta il vivo nella terra dei defunti e nel contempo il profondo credo della religione Cristiana: Cristo unico uomo a resuscitare dai morti e salire al Cielo. Cosa ci sostiene mentre aspettiamo in questa durissima quotidianità il nostro God (Dio)? : “(…) Le suore anziane dalle spesse lenti / lavorano d’aguglia e di pazienza, / le novizie scrutano la neve / sui valichi dell’orizzonte / e si inarcano al sole come gatte. / La notte beve il giorno / fino all’ultima goccia / e accende l’inquietudine” (En attendant Godot, pag. 28).
Caro lettore comprendi che la poeta non ha realizzato soltanto un quaderno di versi, costato fatica, che sia orpello ai suoi giorni: no! Ha voluto raccontarci, ed è una favola antica bellissima, l’inquietudine che spesso definiamo angoscia, che vigila nell’animo di ogni essere vivente. La madre, il padre, la periferia dove si nasce, la città che minaccia, gli oggetti, i profumi (delle mele cotogne), il camino che parla, i piedi scalzi della sua gente, ripresa anche dai grandi maestri del Novecento come: Pierpaolo Pasolini, Ermanno Olmi, Davide Maria Turoldo, appartengono forse solo a Gabriella Bianchi? La mia risposta è no! Il lungo viaggio nel tempo al quale la poeta ci chiama è sincero, difficile, doloroso, carico delle memorie colettive, in un vagone letto dove i compagni di viaggio sono i libri (tesoro inestimabile), il poeta Rainer Maria Rilke come cuscino, e i poeti Sandro Penna e Jorge Luis Borges come testimoni del matrimonio dell’anima della Nostra con il conduttore del treno: il Tempo. Tornano alla mente i versi di un grande poeta del Novecento, appena trascorso, che ben si agganciano a quelli della Nostra: “Se non dovessi tornare, / sappiate che non sono mai / partito. / Il mio viaggiare / è stato tutto un restare / qua, dove non fui mai” (Giorgio Caproni, Biglietto). I maestri della critica insegnano che diverse sono le interpretazioni condotte sui testi poetici a seconda della sensibilità di chi si accinge a compiere questa analisi. L’empatia è una delle bisacce delle quali si munisce chi nel percorso della poetica di un Autore si incammina. Alla fine del viaggio l’incertezza, su quanto si è scritto, somiglia alle dune del deserto che cancella con l’aiuto del vento le tracce.
La raccolta della Bianchi è carica di infiniti stimoli e richiami all’attualità. In modo particolare alla profonda crisi spirituale alla quale è giunta la cristianità dopo due millenni di distanza dalla morte del suo fondatore. Le certezze iniziali sulla vita ultraterrena sono sparite, poiché l’organismo partito dai Dodici è stato lacerato dal suo peggiore nemico: il Potere! La poeta affronta con forza d’animo il dualismo che attanaglia da allora il cristiano, cogliendo l’occasione della morte della madre nell’ospedale accostando l’evento al racconto di André Gide della ragazza cieca che riacquista la vista: “(…) I medici prendono il posto / di Dio, / addormentano i pensieri / e saccheggiano senza pietà / i piccolo tesori dei pazienti. / Nel corridoio vagano / particelle d’anima, / quanto resta dei "numeri" / che hanno abitato lo stretto recinto / dei letti bianchi” (Sinfonia pastorale all’ospedale Silvestrini, pag. 37).
Lo stesso confine (rotaia del viaggio) compare in un’altra splendida poesia a pag. 22 : “Il refettorio ha grandi finestre / sul giardino / e profuma di pane. / (…) Fuori dal portone serrato, / i fagotti di stracci / gettati al suolo / dagli extracomunitari affamati, / intralciano i passi ai religiosi. / (…) I laceri siedono a terra / appoggiati al portone chiuso / da catenacci.” 

Caro lettore ho affrontato solo alcuni dei temi che la poeta ha trattato nel suo quaderno di frontiera. Ce ne sono tanti altri, tante emozioni, tante gioie e tanti dolori narrati alla perfezione, cantati con voce limpida in versi. Un canto che si arrende quando si volge al passato. Quando cerca in ogni modo di guadagnare la stabilità che quel mondo vero le ha insegnato. Comunicare oggi a noi questi insegnamenti: chi ascolta, chi è in grado di abbracciare “la materia dei sogni”?
Il viaggio in compagnia di Gabriella, per noi, termina qui. Come tutti i visionari, coloro che nella bisaccia del viaggio portano la dignità, anche per la nostra poeta l’artificio che si sviluppa dai versi farà compagnia ai viaggiatori nel tempo che verrà in mezzo agli uomini.

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