Su Il bianco delle vele di Franco Casadei




Raffaelli Editore, Rimini, 2012
prefazione di Antonia Arslan, postfazione di Stefano Maldini

nota di lettura di AR

<i>Il bianco delle vele</i>La voce di Franco Casadei è sobria eppure trasmette quella intensa partecipazione alla vita, quella capacità “clinica” di vedere la realtà, di condividerla fraternamente e con quello sguardo inconsueto, meravigliato e sorprendente che solo i poeti hanno: “siamo malati dentro, / grano infecondo che non spiga. / Mischiata alla luce, innata / c'è una pulsione torbida nel cuore.” (da La ferita d'origine, p. 21); “Infitto nel mio perimetro di spazio / – nell'interstizio del tempo che è la vita – / alterno franamenti a voli. / Ci sarà un'orbita imprevista, / dopo questo viaggio, / un punto non mio che resista?” (da L'illuminista, p. 24)
L'empatia, l'umanità, l'afflato religioso-spirituale e a tratti mistico (“non mi basto più // tutto spinge fuori”, troviamo in Più in là, p. 35; “chi regge la terra è il cielo” afferma il Nostro ne L'origine e il segreto, p. 40), la semplicità data dal togliere il superfluo, dallo smascherare l'apparente, per esporre al lettore (con grande rispetto) emozioni intime e segrete, domande esiziali come quelle sul fine vita (nota giustamente Arslan che queste poesie sono  “in continuo dialogo con la morte”, p. 6), rivelano in Casadei un autore che colpisce nel segno con l'umiltà di chi ha una ricca esperienza di vita e un grande bagaglio di letture (anche di poeti non noti ai più, come il grande cappuccino romagnolo Agostino Venanzio Reali): “Partorito da una terra ferita, / mi hai fatto umano / e così mi ami e vuoi / con tutta l'argilla e la paura” (da Mi hai fatto umano, p. 31); “scalfisci la pietra, / la mia, / dai forma al sasso // lascerò spiragli” (da Il duello, p. 32); “Quando a fine stagione la cicala / raschia gli ultimi resti dell'inedia, / c'è sempre una foglia avvinta al ramo / una vita in bilico fra qualcosa e niente” (da Fra qualcosa e niente, p. 34). La struggente poesia dedicata ai fratellini, Bruno e Rosalba, ci rivela (si veda l'acuta e perspicua postfazione di Maldini), un poeta dal "doppio sguardo”: l'uomo di fede sa che c'è sempre una vertigine che incombe, una cesura fra reatà e mistero, fra colpa e grazia. Bellissima ed emblematica al proposito la poesia che chiude il libro di cui riportiamo la seconda strofa: "dalla curva dolce dei binari / apparirà dal nulla all'improvviso / quel treno / con gli occhi opachi / e il suo fischio acuto” (Quel treno, p. 62).
La morte è un fischio annebbiato, uno sguardo per ricapitolarsi (in Cristo, direbbe san Paolo) e dire grazie (così nell'ultimo verso si accomiata l'Autore).


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