Su Le parole agre di Narda Fattori

L’Arcolaio, Editore, 2011

recensione di Vincenzo D’Alessio (v. anche la recensione di Bruno Bartoletti)


Immaginate di camminare in pieno deserto, accompagnati solo dall’eco del vento che scompone e ricompone le enormi dune di sabbia, con poca acqua e poco cibo, poche forze per continuare: le parole che vi uscirebbero dalle labbra screpolate sono le stesse che trovereste nella raccolta poetica “Le parole agre”, della poetessa Narda Fattori. Una tessera poetica che si aggiunger alla vasta produzione della poetessa romagnola, che nel corso della sua carriera di “maestra”, come sono stati definiti grandi maestri del Novecento: Gianni Rodari, Danilo Dolci e Mario Lodi, ha dato molto ai giovani studenti e alla Scuola Italiana.

Questa raccolta, divisa in due emisferi “Le parole agre “ e “Frammenti di anatomia”, compie un viaggio profondo nell’uso della parola poetica, utilizzata per tanti anni, maneggiata con cura, con intensa ironia di fronte al dolore, rifacendosi alla lezione del Nobel Montale: “Non chiederci la parola che squadri da ogni lato / l’animo nostro informe”. I versi della Fattori incedono verso il lettore vestiti di un mantello pesante, come vestono i beduini del deserto, per offrire il fresco durante il giorno, assolato, e il caldo durante la notte, gelata. L’amaro della parola è l’erba da masticare per appropriarsi della forza d’animo capace di superare l’arsura dell’esistenza:

“(…) Io mi riempio la bocca di parole sensate / (…) un impasto azzimo a nutrimento”.

Tutta la presente raccolta vibra nel dialogo tra il poeta e il suo viaggio. Il silenzio fa rimbalzare l’IO in ogni componimento:

“(…) io rubo a mazzi i raggi di sole / per scaldarmi sottopelle i giorni bui” (pag. 66)

“Io sono un nido alle prese con la bufera” (pag. 102)

“Io sono la ladra depredata” (pag. 104)

“Sono la donna di poco pregio” (pag .105)

I richiami al percorso cosciente della memoria, come interprete delle energie degli altri uomini, è versificato in modo splendido con assonanze; onomatopee (“bla bla e ble ble”, pag. 21); rime interne; l’anafora della stessa parola “IO” presente nei versi o come nella poesia a pag. 105 Donna di poco pregio; la sospensione temporale, utilizzata con un lungo tratto nero, come capoverso o ripresa del verso; la rima con accenti e metafore veicolate dalle liriche di Giovanni Pascoli come l’uso del vocativo (vedi pag. 64). Strumenti e parole poetiche sanno di un lungo esercizio di scrittura, di innumerevoli esperienze critiche di fronte alle poesie di altri autori, anche contemporanei. Infatti i versi della Fattori non sono soltanto il veicolo per rilasciare al lettore le sensazioni del Novecento Italiano, ma sono intrisi della materia prima di altri Autori che continuano la tradizione letteraria con la produzione poetica dei nostri giorni:

“Sono la moltitudine che bela / poco mansueta ma ben all’interno del gregge / poco pensare scarse parole alte suonate / senza visione nella nebbia dei riflettori / aspiro dentro un io di latta lucidata” (pag. 99).

L’eleganza del verso, l’ironia concentrata per offrire al lettore attento, la frescura dell’oasi nel deserto, raggiunge il culmine nelle poesie-racconto, quando la mimesi prende posto nella “sinapsi” cerebrale e recita la lunga Storia di ogni essere umano:

“Mi ricorderai forse nonna smagliata / che narrava di principi e di fate / mentiva per farti forte e sognatrice / se non hai passioni e sogni grandi / resti all’anagrafe solo un rigo nero” (pag. 42).

Questa poesia, come l’esergo dell’intera raccolta, reca la dedica “a Isotta”.

Un cammino umano nel deserto degli uomini. Una voce che innalza “parole agre” per reggere la fiaccola dell’Amore. Mi permetto di avvicinare i versi della Nostra a quelli della poetessa Alda Merini quando canta nella sua poesia:

“Padre, se scrivere è una colpa / perché Dio mi ha dato la parola / per parlare con trepidi linguaggi / d’amore a chi mi ascolta?” (Mondadori, Poesie, 1998)

Finalmente la ricerca della Fattori trova un momento di riposo nella “parola”. Un attimo soltanto. Ma è utile per il decoro del verso, per la sinapsi del resoconto. Un punto d’inizio per chissà quale arrivo. L’enigma dell’Umanità: dove conduce il nostro viaggio ? Chi ci accompagna ?

Per la Nostra è la parola poetica, la compagna fedele. Proprio come nel deserto il cammello per il beduino. Il cielo e la terra non hanno molte risposte da dare a chi cerca le verità nelle lacrime:

“S’è fatta notte inquieta nel paese / trasecolo in questa radura di silenzio / (…) ogni traccia del viaggio è scomparsa / (…) Qualcuno mi dica dove sono giunta” (pag. 43).

L’incerto vibra nei versi della Fattori e non si spegne. L’Io poetico cerca compagnia, parlando ad alta voce con se stesso e con l’universo stellato, si autodefinisce come in confessione depredato e miserabile. Tenta in continuazione nuove strade per nuove risposte:

“Donna di poco pregio / che gli incanti legge / e tutte le miserabilia sull’omero sorregge” (pag. 105).

Riporto a conclusione della lettura, di questa bellissima raccolta di Narda Fattori, un passo della prefazione curata da Ivano Mugnaini:

«Come a voler confermare a se stessa e al lettore che il vero senso delle parole, forse il solo senso possibile, è quello di provare a dare misura a ciò che è intimamente indefinibile, costantemente mutevole e sfuggente. A ciò che parte dal vero, dolorosamente autentico come una fitta d’amore o di dolore, arriva a colpire il cuore, inarrestabile, tagliente, e una volta giunto al livello razionale, a quel “cervello sconvolto di sinapsi”, è già un’altra cosa, una cosa altra, aliena, inafferrabile.» (pag. 10)





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