IL BAMBINO E IL CIELO: la poesia contemporanea

di Vincenzo D'Alessio

Stanotte sono incantato dalla luce immensa della luna piena: luce riflessa del nostro sole acceso sull’altra metà del pianeta. Sono ospitato nell’eremo dedicato all’Arcangelo Michele, a milleseicentocinquantasette metri sul Golfo di Salerno, a rinnovare il mio legame tra terra e cielo. L’altare dell’universo è fitto di stelle. C’è una Poesia nel vento che accarezza i germogli viola dei faggi, bassi cespugli che nascondono le pietre grigie della cima. Come posso dormire con un silenzio tanto forte che scuote tutti i miei sensi? Che cosa racconta questo tremolio di luci nella valle, nell’oscurità che quassù regna sovrana? Chi siamo noi, uomini, in questo luogo lontano dalle nostre città ?
Ho freddo, fa freddo, piango senza far rumore; recito una poesia nella mente, L’Aquilone di Giovanni Pascoli: “Oh! te felice che chiudesti gli occhi / persuaso, stringendoti sul cuore / il più caro dei tuoi cari balocchi! / Oh! dolcemente, so ben io, si muore” – anch’io in questo momento ascolto la dolcezza della scomparsa, la tragedia che ha toccato la mia stessa carne, il verso che mi unisce: “fanciullezza” senza tempo che scomparirà con me:” Occhi aperti / è ora di partire il cielo / è dietro la stanza / i monti si dissolvono / e il contatto svanisce… / e il terriccio / peserà sul viso/” (A. D’Alessio, Poesie ritrovate). Ho più freddo. Non rientro. Ascolto il silenzio della Poesia.
Nell’oscurità le luci si muovono come occhi di animali notturni, puntini che si spostano, uomini che vengono divorati dagli schermi televisivi, dagli inganni pubblicitari, dall’immoralità struggente del benessere personale. Dall’alto non distinguo gli ospedali, la stazione ferroviaria, dove dorme in un sacco a pelo il mio amico Giuseppe, grande musicista, che ha perso moglie e figli in una tragedia: ha freddo anche lui: avrà mangiato oggi?, gli portai una poesia e lui sorrise. Poi mi disse: – Hai una sigaretta?
La sofferenza non ha adepti. Nessuno sceglie volontariamente di soffrire. L’esistenza è sopravvivenza quando ti mancano gli affetti, un fuoco che ti divora e che chiamiamo Amore. La Poesia dà sollievo al cuore. Il corpo, nello stesso momento cerca “il balocco” che più ama: un cuore dove il dolore non lo raggiunga.

La pietra sulla quale siedo è fredda, sempre più rigida. L’unico calore sono le lacrime che mi solcano le gote e si asciugano al vento. Quante stelle nel firmamento, quanto silenzio! Eppure l’amico scienziato mi dice che l’energia delle stelle emette un ronzio che solo i grandi telescopi riescono a percepire. Questa energia lontana di corpi incandescenti, forse esplosi milioni di anni fa, e divenuti buchi neri oggi arriva a noi. La Poesia fa lo stesso, e ci commuove con il suo ronzio, nella lingua che gli uomini hanno sempre chiamato: versi.

Penso ai milioni di versi che ho letto in questi anni della mia esistenza. I nomi dei poeti che ricordo e non ricordo, ma i loro versi emergono come la luce stellare a illuminare la mia solitudine notturna, i miei morti: “Hai ragione, il tempo se ne va, / il tempo ha fretta di ripetersi ogni volta” (L. Fontanella, Saudades) . “Non mi basta il domani, io voglio la durata / abituarmi agli anni, andare alle nozze dei figli / e in questa notte di bestemmia anche alle loro tombe” (E. De Luca, Preghiera di un soldato di notte). “Essere creatura dell’Amore, / essere questo cuore per udire.” (C. Viviani, Silenzio dell’universo). “Ho deciso che il tempo non passi. In tuo onore. / Che non passi di qui e si fermi di sotto – dove gli uomini – / chiacchierano seduti liberamente. Amore mio” (M. Gualtieri, Poesie). “e / nei pazzi giungerà l’universo, / quel silenzio frontale dove erano / già stati” (M. De Angelis, Questi succhi).

La poesia, oggi , mi aiuta a vivere. La poesia che leggo mi aiuta a sentirmi vivo. La poesia che ascolto, recitata dalla voce fresca di Roberto Benigni, mi carica della fiducia che per l’Umanità c’è un domani. Senza refusi. Senza indifferenza. C’è più di una possibilità che l’Universo non diventi triste, che sorrida insieme al sole che si riflette, in questo momento, nella luna e s’innamorano da milioni di anni; anche quando non ci sarò più, e questa pietra, posta così in alto, consumata dal vento, non ricorderà il mio nome. La poesia ha superato le guerre, ha incontrato il dolore e lo ha trasmesso ai giovani di questo nuovo secolo, ai poeti giovani che hanno racchiuso nei loro cuori “il balocco” che li unisce al cielo: “È amore soltanto se fa male / (…) scende grande nel sangue, / più vicino al mistero / (…) la vastità di una sola riga, / che perfetta – nel buio – si completa” (L. Artioli, Il lato freddo del cuscino). “seduta sull’ultimo raggio di sole / guardo lontano / è luce il tarassaco / sul ciglio del vento” (E. Dente, Dondola l’io maldestro e stanco). “(…) ma il fascino / è nel silenzio che ci porta a pensare” (D. Cipriano, In paese) . “perché la realtà è ben’altra / è un torrente / lungo / lungo / tanti eterni” ( A. Gnerre, La sera).

“Il pensiero sta / sospeso nell’enigma: / (…) lasciando ai fotogrammi dello spirito / la vera impronta di chi sono” (A. Ramberti, Genesi) . “C’è UNA radice, non urla nei sensi./ Non ha figura e forma / (…) Adesso / l’inizio alto appare: / la nudità completa / senza gioco e contrasto” ( M. Sannelli, Monologo, dallo pseudo-Dionigi). La notte che ho trascorso va rischiarando al giorno. Tutta l’aria è turbata dai raggi che attraversano i cieli circostanti, mentre scompaiono le luci delle città. Il vento non ha smesso di raccontare alla mia anima il dolore dei morti che hanno conosciuto questo luogo e stentano a tornare. Le loro voci sono i versi del racconto. Versi vivi di persone scomparse. Poesia che celebra la vita, senza pane, senza acqua, solo nell’odore prigioniero della memoria nel cuore che pulsa, sottoterra e dentro di me. La Poesia è vera e sincera. Mi abbaglia il nitore dell’alba. Dal lungo freddo della notte emergo, ancora una volta, assieme al sole che scalda: “M’illumino / d’immenso” (G. Ungaretti, Mattina).


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