Trovo nelle poesie della Sequenza di dolore di Rosa Elisa Giangoia ancora palpitante la sofferenza, quel filo rosso indicibile che unisce quanti hanno perso una parte della loro stessa vita.
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In un intenso lavoro che ricuce la memoria alla preziosità del dono esistenziale attraverso la fatica del quotidiano, sempre vissuto assieme, l'autrice ricalca gli ultimi momenti come se fossero attuali nella poesia e nel ricordo, eppure anche essi – per fortuna – destinati a passare: non c'è più qui e ora, semmai sempre e mai si abbracciano.
Nei testi asciutti e densi, scritti con perizia e carichi di espressività, domina una malinconia che mi richiama alla mente l'immagine dell'artista che continua a creare le sue opere senza più lo scopo per cui realizzarle.
Il tono della poesia è austero e misurato, quello di chi ha una fede quotidiana e concreta che non permette di cadere nella disperazione, ma neppure di nutrirsi di facili illusioni.
Il paradosso della poesia è che “le parole sono il nostro limite”, il limite dell'espressione e della parola che, da strumento e consolazione, diventano muro invalicabile, arnesi spuntati inutili a scalfire la pietra sepolcrale che ci separa dall'altro. E per quel poco che ormai serve, la poesia serve a noi. Ad aggrapparci, per quel poco che ci resta, all'oro stupendo rimasto in fondo alla nostra esistenza, dopo il vaglio tremendo del nostro crogiuolo personale: “Bisogna prendere dalla vita / le parole per dire la morte / che non ha parole”.
Ringrazio l'autrice per avermi ricordato lo stupore e la dignità umana di una morte attesa in modo vigile e consapevole, né combattuta né rassegnata: “il tuo esercizio per diventare / capace di morire”.
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