Su Il paradiso degli esuli di Gabriella Bianchi


recensione di Guido Passini

pubblicata in respirandopoesia.altervista.org

Gabriella Bianchi è nata e vive a Perugia, dove lavora come aiuto-bibliotecaria. Ha pubblicato quattro libri di versi: L’etrusca prigioniera, Canzoniere, Giardino d’inverno e Cartoline da Itaca, quest’ultimo vincitore nel 2005 del premio per inediti umbri. Ha vinto alcuni primi premi: “Insula Romana”, “Francesco Mauri”, “Giorgio Byron”, “Un solo mondo” e “Vittoria Aganoor Pompilj” (quest’ultimo per la prosa). È presente in varie antologie nazionali:
Poeti per posta Rai Eri 2004, Un mare di cento haiku 2006 e 2007; Il segreto delle fragole, Lietocolle 2007 e 2009; Verba agrestia: il sogno, Lietocolle 2007; Luce e notte, Lietocolle 2008; Vicino alle nubi sulla montagna crollata, Campanotto 2008; Retroguardie – antologia poetica (Limina Mentis, 2009).
Ha collaborato alla rivista «Nel verso» 2007 e 2008, Lulu editrice. Un suo testo è presente nella rivista «Poesia» (novembre 2008) e altri sono stati inseriti da Maurizio Cucchi nella rubrica “Scuola di poesia” de «Lo Specchio de La Stampa» dal 2002 al 2006. Sulla sua poesia così si è espresso Mario Luzi: “le sue poesie le ho trovate buone, un dettato fine e vibrante. Alcune sono vere e proprie riuscite.”


Recensione

Il paradiso degli esuli si presenta un libro dalla doppia faccia, o meglio dalla doppia personalità, già dalla copertina che mostra il gioco di vedute a cui porta il libro. Gabriella è un’autrice colta, lo si nota subito dagli argomenti trattati, da come riesce a giostrare i suoi versi. Condivido molto anche il linguaggio che l’autrice utilizza, alternando parole arroccate sul gergo giovanile d’oggi, con altre più caratteriali, misurate. È una poetica intensa, dedita al cammino che vuole fare percorrere al lettore. Ci sono poesie che riportano alla mente penne importanti per la storia della letteratura, e non solo, poesie che rievocano in un certo senso il passato.
Il viaggio che compie Gabriella in questo libro va oltre lo spazio geografico, va oltre il tempo, oltre l’osservare la vita e raccontarsi. Ora, rileggendo questi versi sono stato attirato dalla figura del gatto ricorrente in più testi. E su questo baserò la visione che ho di questo libro. Anche Gabriella come tanti altri poeti, proprio come Baudelaire a cui dedica una poesia, subisce il fascino dei felini, e ci si immedesima, si lascia accompagnare dalle loro movenze.
Penso che la poesia di Gabriella sia collegabile ad un felino, in quanto ha una proprio carattere, una propria indipendenza. Per comunicare il gatto miagola, soffia, ringhia, fa le fusa, in questo modo esprime sofferenza, gioia, necessità o altri stati d'animo. Allo stesso modo l’autrice sa affondare le unghie e lo fa con delicata noncuranza, mentre in altri testi sembra quasi adagiarsi su un manto d’amore, ma forse è solo apparenza…
Un’antica credenza vuole che un manoscritto morso da un gatto fu destinato ad un grande successo.
Il poeta Aldous Huxley disse ai suoi allievi che gli avevano chiesto il segreto per avere successo in letteratura: "Se volete scrivere, tenete con voi dei gatti."
Quindi il mio augurio si limita a questa credenza.

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