Se v’è una faglia un appiglio (Luca Paci)

«e tessiamo tessiamo lo sguardo»: versi, mi pare, venati di un certo vitale sarcasmo, questi di Luca Paci: ha un approccio affatto ironico con i vezzi poetici che riducono la versificazione a canzonetta stereotipata. Luca gioca con maestria con la “tradizione” facendo un po' il verso a certo sperimentalismo neofuturista o a un dannunzianesimo pascoleggiante, lanciando al contempo segnali spiazzanti (e criticamente del nostro tempo): «cose perdute lontanedistese // le cosce innevate di neve // assetate & assiepate»; «È strano qui nella stagione / delle foglie verde acrilico / che non vogliono cadere, / non potersi incontrare». Immagini come quella dei fogli «spennati dalle piume // del calendario» restano impresse e sembrano porci la vecchia domanda (qui però modernizzata e più consona allo Zeitgeist del nuovo millennio, se così si può dire, per quanto anch'esso in fondo ridotto a mero simulacro) se la vita sia o no un (tragicomico) cartoon.

I

Parigi sveglia un treno sferraglia
solingo un capotreno
capigliatura vestito fischietto e tutto
i pregiudizi dei passeggeri si librano nel cielo

biancospino riposa sul ciglio del vaso
e non ti veggo più non ti veggo
la mia signora cuprea lecca un gelato

se v’è una faglia un appiglio
perché il gelo si sgeli
una musica un pretesto un ritardo
ronzio di mosche e scarpe di vacca francese

braccia rosa coi bei seni di matrona
sorride lecca dolce lecca senzaposa
e tessiamo tessiamo lo sguardo


II

Ancora distese

le braccia sul corpo

un filo

di voce di senso di porto

di mare di acque di picchi

di sbocchi di

cose perdute lontanedistese

le cosce innevate di neve

assetate & assiepate

crediamo compiute ma

pingue il tempo s’espande

e frange l’onde di spuma di corpo di neve

distese il suo peso nel solco

e dentrodistese annevate incompiute assetate

di volti di braccia lasciate

cadere sul corpo>>


III

È strano qui nella stagione
delle foglie verde acrilico
che non vogliono cadere,
non potersi incontrare
al bilico d’un crocevia come
una volta in macchina furtivi
a parlare dell’immaterialità
del nostro vivere.

Porte chiudono all’imbarco
dell’aereoporto e bagagli
pesano di panni e decisioni
prese sul pelo del caso.


IV

forse il cadere deciduo

di fogli & foglie

spennati dalle piume

del calendario

plic plic

di goccia

arancia rossa

riflessione riflessa

questo ingannare il tempo

e morire la morte

d’un momento

E poi passa


V

Via dalla penisola
del gabbiano – sciacallo
l’onda torna sempre e si rincarna
la grammatica del tempo
spiove su rocce in granito.

Risorge la stella del mattino
apparsa ad uomini ed insetti
in egual misura ad ordinare
le carte senza pregiudizio
o rimpianto semplicemente
vivendo.

Via dalla penisola
del gabbiano – sciacallo
un suono di pesci muove il flusso
dell’onda bottiglia color del vino.

(Galles, penisola del Gowar, estate 2002)


Luca Paci (Novara, 1970) ha conseguito una laurea in Lettere e Filosofia all’Università di Pavia e all’università di Swansea (Galles) con un PhD con una tesi sulla teoria della storia in Croce, attualmente in corso di pubblicazione. Nel 1994 ha vinto il premio internazionale di poesia di Giulianova Terme e pubblicato una raccolta di poesie in inglese (The Fine Line, Chanticleer Press, 2005). Ha tradotto e curato l’edizione inglese de La Ragazza Carla di Elio Pagliarani (Troubador, 2006) ed è fra gli autori dell’antologia Poesia del dissenso 2 (Joker, 2006). Ha collaborato ad un film sull’architettura urbana per la Biennale di Venezia e codiretto il videopoema London Trip-tych (Dubious Audio, 2007). Vive e lavora a Londra.


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