Avere la cura dei cuori (Raffaele Ibba)



15. –

di un resto femminile,
sparso sul mare a praterie di rose
nate da un’oncia di nardo, restato da Gesù;
quasi miele addensato ai ricordi
di un vento di sera a rinfrescare il fresco
a scialli, a golfini, a maglie fuoritaglia,
per parole di pace e di ventre;
come un bacio, bocciolo di frutti d’ironia, alzato
leggero sugli spalti ottusi d’una scuola
che - improvvisa inattesa - t’ascolta al dire rosso
della persona viva contro il lato vecchio
della classe, il lato libero;

ed è di un resto femminile, come un rogo di canne,
un canto da poco, una poesia di maniera
quasi ad alessandrini, binomi di vite spezzate
e frantumate di ritmi possibilità
dove mancano granaglie di tempo
e la luna, alzata nella piena del giorno,
è impallidita ai giochi di gabbiani inseguitori d’aria
lassù, presso i primi picchi di sole
che piano piano si sfanno in colate di luce.

E t’ho visto farti ferita ed offerta,
stridio di voli, agitarsi di folto d’ali,
ascolto, oceani di stelle e terre,
carne accogliente alla pace, fino a farti croce.

Resto femminile, ascolto umano, mai solo,
uomo donna, amplesso di cuori,
per accompagnarsi a sfibrarsi, a mangiarsi,
per nutrirci alla Sua forma, ecco,

marea nuova alzata lentissimamente
per altri imminenti argini al mare e piena,
soltanto di ciascuna pazienza di Dio.


***


Perché è cosa vecchia, la vita.
Accampata in pareti di rughe,
vitale nei solchi di faccende comuni,
nutrita di perle di pianti a sangue,
e di ventri di cadaveri iniqui.

È come una vecchia cosa, la vita.
Fiorita di sorrisi e sguardi
appena idonei solo ad un altro domani,
gemma di gesti di pace e gloria
deboli, come in qualche acqua di piacere.

E questa cosa vecchia, la vita,
ha l’attesa delle tue parole
il sospiro dei tuoi occhi
il ricordo delle tue mani di Sposo,
amante instancabile
di questa vecchia impresa mai fallita
che ha l’affilato rasoio dei tuoi sorrisi
alti di assurde vette
e neanche difficili, solo piene
di tutti gli abissi ripieni
di tutto il presente vuoto del tuo amare.
Tu, giovane solerte nascita di tanta antica figlia,
la sorrisa vita.

***

Com’è bella la vita.
Come dentro un’alzata di pietre e arbusti
alta sul mare come ali di gabbiani,
e sentire venti sussurrare chiacchiere
come in quel giorno al comincio d’estate
dalle parti della Madonna del Mont Serrat
che eri uno sguardo di acque, liquido
sotto al profilo del sole prodigo di luce.

Com’è bella la vita,
pure che non te l’ho potuto dire
tra le caldane dei deserti aspre
in quella terra di Dio ancora dura di guerre.

Che oggi lo so, quant’è bella la vita,
chè stamani era tempo
che non mi veniva di telefonarti
per sentirti la voce, soltanto,
ed i brusii silenziosi che udivo
erano le voci del bellissimo
ladro del mio Cuore, allegro amore
che mi sussurrava di arboscelli
e fili d’erba, sottili, quasi di niente.




Dirvelo,
a sorrisi a fili di carezze, a mani d’abbondanza
a quote di piacere, a mareggiate di gioia
– vostre riserve e sessi –
- voi
schegge di madri
belle, diverse e talvolta sbagliate.

Come dirvelo,
in polemiche quasi in furori
ire ad errare, a farsi sbagliato,
e le discussioni amare, di buone maniere,
di cucine e deschi ben preparati,
– fondamentali a libertà -
- voi fondazioni, regoli, fili a piombo, pietre scartate,
misure d’angolo, pilastri di sostegno, colonne di bellezza,
argini caldi e siepi plurime
per i letti d’accoglienza a quel fiume vita
filo di realtà Dio che ci lega a Dio,
che ci tiene in Dio, Lei,
nostra vita di certezze di fertili
di fecondità inesauste d’amore e attive
tra i rombanti motori delle nostre macchine
movimento morte.

E così dircelo,
nel farci pancia, utero, germoglio, seme che vive
che si fa altro in altro,
lievito a farci pasta e pane, dolci, cibo
alimenti di durissime dolcezze al cuore,
- tutto il sale dei vostri sorrisi
seminati nella semplicità
di ogni solco delle nostre ferite.

E pregarlo instancabilmente al mio Santo,
Benedetto il Suo nome, Benedetto il suo nome segreto –
il vivente fabbro di vita - nome
di donna – sono sicuro -
e tra tutti i suoi nomi saldi all’eterno
il più intimo, il più amato,
il beato costruttore dei tuoi baci al cuore,
Gesù. Gesù mio.

***

Oggi c’è troppo sole, amore mio,
per andare a passi lenti sulla rena
calma avanti al mare che oggi, lo so,
è liscio come guance di fanciulla.

C’è troppa primavera, amore mio,
in questo nostro autunno ancora
per uscire a correre tra gli agri
dei frutti del lentischio
ricchi di quell’improvvisa dolcezza
avara in tanti nostri baci.

Ma sento il vento accorrere
lesto delle notizie apprese
dai discorsi delle nuvole
e dal cerchio lento dei gabbiani,
sento il vento osare ragazzino
fino alla soglia di questo tuo transito
per non lasciare inatteso di un saluto
anche a questo tuo bacio ancora,
leggero respiro di bimba
sopra la mia mano, inutile.

La ventiseiesima, Cagliari 3 ottobre 2006
(da "Luci della tua piena. Frammenti e poesie per due nascite" in
corso di pubblicazione presso le Edizioni della Meridiana, Firenze -
www.edmeridiana.com)



E non è il più amaro oggi
che il sole ha alte squame di mare
ruvide all’arco dei suoi sorrisi,
che l’aria è soltanto tersa
come un cielo decembrino
sciolto da ansie umide dopo una pioggia,
ed anche i passeracei tacciono
con i gabbiani, lenti nei loro voli
oggi forse privi della loro antica fame.

Non è oggi il giorno più duro,
che la luna sorgerà in ritardo
dimentica dei suoi doveri notturni,
e gli stagni qui attorno
faranno un poco finta di mare
in un loro mormorare ricordi,
non è oggi il più duro
di tutti i miei giorni a venire.

Quello in cui torneranno, le rondini
a figliare dentro i cassonetti malfatti
delle nostre finestre aperte verso Sinnai,
in cui la primavera sorriderà dei fiori
schiusi dagli odori delle bocche di leone
e dell’acetosella gialla di campanule,
in cui il tuo mare sorriderà di attese
invitanti al bagno di corpi umani,
in cui anche le stelle rideranno di profondità
in attesa del lento mutamento
nella disposizione delle figlie dell’Orsa.

Quando nessun angelo di Dio
scenderà sorridente a suggerirmi
soluzioni di stile nell’ordine sintattico
della mia poesia d’amore
e farò l’errore antico dei poeti
che mischiano confusi
il dolore del cuore
ai dolori cresciuti tra le nostre parole
dalle viscere delle strade umane.

E mancherai
al caffellatte pronto sul tavolo della cucina
ché la disposizione del mondo l’ha lasciato
così, in odorosa attesa
ancora dell’ultimo dei tuoi sorrisi.

L’ultima, Cagliari 5 ottobre 2006.
(da "Luci della tua piena. Frammenti e poesie per due nascite" in
corso di pubblicazione presso le Edizioni della Meridiana, Firenze -
www.edmeridiana.com)


un anno appena

Se, raccontando la tua corsa
a disperderti, a tracce, a seminare gesti,
se a parlarne,
la tua corsa veloce e bella
ora che è passato un anno, appena,
ed i passeri qui sotto hanno le chiacchiere
e gli storni che non vanno più via
e coi fenicotteri, lunghi a stanziare nidi.

Altre rose pare fioriranno
ed altre rosse lune di fuoco
non s'accontenteranno di braci
ma vorranno fiamme d'amore vive
a lambire vicine le memorie dolci
ed a nettare di luce la caverna delle fosse
dove i nostri diavoli appesi muti
stanno a testa in giù in attesa del buio.

Così adesso sono tra ali di gioco
dove amore parla tutte le tue lingue
e le poesie, le cantate, arrivano più facili
e più abbondanti sono le lacrime che non scrivo,

perché la luce stamani era di bronzo
e le ali del giorno andavano su carri di rame
e l'oro cresceva a fiotti sopra i tetti
mentre un odore di Dio saliva
leggerissimo e teso
dai miei passi di fango.

Perché tutti i baci che adesso ricevi
e che ti godi, adesso
nel tuo trionfo del Signore,
tutti questi baci m'arrivano
a frotte come cucciole di mimose,
gialli canarini
come sguardi di ragazze,
a crescermi a gioia a ruscelli
come in amore
nella sua stagione alta
di caccia aperta
ai cuori,
alle ali degli occhi
del cuore.

(… è che sto leggendo il piccolo principe, perchè ho deciso che la storia la insegno a partire da questo libro di pensiero cristiano, è perché mi costa e mi costerà qualcosa, è perché il peso principale di questo prezzo non lo pago io ma gesù, che porta sempre tutti i pesi. A me restano le conseguenze, ed anche a tutti voi.
È anche che il mio Piccolo Amore non mi fa fermare. Ma adesso penso a te ed alla tua cortesia.)

Ma no! Ma no! Non credo niente! Ho risposto una cosa qualsiasi. Mi occupo di cose serie, io!”
Mi guardò stupefatto.
“Di cose serie!”
Mi vedeva col martello in mano, le dita nere di sugna, chinato su un oggetto che gli sembrava molto brutto.
“Parli come i grandi!”
Ne ebbi un po’ di vergogna, Ma, senza pietà, aggiunse: “Tu confondi tutto… tu mescoli tutto.”
(Antoine de Saint-Exupery, Il piccolo principe, ed. it. Bompiani, Milano 2006, pag. 40)

Avere la cura dei cuori,
il sottile incanto di sapere i boccioli
e di pianto e di risa
conoscere i condimenti dell’amore
e le semplici salse dell’accoglienza degli occhi.

Avere la cura dei cuori
e mancare la crudeltà di scordare il dolore
il gesto secco dell’addio,
avendo spuma di lievito
nelle morbide carezze di baci
che nascono ricordo,
il ricordo …

come un’ansa di stelle
in un qualche golfo di cielo, vecchio di tempo,
in una navigazione impossibile
tra gli anni luce del passato che si fa spazio,
in una gestazione di mense ed alcove
dove il corpo si dispone
all’educazione d’amore
che fornisce Dio,
il piccolo amore silenzioso.

Avere la cura dei cuori
come fiori cresciuti ai margini esclusi
delle nostre foreste d’indifferenza,
avere la cura di quei fiori
per saper solo di spine e fiori
fino alla morte,
ed alla morte di croce.


Raffaele Ibba
è nato nel 1950 a Cagliari, città dove vive e lavora come insegnante di storia e filosofia nei licei. Si dedica alla poesia in modo intenso dal 2000, per una sua neccessità intima di vita e di cuore. Ha pubblicato due libri di poesia con le Edizioni della Meridiana di Firenze: Il disonore dei canti nel 2003 e La verità bugiarda nel 2006.
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