martedì 24 aprile 2007

Gunjaca in Letteratura Italiana (Bastogi, 2007)




Drazan Gunjaca è nato a Sinj, dove ha terminato la scuola media. Conclusa l'istruzioni militare a Spalato, ha servito per una decina di anni nell'ex marina militare jugoslava. Nel fratempo si è laureato in Giurisprudenza a Fiume, per poi lasciare l’ex armata popolare jugoslava. Di dieci anni è avvocato a Pola.
Nel 2002 ha scritto Congedi balcanici (tradotto e pubblicato in Germania, Australia, America, Bosnia e Erzegovina, Jugoslavia e pubblicato pei i nostri tipi in Italia). Ha inoltre pubblicato la raccolta di poesie Quando non ci sarò piu; il romanzo Amore come pena (il seguito di Congedi balcanici); i drammi Il lato in ombra della ragione e Roulette balcanica; i romanzi A metà strada dal cielo (prima parte della trillogia sulla guerra nei Balcani), I sogni non hanno prezzo e Buona notte, amici miei.


Drazan Gunjaca, avvocato croato in Pola, è letterato dedito alla poesia, alla narrativa ed al teatro per il quale ha pubblicato “les pièces” drammatiche Il lato in ombra della ragione e Roulette balcanica, che ci giunge tradotta dal croato da Srdja Orbanic e Danilo Skomercic. Trattasi di una farsa tragica i cui protagonisti sono due ufficiali dell’ex esercito federale che si ritrovano da due parti opposte, per gli eventi politici di cui tutti siamo a conosenza. Il tempo dell’azione è il fine settembre del 1991, verso mezzanotte. Il luogo è il soggiorno di un appartamento al quarto piano di un condominio a Pola, arredato con gusto, ma sobriamente: un divano, due poltrone, un tavolino e uno scaffale, sul quale c’è un televisore acceso benché le trasmissioni siano già terminate, qualche vaso di fiori in un angolo della stanza. I personaggi protagonisti sono: Petar capitano dell’esercito Serbo e Mario capitano dell’esercito croato. I comprimari sono in ordine: un poliziotto militare, due poliziotti croati, il medico con l’infermiera ed un vicino di casa di Petar, questo per dire che la pièce ha facile rappresentabilità teatrale. Petar e Mario sono a confronto ed uno, il serbo, dovrà cancellare le norme deontologiche e gli ideali di cui era stato portatore; in questo iato e questa dicotomia si andrà sino alla fine che non riveleremo per mantenere viva la “suspence”. La conversazione a due, alla quale si aggiungono altre voci, si trasforma in dramma, come già preannunciato e sotteso nella metafora del titolo della piéce, nell’urgente ricerca di una lingua aderente al nostro parlato generazionale, sapientemente costruito in modo strutturale, riattualizzando le gesta del comunismo, di cui i due protagonisti sono conoscitori, così come è stato vissuto nella Jugoslavia, considerandone la fine ed il relativo disfacimento di rapporti fra individui e la loro vita di relazione che in qualche modo sembra intaccata dagli infausti eventi. Così lo scrittore si pone con “Understatement” accattivante dal punto di vista del linguaggio, ma anche per rigore di osservazione e di idelologica oggettività, per precisione temporale, che in tal caso rimane statica, mentre le repliche interdialogiche sono piane e di lunga estensione, e la contaminazione lingustica ha talora tocchi di grado infimo, pur mantenendosi la scrittura a livello di hi-tech, son architettura solida i ben costruita. I grandi processati del dramma sono: la guerra e gli assurdi conflitti etnico-religiosi, specialmente quelli tra musulmani e cattolici, ma anche i poteri non democratici, che creano nell’uomo sterilità e dissociazione. L’autore parla di persone concrete e di fatti veri, che appartengono al nostro vissuto, ed il suo messaggio vuol essere reale e propedeutico, anche attraverso quegli intecalari di turpiloquio che ormai fanno parte della vita dei più giovani. Lo scrittore costruisce l’introduzione con due exergo, uno dei quali recita: “Fare del male non è, in verità, così diabolico quanto… il suo rinomarlo bene. Ciò significa togliere a tutte le morti la loro importanza, capovolgerle, leggerle all’inverso… Capovolgere e da dentro abbattere i criteri della verità. E alla fine, nella bocca della verità mettere le bugie!” (da “La parte del diavolo”) autore Denis de Rougemont. Opera, dunque, che evidenza una difficile normalità, inquietamente negativa e redentiva allo stesso tempo, dove c’è complessità psicopatologica e critico letterario di Novi Sad, Serbia Rastislav Durman, a proposito di Gunjaca ci dice: “… il ritmo quasi impazzito di un rondò è procedimento caratteristico dei romanzi di Gunjaca (si può parlare di un certo tipo di ritmo come costante dello stile di Gunjaca). Dopo il climax all’azione subentra la calma…” Ma sappiamo che lo scrittore è anche poeta, infatti ha all’attivo una raccolta di poesie dal titolo Quando non ci sarò più che attendiamo tradotte. Riconoscersi nella modernità, oggi come mai, significa calarsi nella storia, per cui queste traduzioni che ci permettono scambi culturali a livello eurepeo, ben giungano provvidenziali per aiutare l’Europa stessa ad aprirsi ad una prospettiva più universale.

(da LETTERATURA ITALIANA, Poesia e narrativa dal Secondo Novecento ad oggi, Bastogi, Editrice Italiana, 2007)

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