Poesia e comunicazione (di Franca Mancinelli)


È il tempo, lo sappiamo, a dare consistenza alla poesia, a decidere il suo destino. I versi sono respiri in parole; proprio come si impara ad andare su due ruote o a galleggiare sul dorso, comunicare in poesia apre una possibilità altra, più ampia, di esperienza. Diventare poeti è conoscersi attraverso i vari strati di pelle, da quello più esposto e resistente a quello interno, come una filigrana del sangue; seguire come maestri i gatti che hanno sette vite, le tartarughe che per madre hanno il guscio d’uovo rotto e sono subito in mare, gli anfibi e tutti gli animali che migrano. Perché a restare impresso nel tempo non è nient’altro che la quantità di vita: questo fardello è il discrimine tra chi si è servito ed è stato usato dalla poesia per comunicare e chi invece ha tenuto a bada il vuoto con catene di suoni e di immagini, chi si è distratto, si è divertito. Non voglio dire che la poesia non sia fatta di gioia, tutt’altro. Ma il tipo di gioia delle sue fibre è, per intendersi, quella dell’ultima scena di Breveharth, di una frase che riporto così come ricordo: «e combatterono come poeti guerrieri, combatterono come veri scozzesi, e si guadagnarono la libertà». La fine di un libro o di un verso dovrebbe essere in questa corsa esultante e gridata, verso una libertà raggiunta, prima di tutto riguardo a se stessi.
La solitudine e l’isolamento in cui hanno vissuto grandi voci poetiche (Leopardi, Pessoa, Dickinson, per citarne alcuni) è cosa nota a tutti, così come l’autonomia della poesia rispetto all’immediato presente, e la sua caparbia da mulo, quando si trova inascoltata. Non è il credito concesso dai media a determinarne la salute; è vero il contrario, ossia che l’evoluzione di una società può essere misurata attraverso l’ascolto che dà ai suoi poeti, come afferma Brodskij. D’altronde può darsi il caso di una società sensibile alla poesia ma povera o priva di poeti (penso ad esempio agli anni dell’Arcadia, della poesia nelle Accademie). La poesia è una rosa del deserto, come quel fiore di pietra non si sa a chi appartenga, da chi sia stata fatta: c’è sempre, dentro ogni verso, la presenza di un altro (una parte di sé, l’amato, la polis, un defunto) a cui si rivolgono le parole e nel quale le parole si necessitano. È soltanto questo “pubblico” interiore e dipendente dalla nostra facoltà immaginativa, come nel gioco solitario di un bambino, a decidere il destino di un poeta. «Ragione pratica, questa di un pubblico, che mi pare da supporsi quasi concime alla radice di ogni vigorosa vegetazione artistica», scrive Pavese ne Il mestiere di poeta. Eppure non aveva presente, probabilmente, il riscontro anonimo dei media, perché proprio nel ’50, all’apice della sua carriera di scrittore (il “mestiere” è cosa ben diversa), lamentava la mancanza del “sangue” della vita, e di lì a poco se ne sarebbe andato. Insomma, occuparsi del pubblico non come risposta al bisogno, anche legittimo, di rispecchiamento e di conforto, ma per una semplice ragione di sussistenza. E per il resto non lasciarsi distrarre da nient’altro che non sia la vita.
3