mercoledì 28 ottobre 2026

La superficie profonda

Luca Ariano, Le cose in superficie (Las cosas en la superficie), CAP collezione autogestita di poesia, 2026, Prefazione di Giuliano Ladolfi, selezione, edizione e traduzioni a cura di Vito Davoli

recensione di Giancarlo Baroni


Il Libro degli amici di Hugo von Hofmannsthal contiene questo folgorante aforisma: «La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie». Italo Calvino, in Palomar, con lucidità ed eleganza scrive: «Solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose… ci si può spingere a cercare quel che c’è sotto. Ma la superficie delle cose è inesauribile». La paziente attesa di un segnale improvviso e parziale che emerga dal profondo come un bagliore, una traccia, potrebbe premiare i nostri sforzi esplorativi. 

L’ultima raccolta di Luca Ariano, che vive a Parma ed è nato a Mortara nel 1979, si intitola Le cose in superficie; tutti i testi sono scritti sia in italiano che in spagnolo, il che dimostra la considerazione e l’apprezzamento  di cui gode Ariano anche fuori dai confini nazionali.

Afferma Ladolfi nella sua ampia e colta Prefazione: «Il titolo della raccolta avverte il lettore che le percezioni che hanno prodotto l’ispirazione dei singoli componimenti non intendono arrivare al noumeno e neppure cogliere mallarmeanamente l’ignoto […]».   Ariano non privilegia un approccio filosofico, preferendo piuttosto un punto di vista esistenziale e storico; la superficie a cui accenna il titolo è per l’autore quella della vita propria e delle esistenze altrui; vite che si incontrano, si intrecciano, si separano, scompaiono. L’autore si sofferma, con sguardo acuto, su fatti personali e avvenimenti collettivi, sui sentimenti del prossimo, sui primi amori e corteggiamenti, sui propri affetti. A cominciare dalla figura paterna che svetta e che riconduce l’autore verso i ricordi della propria infanzia con i suoi luoghi (la Lomellina di una volta, «risaie e marcite in primavera, contrapposta a quella di fine millennio, «scarti industriali da smaltire»). Uno dei compiti dei poeti è mantenere viva la memoria e impedire che tutto cada nell’oblio: «Si scordano rapide le storie / e tu sempre lì a riparlarne». 

La condanna risoluta  e la denuncia aspra  degli accadimenti e delle cause che scuotono pericolosamente il presente e ipotecano negativamente il futuro si stemperano un poco, in  questa ultima e ottima raccolta, in un pessimismo che vira verso la malinconia. 

Ogni testo di Ariano possiede la dote di  ampliare i propri orizzonti, di dilatare il verso. La dimensione temporale, che incornicia e impregna i fatti, procede a sbalzi repentini i quali, da un verso all’altro, ci proiettano e catapultano in altri secoli, età, scenari, avvenimenti, luoghi. Tale procedimento, che collega passato presente e futuro, il qui e l’altrove, non crea dissonanze e sfasature poiché i differenti strati del tempo e dello spazio si intrecciano fra loro armoniosamente: «Piogge improvvise tracimeranno / fiumi travolgendo ponti / tra pianti e scrollate di spalle / il tempo di dimenticare tutto / spianando campi di cemento. / A Pompei per mesi sentirono / tremare i passi tra venti / di cenere e sacrifici a Zeus / ma nessuno credette / che sarebbero stati pietre / e leggende nel tempo / fino alla fine della civiltà».



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