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domenica 27 settembre 2026

Parole come resti

Stefano Maldini, Deserto bianco, Raffaelli 2020

recensione di AR


“oggi raccogli le parole / resti caduti lenti / dal tronco del petto / dai rami delle gambe” (p. 13): versi (come piace a me) senza punteggiatura (se non per qualche lineetta o sporadica virgola); sono dunque gli accapo a dare il ritmo, a posizionare parole cerniera che si aprono a più sensi, a indicare una pausa che ci permette, come nei Salmi, di far echeggiare in noi emozioni profonde, magari tirandole fuori da angoli negletti del nostro intimo. Nella poesia che introduce la raccolta (p. 5) troviamo: “il tempo è una curva di spazio // che gira e continua la corsa / infinita – dentro e fuori la vita”. Il richiamo alle parole del Qohèlet è evidente ma l’aggettivo “infinita” squarcia lo scetticismo disincantato dell’Ecclesiaste e sembra sottendere che ciò che facciamo, patiamo, desideriamo, condividiamo; ciò che ci rende catalizzatori e dispensatori di una energia/amore impalpabile eppure efficace, ecco il nostro grumo di conoscenze, talenti, bisogni… non finisce nel qui ed ora. Anche l’esergo tratto da In fondo a destra (p. 7) mi piace interpretarlo in questo senso (pur non essendo neanche Raffaello Baldini esente da uno sguardo chirurgico e “scientifico” sulla realtà): Il destino è una grande domanda, / il caso è una piccola risposta.  
Sappiamo che vivere è impegnativo. Ti offre tanta bellezza ma al contempo “ti tocca e tu lo senti / tutto l’oscuro del mondo / schiudersi intorno” (p. 15), e a volte ci sentiamo come “un arco violentato dal bene – l’elastico / teso solo alla luce” (p. 14), oppure soli: “passeggiare / in una città vuota / e perdere una finestra / tra i pensieri / cercarla e ritrovarla / senza volti senza / nessuna storia” (p. 21); “urla, la notte / non parla / poi tace scontrosa” (p. 22).
Insomma stare al mondo ci segna (anche) con presenze desiderate ma evanescenti, incontri che non maturano o che difficilmente perdurano. Resta l’amore che abbiamo donato, quello più empatico e disinteressato.
La poesia di Stefano si offre nuda, senza prefazione o postfazione; ti arrivano al cuore i suoi versi diretti, puliti, perspicui; ti attraversano come sentenze, ti mettono in stallo, ti indicano il punto di rottura che ti mette in crisi, in tensione e dunque ti invita ad apprezzare il momento, ad immergerti nella realtà adesso, a sentire il peso specifico di ogni esperienza vissuta per librarti verso un futuro ben più ampio di quello che possiamo (o vorremmo) “condizionare” gettando la nostra piccola rete: “vivere è questo / rincorrersi tra i colpi / perderti e trovarti / dove tu non sei” (p. 26); “stasera basta poco / il parco vuoto e illuminato / come un tavolo prima e dopo il pranzo / quest’albero appeso sotto al cielo / che spalanca il mio pensiero stanco” (p. 32).
La citazione che chiude la raccolta (Luca 4,2) fa riferimento ai quaranta giorni di Gesù nel deserto e ci ricorda che abbiamo fame d’amore, ovvero di sentirci amati per quello che siamo, incondizionatamente: quando facciamo esperienza di questo amore, siamo in grado anche noi di amare davvero, senza voler possedere/dominare, e questo trasforma il nostro deserto (abitato dall’ego) in un giardino libero di fiorire, abitato da relazioni che si arricchiscono mutuamente. Se le relazioni sono motivate solo da bisogni, informate alle aspettative dell’ego, vincolanti o addirittura oppressive per la persona che diciamo di amare, l’amore non sboccia e sfiorisce e può trasformarsi nel suo contrario e trasportarci ancora nel deserto: “spesso non ci bastiamo / come non basta l’amore / così che ci perdiamo / su strade senza nomi / fuori e dentro di noi” (p. 36); “questo amore è un’arma / a pressione, un’ossessione / che opprime la mente / menti e non lo sai / che il campo resta vuoto / finita la guerra” (p. 37); “ma se smettono di intersecarsi / gli angoli dei corpi / resta vuoto il nostro spazio / senza soluzione e non serve / una tangente a disegnare / il nuovo perimetro comune” (p. 39). Solo quando un rapporto è autentico, rispettoso, liberante, si possono cantare questi splendidi versi di Stefano: “chiamami / quando non te ne accorgi / dal tuo segreto / curva ancora ai tuoi fianchi / portami al centro / mentre cammino con te” (p. 49), “diventare tuo padre / è rivivere ma anche / ricordalo, morire / fuggire via con te” (p. 61). 
L‘amore orizzontale non basta, è necessario un trigger verticale che ci rialzi quando siamo a terra, privi di energia, a considerare i limiti del nostro campo d‘azione. Se manca quel polo di attrazione di attrazione che ci porta ad uscire fuori di noi e ad essere empatici, attenti, disposti a cambiare quando serve, i cuori si scuriscono, diventano freddi, si creano attorno un “deserto bianco”. 

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