lunedì 17 agosto 2026

Volersi bene

Alessandro Ramberti, Chiamami 

FaraEditore, Rimini 2026


recensione di Anna Maria Tamburini



Dedicata A chi mi ha preceduto e con la premessa di una citazione tratta dal Saul di Vittorio Alfieri – dove la voce della coscienza religiosa impersonata dal sommo sacerdote Achimelech sfida la superbia del Re irridendo la sua gloria (non sei, che coronata polve) –, la nuova raccolta di Alessandro Ramberti si apre con un testo di soli sette versi ritmato nelle diverse forme dell’ottonario.


Naviga dentro le tue

fibrillazioni endoreiche

calati in mezzo ai ventricoli

sfasa le valvole fa’

scorrere sopra le acque 

sfiora le cime ed abbassati

dove la terra concima


Nel dinamismo del “fluire dentro” (dalla radice greca “rhein” preceduta dall’avverbio endo) la sequenza delle metafore gioca tra la fisiologia del corpo umano e l’idrografia per cui “endoreico” si dice di un bacino apparentemente chiuso ma attivamente dal di dentro movimentato. Il testo sembra pertanto un monito rivolto alla propria anima, come al sangue. Al contempo è forse una preghiera, non tanto a sé stesso, ma a Chi ha la potenza, la forza, l’energia della grande e della piccola circolazione, della vita. 

La dimensione orante è attestata del resto dalla struttura stessa della raccolta, perché ogni componimento è riportato regolarmente in più lingue: in cinese sia nella grafia tradizionale che nella forma traslitterata, in esperanto, inglese, latino. Dunque lingue vive e lingue vissute, poiché anche l’esperanto ha avuto una sua fiorente stagione, più nel passato che al presente, nel sogno che l’ha inventato di lingua universale. Più che traduzioni i componimenti traslati si percepiscono come l’eco prolungata della medesima invocazione. La preghiera sale infatti, incessante, da ogni angolo della terra, e dal più lontano passato, sino a noi, di passaggio oggi in questa devastata landa di “cruenta aiuola”. 

E la più intensa delle preci si può ricondurre a questo solo verso, chiamami, da cui il titolo. Chiamata per nome, Maria nel giardino del sepolcro ha potuto riconoscere il Maestro risorto. Abbiamo bisogno che altri ci chiami, sempre, poiché l’uomo vive di relazione, ma il Tu che veramente ci rialza è quello della più alta chiamata. C’è un voi, cui è dedicato il breve spazio della raccolta – è per voi che siete / con me dal passato –, al quale si accorda il verbo essere non a caso al presente; e c’è un Tu del quale l’umano da sempre avverte urgentemente il bisogno della Presenza: a questo Tu si rivolge l’autore quando dice: «Chiamami». 

Come si può sintetizzare tutta la legge della tradizione biblica che, osservata, permette all’uomo una più serena condizione del vivere? «Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza» e «Amerai il prossimo tuo come te stesso». Quella che la tradizione biblico-cristiana consegna come Torah – un ammaestramento – si rivela nell’esperienza del vivere la possibilità di un ben-essere. Ma occorre amarsi ed essere con sé stessi misericordiosi per riuscire ad amare a nostra volta e ad avere misericordia:


9. Volendomi più bene mi hai spiazzato

io sono rifiorito non celando

né esibendo le mie fragilità 


mi sono ritrovato più paziente


A differenza delle precedenti ultime raccolte, in cui era prevalente un solo ritmo dettato dalla scelta di un’unica misura sillabica, con questa nuova silloge Ramberti fa ricorso a più diverse misure, tra parisillabi e imparisillabi: ricorre l’endecasillabo, a volte rigorosamente, come nel caso di questo componimento più riflessivo e discorsivo, o come in quello seguente, altre volte si trova alternato al settenario secondo la migliore tradizione lirica della nostra poesia, ma ricorrono di frequente senari, ottonari…

I testi all’interno della raccolta si richiamano e si integrano nelle argomentazioni: proprio intorno al tema del volersi bene più avanti si fa chiarezza con un componimento centrale di due soli distici:


15. Dimentico spesso

di avere ciò che non ho


svuotandomi divento

più ricco


Anche la poesia così si spoglia e nella sua nudità esalta tutta la sua ricchezza, nella forma e nella sostanza delle parole scelte: volersi bene non significa infatti riempirsi di cose più o meno materiali, ma conquistare quel di più di eternità che ci fa liberi, come sostiene San Giovanni della Croce nella Salita al Monte Carmelo: «Per arrivare a godere tutto / non voler godere nulla in nulla. / Per arrivare a possedere tutto non voler possedere nulla in nulla. / Per arrivare a essere tutto / non voler essere nulla in nulla»; o come testimonia san Francesco, che scopre amabile e fa sposa sorella povertà. 

Anche la dimensione onirica affiora a tratti con potenza (25) se pure nella suggestione dell’enigma, per cui occorre discernere, come nelle scelte, nelle parole, nelle preghiere: quelle del Saul dell’Alfieri sono preghiere che non sperano. 

[…] Ma in fondo per le scelte ormai mi affido – confessa in ultimo l’autore – a chi conosce bene le mie falle // e se ne prende cura liberandomi / dal peso di una legge che costringe / la grazia non richiede una classifica // dei meriti ma solo un’accoglienza / che sappia un po’ svuotarsi un po’ diffondersi / il sé più vero è infatti relazione // che dona agli altri spazio e non possiede / neppure il suo lo rende permeabile / al grumo di bellezza condiviso. 

Sono questi i sogni, sogni agapici, che hanno una forza / profetica, che magari ti mettono a nudo // riaprendo ferite /t u amali amandoti / le scorie i traumi gli errori / ci definiscono / ma sono una mera pellicola / che può trattenere in sé la grazia / e dunque volare.


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