domenica 16 agosto 2026

“sono compasso e lama di rasoio”

introduzione di Alessandro Fo
con uno scritto di Elisabetta Olobardi
e una riflessione sulla poesia di Fornaretto Vieri
Betti Editrice 2025

recensione di AR


Ogni momento ha un seme di assoluto / che niente veramente può scalfire, / né può essere inganno questa vita: / in parte o in tutto al nulla consegnata / sarebbe un dono tolto quando ancora / ci è offerto, dall’inizio; ed è miracolo, / pegno di una valenza, che è infinita.” (Punctum temporis, p. 228)

Inizio questa recensione con versi che mi sembrano una fondamentale chiave di accesso alla poetica che informa questo ponderoso tomo di endecasillabi che registra gli eventi salienti del vissuto, del sentire, del pensare (”c’è una bellezza propria del pensiero, / luce che è potenza d’intuizione”, p. 173), dello stare al mondo con i piedi per terra (”Prova sempre la storia ad insegnarci, / ma non riesce ad essere ascoltata”, p. 145) eppure con lo sguardo attento all’Oltre di Fornaretto. 

Il gesso o un carbone bianco venivano impiegati per indicare un fatto memorabile o una lieta sorpresa e in questo libro è una antologia di situazioni, sentimenti, meditazioni, ricordi, considerazioni, rimpianti, preghiere… che riflettono con onestà gli entusiasmi, le passioni, le relazioni (a volte non completamente riuscite) del Nostro: “… cerco la mia immagine / e a tratti non la trovo, ché gran parte / del mio me se n’è andata, ed è già altrove.” (Il divieto III, p. 110); “Ora solo è tristezza, e non c’è uscita, / solitudine ovunque sul mio mare.” (Quel punto archimedeo che si è smarrito, p. 102); “vale ben tutto intero il mio dolore / sol quel poco di te che ho amato e inteso.” (Nelle ore della notte I, p. 100); “non son saggio, non lo son mai stato, / dei consiglio fo saggia collezione, / ma poi non li so spendere, sbadato.” (La sorte dei consigli I, p. 98). 

Il suo, di Fornaretto, è anche un viaggio nella poesia (italiana e non solo), un amabile gioco per l’uso di parole desuete e rare, le rime e i rimandi più o meno espliciti ai grandi poeti antichi e contemporanei, che creano vigorosi effetti immaginifici e risonanze visive sostenute da allitterazioni dai rimandi ancestrali: “Dentro pubbliche maschere celato / l’ego trova il suo spazio di manovra, / nel vuoto suo centripeto di piovra / onnivoro ghermisce le sue prede, / compatendo lo sciocco che non coglie / l’immediato vantaggio che pur scopra.” (Favole idiomatiche XIV, p. 53); “Non perdona il carbone: o tinge o brucia; / così la vita che ci passa dentro.” (Favole idiomatiche VI, p. 50) 

Traspare in queste pagine un approccio religioso/filosofico sempre in bilico fra uno scetticismo che ha bisogno di verifiche e una volontà di affidarsi a un Mistero che ci ama e ci dà energia per amare a nostra volta (se lo accogliamo): “Solo il futuro è aperto al nostro agire / e quando agiamo slitta nel passato / per la minima cruna / che il passato proietta ed il futuro” (Il paradosso dell’impossibile presente II, p. 225); ”Sono sempre attirate le parole / dalle cose, l‘oscura calamita: / sono compasso e lama di rasoio, / che scontorna, dirime, che si spinge / confusamente a un dove che tracima / ben oltre l’orizzonte degli eventi” (Res et verba, p. 215); “Fiùtola si diceva la falena / per quel suo modo di fiutare il bordo / degli oggetti che timida avvicina.” (La fiùtola, p. 212).

Mi piace riprodurre integralmente la poesia Ierofanie (p. 202), perché fra le “confessioni” che costellano A carbon bianco è una numinosa parabola del poeta:

Lancia altissimo il grido nel suo volo,
immerso nell’azzurro e impercettibile,
il falco pellegrino come a esprimere
il diritto ad esistere e il mistero,
l’insondabile cuspide intangibile,
acuminata punta che si incide
nella compatta volta indefettibile,
impervia sopra l’uomo che la irride.

Concetti simili li troviamo anche in Derek Walcott VIII (p. 194): “Non si contiene il verso, si distende / con lo stesso respiro degli oceani, / frequenta gli orizzonti, li travalica, / eppur coglie il dettaglio, la pur minima / movenza ed incertezza della vita”.

Non sorprende l’amore per l’arte (del resto pressoché ineludibile per un poeta fiorentino) a cui è dedicata in partecolare la sezione ecfrastica “La forma ed il croma”, né l’onnipresente profumo delle Sacre Scritture: “È il perdono che suscita l’amore / e l’amore è motivo del perdono” (Maria Maddalena, p. 155); “Mio padre mi parlò la prima volta / di Abele il giusto e nella fantasia / mia di bambino parve che quel nome / risuonasse il belato dell’agnello.” (Abele, pp. 35-36).

Un libro questo in cui l’esposizione del poeta è una finzione pessoana (dunque molto rivelatrice) in cui divertissement e autoironia si intrecciano con un umorismo tendente allo spleen e il desiderio di affidarsi a una Buona notizia ricca di misericordia (che è la forma più alta dell’amore): “Dentro un assorto muto immenso manto / tutto si rallenta, nulla si rianima; / solo consola questo grigio affranto, / il calicanto, intenso come un’anima.” (Fiori d’inverno, p. 82); “guai al chierico che, nella sua fede, / non conosce la luce che conforta.” (Il sacro, p. 60); “Tutti ce ne andremo a mani vuote, / l’io se ne andrà via povero e nudo, / ma non ci lascia il noi che qui vivemmo, / i condivisi affetti, ed ogni gesto / che fu di compassione o fu di amore / non passerà, non sarà stato invano.” (Non invano, p. 45).

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