giovedì 20 agosto 2026

L’attacco dinamitardo al clero letterario: Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni

 L’attacco dinamitardo al clero letterario: Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni

Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni (Edizioni Divinafollia, 2026) è un testo eversivo che colpisce costantemente la poesia lirico-elegiaca, imperante a causa delle scelte dell’imprenditoria editoriale. Già nell’introduzione all’opera, Pozzoni si prefigge l’intento di spiegare come la poesia tardomodernista debba essere intesa: un riot da scagliare contro lo “Stato pontificio” letterario, emblema d’una critica vetusta che non riesce, non desidera scovare prodotti di qualità, fautrice di versi lirico/elegiaci edulcorati ed edulcoranti che mostrano, pur nella diversità dei poeti- scrittori, il medesimo stile e contenuti analoghi: «cento e cento e cento epigoni di epigoni di epigoni (epigoni Rubik), tutti con la medesima scrittura,/ il medesimo stile, metro, mood, ritmo, lanciato dai seducenti dictatores del regime Mondazzoli» (Ogni limite ha una pazienza). Durante la lettura dell’opera che fa largo uso di riferimenti sociologici, filosofici, letterari e al contempo calcistici, al cinema trash e a quello erotico il poeta utilizza il plurilinguismo ed un linguaggio volutamente  prosaico e, a volte, osceno che diventa cifra stilistica della raccolta con il fine di costituire volutamente l’antitesi rispetto al seducente verso lirico/elegiaco: il lettore è spaesato, sferzato di primo acchito, perde di fatto le coordinate che lo hanno visto procedere su una strada volutamente piana ove gli si richiedeva, nel migliore dei casi, un trasporto emotivo e non di sicuro una capacità di riflessione scaturita dalla provocazione che è lo strumento precipuo dell’arte. Il bersaglio lirico-elegiaco, nella concezione della poesia contemporanea, viene costantemente dichiarato nei versi-riots di Pozzoni anche attraverso il sarcasmo: «la conversione in agnello, homo homini agnus, ha scapigliato la mia nozione di militanza/mi sono esposto al Prezidium del Kolektivne NSEAE inneggiando ubriaco, alla fratellanza/ con tutte le multinazionali, i massacratori, i dittatori, i burocrati bastardi della terra» (Sono diventato buono). Il verso imperante, ci dice Pozzoni, è quello di chi improvvisa, di chi non ha riferimenti culturali e getta «vocaboli sulla carta come una defecazione» in un «Pornasio letterario» abominevole. Appare chiaro dunque come nella mente di Pozzoni si delinei l’idea che la poesia contemporanea, nella sua vocazione lirico/elegiaca, scevra di ogni valore morale/politico, sia da intendere come qualcosa da rifuggire, da superare nel paradigma tardomodernistista, l’unico percorribile nell’idea dall’autore. Scrive ancora il poeta nell’introduzione all’opera: «Il tardomodernismo deve combattere la tirannia del critico letterario, la tirannia dei direttori editoriali e la tirannia delle redazioni». I critici letterari e i direttori editoriali costituiscono, in ultima analisi, i bersagli autentici, più dei poeti lirico/elegiaci, dell’azione “dinamitarda” di Pozzoni: i critici letterari, «vecchietti terribili della vetero-cultura vetusta italiofona» come l’autore li definisce nella poesia Il vaso di Pandoro, fautori del regime “pontificio”, percorrono strade battute in cui si parla «d’amore, fratellanza, cooperazione, amicizia»; nella loro comfort zone spendono parole lodevoli per prodotti banali (spinti anche da logiche clientelari) destinati a una fine più veloce dell’alito di vento dantesco, tanto che non si può parlare neanche di mondan romore per tanti, troppi esponenti del verso lirico/elegiaco né tantomeno di una vendita significativa delle loro opere. Nell’uso spasmodico dell’esagerazione, nell’eccesso verbale, nei giochi di parole ecco che il lettore viene violentemente investito da un j'accuse incontenibile e incontrollato: la poesia di Pozzoni è una poesia di denuncia dello star system dell’editoria contemporanea e i versi “osceni” del poeta costituiscono la pars destruens di un mondo poetico che non può essere accettato. L’ordigno del poeta lombardo non è solo concettuale, ma anche e soprattutto linguistico come già detto: il verso pozzoniano costituisce il veicolo migliore per far esplodere tutto, attraverso il rifiuto del metro e della lingua poetica tradizionali, attraverso un linguaggio dissacrante, il multilinguismo, il pluringuismo. Lo stesso Pozzoni definisce il tardomodernismo come «un potpourri letterario» che utilizza un «sovraccarico linguistico, una brutalizzazione trash». Anche il lettore diventa in questa perpetua battaglia di chi vuole ri-fondare il mondo della parola un nemico: non è più l’hypocrite lecteur, mon semblamble (e del resto non si può sicuramente dire del poeta che sia un ipocrita): il lettore è «il lettore del cazzo» come Pozzoni lo definisce ne La cirrosi empatica che non comprende, non analizza (come del resto il critico). Solo all’artista resta da dire ciò che non è, ciò che non vuole. Lo Stato pontificio è un’opera significativa, sincera, temeraria, ovviamente non conforme al canone tracciato dalla critica letteraria, destinata a non essere ascoltata nella logica del mercato editoriale, salvo miracoli assimilabili alla trasformazione dell’acqua in vino. C’è da chiedersi, ma solo nella realizzazione di un’adynation, cosa potrebbe/dovrebbe diventare la poesia tardomodernista nella sua pars costruens in un mondo dove i lirico/elegiaci saranno relegati al silenzio. 

Antonio Di Grazia




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