lunedì 17 agosto 2026

“Ci sentiamo chiamare dalle stelle ogni notte.”

Massimiliano Bardotti, Ma il bene resiste, con la prefazione di Davide Rondoni e un saggio di Guidalberto Bormolini, Edizioni della Meridiana 2026

recensione di AR


Questo libro è una dichiarazione di amore. Certi incontri ti trasformano, anzi ti trasfigurano. Certe voci ti chiamano, ti seducono, ti sconvolgono. Ti dicono chi sei. Indicano la via. Scrive Guidalberto Bormolini (p. 114): “Non perdiamoci in disquisizioni sul relativismo (…). Dal momento in cui abbiamo colto il frutto dell’albero, tutto si è radicalizzato (…). L’amore è strutturalmente legato alla libertà, dunque se siamo liberi  possiamo amare; se non lo siamo diventiamo automi, anche se fossimo le persone più buone del mondo.”

Come Simone Weil da Gesù, anche Massimiliano è stato preso da Lui, attraverso incontri, reali certo, ma anche intrinsecamente “poetici”. È bello assaporare le emozioni di lettura che ci offre in queste pagine parlandoci di Turoldo, Borges, Rumi, Davoli, Pascoli, Tagore, Damiani, Dante e altre voci, viventi nel qui e ora o già nel sempre, che hanno in-cantato la sua anima e indirizzato concretamente la sua vita. Sì perché per il poeta di Castelfiorentino si tratta di aver risposto a una chiamata. Accolta con umiltà, come una grazia. Poesia come vocazione, dunque, come realizzazione del proprio sé più dolorante e lieto, più nascosto e palese. Una vocazione di cui essere infinitamente grati anche se non ci evita prove, silenzi, sofferenze… aderire  alla propria vocazione “è un modo di vivere che può aiutarci a provare a fare della nostra vita qualcosa di bellissimo” (p. 58), ci responsablizza: “Non possiamo più far finta di nulla e vivere come se le nostre azioni non producessero effetti nell’infinito.” (p. 43); “Dovremmo amarci gli uni gli altri solo per questo, dovremmo avere compassione gli uni degli altri proprio per la sorte che condividiamo.” (p. 34); “… forse il dolore è davvero un fratello necessario alla nostra esperienza di vita.” (p. 27); “… tutto quanto accade nella nostra vita, anche quello che  sembra ombra, buio, oscurità, male, quello che noi giudichiamo come sbagliato, ingiusto, il poeta [nello specifico si riferisce a Rumi] ce lo indica come dono, occasione, fonte di salvezza.” (p. 19).

La citazione posta a titolo di questa recensione si trova a p. 29. E continua così: “E più ci sentiamo chiamare più ci sentiamo smarrire perché non capiamo.” Ecco è fondamentale non capire, cioè non “racchiudere” in sé, non delimitare orgogliosamente con una rete esclusiva ed escludente la realtà che ha sempre una bellezza esondante le nostre categorie, sorprendente, misteriosa… Dobbiamo essere tutti, in primis i poeti, vasi che accolgono, anche (forse soprattutto) attraverso le loro crepe. Piccoli contenitori aperti e “sgocciolanti” di infinito.

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