domenica 14 giugno 2026

“centinaia di epigoni Rubik occupanti-spazio e occupati a diffondere versi in stile Ikebana”

 Ivan Pozzoni, Lo Stato pontificio, Collana Tardomoderna, Edizioni Divinafollia 2026

nota di lettura di AR






Il polilinguismo e la verve ficcante e provocatoria di Ivan Pozzoni trovano in questo libro una esemplificazione acuta (nelle varie accezioni dell’aggettivo), in bilico fra sarcasmo, ironia, giochi di parole, enigmi da risolvere, invettiva, umorismo: “Però, da sinistra, mi invitano al copyleft e da destra al copyright mi tocca fare il democristiano / invento il copymiddle, faccio l’art senza ista o l’ista senza art, conviene iniziare spargere menate / col titolo nobiliare e due palazzi, impongo al mondo dell’arte di mantenermi a markette sul divano” (da Onan il Barbaro, p. 43); “
mi anacolutizzo, fregandomene della sintassi, e mi metto a sbertucciare le vostre distopie” (da Dieci bersaglieri ottuagenari a Porta Pia, p. 40); “la strategia anti-seduttiva si è trasformata in tattica di denunce urlate fuori dai rostri / se non siete tribùni plèbis, carichi di contiones, siete rimasti vittime di una scrittura da chiostri / lordata dall’influsso dell’ontologia estetica moderna, ontologia = metafisica, la musica di Orfeo, / col Doppialingua che vorrebbe ostacolare Cookie con una roipnol poetry degna di Morfeo” (da Mi desiderate seduttivo, p. 39).
Già il verso che ho posto a titolo di questa mia nota (da Il Ducato di Milano, p. 36) evidenzia la necessità di scuotere un modo di poetare asfittico, ombelicale, inerte, estetizzante, ottuso, accademico, trendy, superficiale, catabolico… in una parola vacuo, probabilmente anche per chi scrive versi del genere, magari come autoterapia. Consideriamo, fra altri, questo spassoso passaggio che fa da incipit a L’ispirazione come introspezione: Pollock (p. 26): “La scoperta sensazionale del XX secolo, recuperata da ogni forma di romanticismo, / l’arte è conseguenza dell’inconscio, della libera creazione, dell’introspezione, / basta buttare spray o lettere su una tela, a cazzo, e diventi il vate(r) dello sperimentalismo, / studiare non serve, basta improvvisare, e mettere vocaboli sulla carta come una defecazione.”
Abbiamo a che fare con un testo di lettura impegnativa e a tratti disturbante, con versi in gran parte ipermetri, con l’uso di un linguaggio che unisce il vocabolo alloglotto a quello scurrile e mette in agitazione le false sicurezze e le idee standard. Pozzoni ci irretisce, letteralmente, e questo ci infastidisce. Eppure ne intravediamo fra le maglie l’umanità e l’intelligenza, la capacità di mettere in risonanza, con i suoi verzi guizzanti e al contempo ipertrofici, corde che magari preferiamo non toccare. Concludo con il seguente brano da Il post-iper-tardomernismo (p. 17):

Questo mio riots è tutto un neustico, critico letterario inutile non hai nessuna voce in capitolo,
la mia mozione, nelle assemblee dell’arte, è criticare ogni critica, recensire ogni recensione,
la tua interpretazione soggettiva si scontra con la mia interpretazione autentica, grazie arcavolo,
Campanile docet, ignorante che valuti l’artista, e ne chiedi, a gran voce, la sottomissione
ai criteri editoriali delle riviste, che andassero a cagare, l’artista non è un grafico o un tipografo …

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