Una poetica intensa e convinta del valore della “parola”

Serse Cardellini, Sono le 26:00 – Poesie 
FaraEditore, Rimini, 2018

recensione di Vincenzo D'Alessio




Vede la luce la raccolta poetica Sono le 26:00 di Serse Cardellini presso le Edizioni Fara di Rimini, nella collana “Vademecum”: centotrentacinque pagine riscattate da una lunga notte durata ventisei ore.
Siamo di fronte ad una poetica intensa e convinta del valore della “parola.”
Una costante ricerca del senso eterno dell’esistenza. La diaspora tra l’Alfa e l’Omega della verità rivelata in ogni sua forma attraverso il logos – verbum caro factum est – e a confronto con l’oceano dell’esistere.
Dall’inizio alla fine della raccolta, suddivisa in sei parti, la visione filosofica dell’essere e del divenire si alternano generando nel lettore la lievitazione verso la dimensione connaturata all’umanità di avvicinarsi al divino per ottenere la risposta che potrebbe dissetare il buio della lunga notte che segue all’esistere: “(…) il tram che arriva puntuale / vecchia che scende / bambino che sale / lo stesso tragitto-tragedia / da sempre la noia.” (pag. 16).
Seguendo l’autore attraverso i versi abbiamo avuto la sensazione di vegliare nella cella di un convento il finire di una notte infinita in attesa dell’alba/risveglio di tutto il Creato.
Si respira nelle poesie una incessante recitazione/preghiera, che risveglia il passato, trattiene il presente, contempla a fatica il futuro: “L’infinito, caduto in disgrazia / come noi tutti. / Dio ha le mani bucate.” (pag. 22).
L’energia dell’infanzia, serena/dolorosa, si affaccia in ognuno di noi che leggiamo i versi, simile ad una confessione ineludibile per aprire il cerchio dell’esistenza e lasciarlo rivivere alla luce della Storia: “(…) Sì la rabbia degli indifesi / quando già a sette anni / tutta la vita si fa addosso / e ascolti il respiro di tua madre / andarsene così lontano / e ascolti la cintura di tuo padre / venirsene così vicino / sulla schiena sulle gambe sulla guancia / e sai che è molto meglio non gridare” (pag. 51).
Il poeta viene nutrito spesso di dolore proprio dalla figura paterna, il punto nodale degli affetti, accanto a quelli viscerali della madre, per questa fatale condizione voluta dagli eventi “il fango mistico” ingloba l’energia innata (l’anima naturale donata al bambino) costruendo quella scultura, rappresentata in copertina di questa raccolta.
La sorte data a questa creatura (golem) così diversa dalle altre è comunicata dall’autore al lettore in questi versi: “(…) perché si sa che al poeta / gli si offron due vie / università o psichiatria.” (pag. 26).
Il corrispettivo di questa affermazione riporta agli occhi i versi di una grande poeta del nostro Novecento, Alda Merini, che l’ha testimoniata vivendola: “Le più belle poesie / si scrivono sopra le pietre / coi ginocchi piegati / e le menti aguzzate al mistero./ (…) Così, pazzo criminale qual sei / tu detti versi all’umanità, / i versi della riscossa / e le bibliche profezie / e sei fratello a Giona.”
Il ricorso all’Antico Testamento è presente costantemente in Serse Cardellini.
Questa raccolta merita di essere ascritta al filone della poesia di questo ventunesimo secolo quale lampada accesa nel deserto dei sentimenti che affligge l’uomo e la sua progenie.
La memoria dell’amico scomparso è parte integrante del contesto poetico che si avvale di una padronanza del verso libero e della rima che in alcune composizioni come Lettera post-mortem di un figlio alla propria madre (pag. 94) raccolgono l’eco delle esperienze della poesia novecentesca visitata dall’autore.
Le diverse figure retoriche maggiormente utilizzate sono le iperboli e le anafore ripetute in forma di ditirambo, tese a celebrare l’ebbrezza data dal vino (che in senso cristiano è il sangue di Cristo nella celebrazione eucaristica) e nella quotidianità ispirano al poeta questi versi: “(…) fu il primo incontro con l’uva / il risveglio davanti al camino / e adesso, io, piaccio al vino.” (pag. 23).
L’accostamento alla poesia cinese, con relativa traduzione storico filosofica, inclusa nel presente testo completano il percorso filosofico che l’autore intende raggiungere attraverso la pratica dell’illuminazione.
L’intera raccolta consegna ai lettori una mistica tensione solare; in tempi antichi avremmo detto misteri dionisiaci, per giungere davanti all’altare del Dio che illumina i passi di ogni poeta (di ogni mistico amante delle verità) sospingendolo (sospingendoci) all’inizio del Mistero: “(…) Lì ascoltare il primo vagito / Di un Dio appena nato / Disposto a farsi adorare / A farsi amare dagli uomini.” (pag. 130).

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