Sui Percorsi alternativi di Giuseppe Vetromile


Marcus Edizioni, Napoli 2013 


recensione di Vincenzo D'Alessio



Percorsi alternativi è l’ultima raccolta poetica di Giuseppe Vetromile che reca nel sottotitolo: “noi in cammino perenne verso il caso”; il caso è la sequenza di rette parallele interrotte da incroci, bivi, improvvisi assalti del Caos, direzioni soppesate dal poeta rispetto all’ontologia dell’esistenza.

“Cammino perenne” è questo che “noi” intraprendiamo nascendo contro la stessa volontà di un Io che si ribella di continuo: “E non c’è strada alternativa che possa cambiare le cose”, scrive Vetromile nella introduzione alla presente raccolta (pag. 5) provocando nel lettore lo stimolo a salire sullo scomodo treno dei versi per seguire il lungo viaggio della ricerca: “Dubito che sia reversibile il viaggio ad altro parallelo / ora che è noto il punto di non ritorno / dove si stacca la parola dalla bocca / per dire che è finita l’avventura / mia cara” (Variante nr. 1, pag. 7).

Il viaggio. La scoperta. Il desiderio di continuare con gli occhi l’assetata partecipazione all’ora del Mondo: “(…) e noi disperati non si può più vivere / senza prendere quel treno che ti porti / all’altro capo della buona speranza “ (Annuncio ritardo, pag. 13). Dove la metafora della Speranza, ultima divinità a lasciare i sepolcri degli uomini, richiama il punto geografico dell’Africa dove si incontrano l’oceano Atlantico e l’Indiano e porta alla mente l’immagine dipinta sulla lastra tombale della sepoltura magnogreca di Paestum conosciuta come “la tomba del tuffatore”: “(…) e con un balzo d’atleta dal trapezio della vita / tentare di oltrepassare la morte” (Variante nr. 3, pag. 9).

I versi: “lasciarsi trasportare nel regno delle favole” (Annuncio ritardo, pag.13) riportano alla mente il lunghissimo e fedele percorso poetico di Giuseppe Vetromile quando nel 1986 partecipava alla sesta edizione del Premio Nazionale Biennale di Poesia “Città di Solofra” con la poesia Per apologia di fiabe: “Io non amo l’esatto suono / del Computer che mi richiama / a morte. (…) e faticherò a raccontare domani / alla mia stirpe / maglie inventate di notte / accanto a focolari non / elettronici” (pag.  64).

Il verso è rimasto libero, forte e aderente con mano ferma alla richiesta della mente di non naufragare in parole molli, prive di forza evocativa, lavoro lungo di levigatura che chiede di riempire il vuoto dell’utopia racchiuso nella parola: “La parola poi viene dall’angolo della scrivania / (…) Percorre sentieri inauditi e impercettibili / scava sovrana tesori sepolti / da cui zampilla la fresca cascata / della libera poesia” (Per vie di fuga, pag. 32).

L’universalità della Poesia contenuta nei versi del Nostro accoglie l’invito degli amati poeti del secolo appena trascorso: “Mi sento vicino al nulla quanto più vicino al cosmo / sto / pregando Iddio di venirmi incontro / almeno a metà del cielo / o a mezza strada dal paradiso” (Punto di accumulazione, pag. 62). Lo stesso invito è nei versi di Giuseppe Ungaretti: “(…) Tu non mi guardi più, Signore… / E non cerco se non oblio / Nella cecità della carne” (Dannazione, (1931), Mondadori, 1992).

“Io sono forse un fanciullo / che ha paura dei morti / (…) Perché non ha più doni / e le strade son buie, / e più non c’è nessuno / che sappia farlo piangere / vicino a te, Signore”. Riprende il Nobel Salvatore Quasimodo (Nessuno, Newton & Compton, 1996). Infine: “Dissipa tu se lo vuoi / questa debole vita che si lagna, / (…) La mia venuta era testimonianza / di un ordine che in viaggio mi scordai” (Eugenio Montale, da Ossi di seppia, A. Mondadori).

La poesia può rappresentarsi come un fiume di voci che realizzano le utopie, i sogni, la mitografia della Speranza, per superare il vaticinio della nascita: “e si cancella la vita mentre vivi” (Geometria dell’orizzonte caduco, pag. 65) così scrive Giuseppe Vetromile inserendo anche questa raccolta nelle onde cangianti di questo fiume. Egli è già voce di queste voci ma il dolore della carne lo lega a quel “mi sopravvivo” dell’ultima composizione di questa raccolta. I dubbi rimbalzano nelle poesie, le anafore matematiche non portano sollievo a chi è in cerca di risposte chiare. La casa come certezza degli affetti si ritrova presente in tutte le opere della raccolta: esserci e non perdersi nelle nebbie del viaggio.

Il lettore potrà seguire, lucidamente, l’intero viaggio intrapreso dal poeta alla ricerca delle risposte da offrire a se stesso e a chi legge. In questa realtà che viviamo, con tutti gli affanni procurati dalle perdite umane, dalla mancata economia, dal crollo inevitabile del “benessere”, la lettura di questa raccolta si presenta come “un bagno nel fiume sacro della Poesia”: catarsi,mimesi, nemesi. Vetromile ci porge il resoconto del suo lungo viaggio: “un girovago con infiniti spiegazzati biglietti / di andata e ritorno” (Ritorno, pag.12), invitandoci ad immergerci e credere.

“La strada giusta in fondo è quella più comoda / un rettilineo che ti porta all’indefinito / ma ad ogni miglio c’è un sorriso” (Variante nr. 5, pag.10), volendo possiamo seguirlo.

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