Su La memoria dell’acqua di Giovanna Iorio

Davide Ghaleb Editore, 2012


recensione di Vincenzo D'Alessio


La raccolta poetica della “giovane poeta” irpina, così come scrive di lei Miriam Castelnuovo nella postfazione, La memoria dell’acqua sgorga dall’incontro con il giovane pittore/poeta Carlo Vincenti (1946-1978): scomparso a soli trentadue anni dalla scena terrena, immortale nelle sue molteplici opere d’Arte. Un incontro occasionale o destinato? Non sappiamo rispondere a questa domanda. Di fatto gli occhi di Giovanna e di Carlo si sono attraversati, contenuti, raccontati: “corrispondenza di amorosi sensi”.


Quanto dolore cela l’esistenza, che duro percorso solleva agli occhi attenti della poeta o dell’artista che l’attraversa?:


(…) l’albero vicino azzittiva
con tutti i suoi uccelli
con tutti i suoi frutti maturi
pronti a cadere al suolo (pag. 11)




L’albero vive più dell’uomo, profonde fertilità e dona senza chiedere nulla in cambio, conserva la sua naturalità e onestà. “Azzittiva”: la fine del tempo, del canto degli uccelli, la caducità dei frutti raggiunti, il suolo che accoglie ogni frutto maturo per farne terra con la terra. Il volo e il sogno si perdono. Una vita spenta nel meglio della sua giovinezza. Il ripetersi di “una storia” alla quale assistere o entrarne misticamente a farne parte, anche se a distanza di tempo, nelle frequenze rimaste: gli oggetti, il nastro di seta “liscia liscia” che percorrono la lingua assetata nel raccontare.


Il racconto in versi della Iorio, dell’esistenza artistica di Carlo Vincenti, è la spola di una donna antica e moderna al tempo stesso, una donna che compone la sua tela nelle opere di un altro artista dal quale prende spunto e colori. L’azzurro, è il colore che prevale, per l’amore verso l’acqua e verso il mare. Dare la mano a chi è scomparso, e ricompare nei volti femminili sospesi in “una storia” senza tempo, racchiusa in una grotta tombale, etrusca, dove sulle pareti sono graffiti, in solchi di colore, le vicende dell’illustre scomparso.


L’anafora è la forza del racconto. Lo svolgimento asindetico la velocità dei versi. La rima baciata, alternata, le assonanze, sono la tavolozza dei colori e dei profumi che si mischiano per condurre il lettore alla scoperta di quel suono “ goccia a goccia” che lo chiama ad entrare nella grotta del’anima:


esplorano lutti
pupille cieche
s’immergono in lacrime antiche
flutti ricordi fughe radici
(pag.13)



Le donne sono il filo conduttore della raccolta. Le donne ritratte nelle opere di Vincenti danno sfogo alla voce che emerge dal silenzio. Iorio diviene la Sibilla, l’iniziata, che invoca i miti d’acqua, di luce, di suolo, per intraprendere il viaggio verso lo sconosciuto mare dei volti ritratti nelle opere, immersi nel silenzio assordante del vuoto. La memoria è acqua sorgiva, in continuazione. Quando si ferma l’opera di un uomo, la continua l’altro, traendolo dalla notte eterna:


disegnami lingua e sorriso
completami il viso
voglio inondare di parole
questo giaciglio
. (pag.19)



L’intera raccolta vibra dei colori della vita, dei profumi inaspettati che ogni giorno accendono la quotidianità: la lavatrice, la birra, la lattina, i panni da lavare, il rimettere in ordine il tavolo dopo il pranzo, i versi ci conducono parola dopo parola davanti alle immagini:


Il moto
che sorprende le cose
addormentate
in cucina
(pag. 47)



Svegliare dal silenzio colui che il silenzio vorrebbe cancellare. Andare “oltre il bordo” dell’esistenza senza esitare. Sentire che il destino chiama per nome i vivi a rendere la loro parte, nel colore della Vita, come marinai sulla barca nel momento in cui la tempesta insorge senza segni nell’aria. Il mare che culla e sbrana. La quiete della sorgente che promana la vita e la furia delle onde che ci allontanano dal porto del comune destino.


Stupendamente ha scritto Miriam Castelnuovo nella sua postfazione: “Giovanna Iorio e Carlo Vincenti percorrono la strada della propria esistenza con la forza del solo linguaggio” (pag. 75). Non trovo definizione più adeguata per un incontro tra due artisti sulla strada dell’esistere. Mi vengono alla mente, come nel racconto che l’acqua conserva da milioni di anni per il nostro azzurro pianeta, le parole del poeta Alfonso Gatto, nel “licenziare” nel 1969 la sua raccolta di poesie Rime di viaggio per la terra dipinta, che accompagnava altrettante ” tempere” realizzate dalle mani stesso autore: «Qui, su queste pagine scritte, sulle altre per acqua trasparenti al segno e al colore, ancòra di me si tramanda l’immagine che mi precede e mi aspetta: là dove mi troverò, là dove potrete trovarmi con l’aria di divertire ogni pensiero che passa. E sia pure “vanità” l’atto ( e l’amore) del dirmi addio.» (Mondadori, 1969)

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