
Grande la forza visiva di questi versi in cui il tempo viene “sfidato”: ricordo e attualità si confondono, i sentimenti di ieri rivivono ora come non appartenessero al passato, quasi che “il teatro di abitudini” sia una rappresentazione sempre in atto sulla quale il sipario cala solo quando non siamo sulla scena: «lo capisci anche tu, cavalchiamo / una scena di cartone, amici / strade, bar, anche solo / a gesti un muto dice meglio / la realtà…». Molto interessante la strategia degli a capo che sa creare cesure emotivo-sintattiche di grande presa.
Tenera le è stata la vita
mentre s’avanzava lungo i corridoi
dolciastri di medicine, flebo e rotelle.
Di tua madre la lenta agonia
guardavi sbilenca sulla soglia
consumata di passi altrui e sconosciuti.
I parenti dalle mani di zucchero
le poggiavano un «sii forte» sulla spalla
ebete di dolore.
NONNI
La salita di passi strascinati
in un decennio, il tuo, si imparano
nuovi modi, la vecchiaia, di camminare
io intanto dentro l’infanzia
sulle due ruote di una bici lilla
andavo, sulle ginocchia cadevo
davanti scuola, dietro la schiena
le mani, ci hai aspettato, quanto?
il trillo della campanella
avvertiva dei nostri inizi
delle tue fini.
COREOGRAFIA DI UNA GENERAZIONE
Il rosso dei muscoli tesi
le ricorda una giovinezza sana e forte
quando si correva a gambe levate
impastando i piedi con la polvere gialla
e le gonne a fiori con scenari da dopoguerra.
Il suo diploma del Cinquantasei
ostetrica professionista diceva,
a Liliana sembra un falso
e d’autore, il marito pure
dipingeva quadri
d’azienda, dava posti
di lavoro, e alla moglie
incarichi importanti affidava
pentole, figli e di camicie colli
inamidati.
RAZVOD – DIVORZIO –
Non ci sono i presupposti
se ancora resti affezionato
a un teatro di abitudini,
lo capisci anche tu, cavalchiamo
una scena di cartone, amici
strade, bar, anche solo
a gesti un muto dice meglio
la realtà. Il fondo del tavolo
non lo toccasti che a
parole, ti rimangiavi vecchi
me e te all’archivio a Mosca
invernali impacciati nei cappotti
ITALIANS
Quando restammo a mani tese
Spingendoci di corpo in corpo
Sul pontile della nave che attraccava
E quella pioggerella spinosa
Fendeva ogni nostra recondita
Aspettativa di una vita migliore,
di lavoro comunque si trattava:
sudori freddi lungo ferrovie
da costruire e grattacieli
da issare su, su fino
a riempire di mattoni e ossa
un libretto verde-azzurro
di risparmi sognavamo
comunque.
Francesca Di Tonno è nata a Penne (Pe) il 3 Ottobre 1983. Dopo la Maturità Scientifica ha conseguito la laurea di primo livello a Bologna discutendo una tesi in Letteratura Russa Contemporanea. Ha studiato a Berlino e a San Pietroburgo presso lo Smolnyj Institut. Ha collaborato come redattrice free-lance con periodici cartacei e on-line («L’acerba», «La scena»). Dopo aver lavorato a Milano in qualità di redattrice televisiva per laQuadrio srl del gruppo Magnolia, vive ora a Bologna dove frequenta l’ultimo anno della laurea specialistica in Letterature Comparate.