Visualizzazione post con etichetta poesia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta poesia. Mostra tutti i post

venerdì 20 settembre 2024

CINQUE RIOT-TEXTS DI IVAN POZZONI

 Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Ha introdotto in Italia la materia della Law and Literature. Ha diffuso saggi su filosofi italiani e su etica e teoria del diritto del mondo antico; ha collaborato con con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2007 e 2018 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi IntroversiMostriGalata morenteCarmina non dant damenScarti di magazzinoQui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il Guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni. È stato fondatore e direttore della rivista letteraria Il Guastatore – Quaderni «neon»-avanguardisti; è stato fondatore e direttore della rivista letteraria L’Arrivista; è stato direttore esecutivo della rivista filosofica internazionale Información Filosófica; è, o è stato, direttore delle collane Esprit (Limina Mentis), Nidaba (Gilgamesh Edizioni) e Fuzzy (deComporre). Ha fondato una quindicina di case editrici socialiste autogestite. Ha scritto/curato 150 volumi, scritto 1000 saggi, fondato un movimento d'avanguardia (NeoN-avanguardismo, approvato da Zygmunt Bauman), con mille movimentisti, e steso un Anti-Manifesto NeoN-Avanguardista, È menzionato nei maggiori manuali universitari di storia della letteratura, storiografia filosofica e nei maggiori volumi di critica letteraria.Il suo volume La malattia invettiva vince Raduga, menzione della critica al Montano e allo Strega. Viene inserito nell’Atlante dei poeti italiani contemporanei dell’Università di Bologna ed è inserito molteplici volte nella maggiore rivista internazionale di letteratura, Gradiva.I suoi versi sono tradotti in francese, inglese e spagnolo. Nel 2024, dopo sei anni di ritiro totale allo studio accademico, rientra nel mondo artistico italiano e fonda il collettivo NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica).






a tutti quelli che hanno qualcuno da piangere

 

A tutti quelli che hanno qualcuno da piangere,

in nome della loro mancanza di ispirazione,

hanno la fortuna di non aver niente da ridere,

come nel ritornello de La donna cannone.

 

A tutti quelli che hanno qualcuno da piangere,

una bottiglia di vino come amico fragile,

gli occhi gonfi pieni di dispiacere,

gli occhi gonfi di sangue come uno sbandato pugile.

 

A tutti quelli che hanno qualcuno da piangere,

che si sentono da buttare via

e non hanno agli occhi zanzariere

che permettano di scacciare ogni fobia.

 

A tutti quelli che hanno qualcuno da piangere,

stanati sulle labbra di un amore,

non trovano la forza di vivere

quando hanno strappato loro il cuore.

 

A tutti quelli che hanno qualcuno da piangere,

sbattuti sulla riva come Ulisse,

nuovi eroi che non hanno niente da vincere

lacrime sulle ordinate e sangue sulle ascisse.

 

A tutti quelli che hanno qualcuno da piangere,

ta-ra-da-dà, e le seconde strofe sono tutte da inventare,

devono apparire come stessero per sopraggiungere

come buche carsiche sulle strade dell’amore.

 

A tutti quelli che hanno qualcuno da piangere,

piangete, piangete, non lesinate

le lacrime si rimpiazzano con un buon bicchiere

smezzato a sorsi di lacrime bicarbonate.

 


 

Ezra Pound

 

La città non muore mai, avvolta in un alone di fuoco,

nemmeno se la coprono di cavalli di frisia,

non serve neanche riempirla di portoni taglia-fuoco,

la città è sola, si scioglie facilmente in un barattolo di magnesia.

 

Siamo tutti soli, siamo tutti fatti a pezzetti

i palazzi continuano a farci da cellophane

la solitudine ci impedisce di far progetti

proiettati come Prost in una mortifera chicane.

 

Le relazioni durano un tanto al metro

amore, amore, sì, ma con criterio

tutti morti, tutti alla Porta di San Pietro

con una scientifica vocazione al martirio.

 

È la festa del lavoro, dignità umana

si va avanti a raccomandati e figli di puttana,

tutti, depressi, ad attendere il Recovery Fund,

e finiremo con Mussolini a stringer la mano a Ezra Pound.

 

 


L’EPATITE IVA

 

Il contribuente italiano medio tra tasse, imposte e accise

subisce morsi e ricorsi stoici peggio che alla Corte d’Assise,

navigando sempre in cattive acque, lo hanno dichiarato santo

e contro le scottature da cartella esattoriale usa la tuta d’amianto.

 

L’epatite IVA è una malattia altamente contagiosa,

il cuneo fiscale ha la funzione di un catetere senza ipotenusa,

drenare liquidi dai buchi neri dei conti correnti non millanta

l’idea di far chinare concittadini sofferenti a quota Novanta.

 

La metafora del drenaggio, verso lo Stato italiano, non è balzana,

l’Agenzia delle Entrate ci rivolta i calzoni come indomita mezzana,

la malattia è ormai cronica, come terapia sedativa resta la flat tax

la calma piatta dei mercati internazionali non ci facilita il relax,

tra salvare 5.000.000 di italiani o incrementar lo spread

la scelta è tanto semplice che non ci vorrebbe un Dredd,

speriamo solo che un nuovo dottor Sottile non emetta prelievi forzati

sul 6‰ dei conti correnti dei soliti disgraziati.

 



LA TERZA VOLTA DI LAZZARO

 

Questa è la terza volta che mi levano il sudario,

sono ancora in grado di flexare senza l’uso di un rimario,

non riesco neanche a sperare nel famoso logos di un missile russo,

in cammino sulla strada verso Odessa con venti sintomi da reflusso

curiosissimo dello stato dello star system italiano bevo vodka ed un cachet

nessun refolo di cambiamento: dittatore di Atelier è restato Giuliano Berchet.

 

Spostato il masso del sepolcro, dopo sei anni, controllo il catalogo Mondadori,

sarà svanito il cucchismo, 0,9% del fatturato, e mi ritrovo i soliti cinque autori

Ruffilli, Lamarque, De Angelis, le solite novità settuagenarie, e l’Opera omnia di Viviani,

che a raccontare tutto in Macedonia e Kosovo non smetterebbero di batterci le mani,

Yēšūa, nel 2018, ti eri impegnato a regalarmi il dono dell’auto-felllatio,

nel 2024, con impegno, vedrò di fare il miracolo da solo, senza estensione del prepuzio.

 

Questo continuo rinascere, e sparire, rinascere, e sparire, mi sta mettendo in confusione

sono l’artista del Raduga, dello Strega e del Montano, o una valletta della televisione,

va a finire sempre nello stesso modo: inizio a scrivere e mi metto nei pastiche,

m’hanno detto che cito citazioni di citazioni come Lapo tira su le strisce,

le uniche citazioni le ricevo in Tribunale da mediocri titolari di associazioni di Rimbaud

che chiedono elemosina ai «dilettanti» allo sbaraglio asserragliati nei lit-blog,

ho idea che mi richiudo ancora nella tomba e mi rimetto a studiar l’abbecedario,

le donne sono andate tutte via, come cazzo faccio a rimettermi il sudario.

 

 


LA GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA

 

Ricordo, anni fa, la giornata all’ospizio di Sesto San Giovanni

decine di vecchi a lanciar versi come in una voliera di barbagianni,

declamavano di amore, campagne, tutti i luoghi comuni del creato

molto simili a muezzin infoiati sui minareti del Califfato.

 

All’arte di Euturpe hanno dedicato un’intera giornata mondiale

ai nostri eroi un anno intero a far versi non riusciva a bastare,

cantano raggi di sole fino a condurre l’uditorio in stato di choc

e io non riesco a cantare che di Ippocampi avvinghiati a cotton fioc.

 

Oggi sarà la serata mondiale del corso e concorso

con claque che nemmeno il Berlusca da Barbara D’Urso,

centinaia di scrittori inutili, inquadrati in mostra alle decine di manifestazioni

la maggior parte in cerca di un’ora di noia e i soliti furbi a arraffare gettoni.

 

La giornata mondiale della poesia mi ricorda la Festa della Donna

milioni di uomini in fila, con mimose, a cantare i loro osanna,

lasciando bicchieri nel lavandino e mutande nella cesta

che tanto, domani, a lavarli sarà compito della Festa. 


Ivan Pozzoni

Kolektivne NSEAE

sabato 6 luglio 2024

"La notte oscura di Maria" di Giuliano Ladolfi. Recensione a cura di Lorenzo Spurio

La notte oscura di Maria (puntoacapo ed., Pasturana, 2021) di Giuliano Ladolfi propone, in una scansione di versi pacati carichi di immagini potenti nei quali si evidenzia il chiaro pathos dell’Autore, i passi dolorosi della madre per eccellenza, Maria, all’approssimarsi alla caduta terrena del figlio, dopo il Golgota subìto.

È – come ben anticipa l’Autore – una notte di dolore e spietatezza, di angoscia e di struggimento in cui la tonalità che tende a dominare è il nero del buio e della notte. La morte del Cristo è collocata su una scala cromatica che è annunciata da un progressivo imbrunirsi sino a giungere a una totalità fosca e compatta che è quella delle tenebre. Eppure questo momento di annullamento completo della luce non si sovrappone allo scoramento totale dell’animo della povera donna che, forte dell’esperienza umana e religiosa, a suo modo sa accettare il sacrificio toccato al figlio e intravederne un senso. Un messaggio di luce e speranza.

Tutto questo ha una sua valenza allegorica in cui la caduta del Cristo viene ad avere un valore più ampio, ben al di là del mero sentimento e dell’appartenenza religiosa, quale reale caduta dell’umano nei termini di una crisi collettiva – in particolare – dell’Occidente. Giulio Greco, prefatore dell’opera, a tal riguardo ha rivelato che “La […] civiltà occidentale […] ha smarrito i punti di riferimento […] la sproporzione abissale tra le aspettative umane di un Dio onnipotente, buono e misericordioso e un Dio sofferente, privo di ogni potere”.

Giuliano Ladolfi è autore di lungo corso, intellettuale di comprovate capacità stilistiche e creative, il cui impegno in campo culturale rappresenta una pieta miliare del suo intero percorso umano. Nato a Novara nel 1949, ha diretto vari istituti di scuola superiore. Già titolare della cattedra di Pedagogia e Didattica di Storia dell’Arte e di Tecniche di scrittura all’Accademia delle Belle Arti di Novara. Ha pubblicato varie raccolte di poesie – il suo esordio, con Paura di volare. I ragazzi dell’Ottantacinque – è datato 1988. Tra le altre opere si ricordano Il diario di Didone (1994) e Attestato (2005; 2015), quest’ultima tradotta in varie lingue tra cui lo spagnolo, il francese e l’inglese. Due sono le sue creazioni più importanti che hanno contribuito ad arricchire lo scenario culturale nazionale: la fondazione, nel 1996, della nota rivista di poesia, critica e cultura «Atelier» con la quale ha dato pubblicazione a più di un centinaio di saggi e interventi sulla letteratura contemporanea e quella, nel 2010, a Borgomanero (NO), assieme a Giulio Greco, della casa editrice che porta il suo nome (Giuliano Ladolfi Editore) che ha pubblicato una grande quantità di volumi di autori contemporanei, tra autori consacrati, emergenti ed esordienti. Tra i lavori di critica si ricordano L’opera comune. Antologia di 17 poeti nati negli Anni Settanta (1999) e Per un nuovo Umanesimo (2009). Quale giornalista collabora alla pagina di cultura del quotidiano «Avvenire».

Così recita Maria nelle prime pagine, in una sorta di dolente monologo interiore: “Non piango per la morte di mio figlio, / ma anche per il buio che mi ha invaso / e che di respiro in respiro mi possiede” (12).

Ed ecco i dilemmi pressanti e sempre attuali che già l’io lirico, nelle vesti della Madre celeste, avanza: “Che cosa sopravviverà / all’inabissamento universale?” (23) e poi, dinanzi all’annebbiamento della mente dinanzi a tanta barbarie: “Ma chi era questo figlio? / Neppure più riesco / a delinearne il volto / […] / Anche egli è nato per morire / salendo sulla croce, Lui” (28). Sono domande gigantesche, che non trovano difficoltà di riscontro dirette e pratiche, ma che consentono alla donna dolente di approfondire il suo dolore, di viverlo in profondità. La poetessa palermitana Franca Alaimo ha scritto: “è in quell’incalzare esasperante delle domande che si può individuare la sete ancora intatta d’Assoluto, la brama dell’anima di non infrangersi contro il limite del morire, consapevole, nonostante tutto”[1].

La totalità invalicabile del buio viene, allora, infranta da fenditure imprecisate che lasciano intravedere la potenza della vita: “La morte è il solo spiraglio di luce. / […] / Quale giudizio ti ha inchiodato / su quella croce?” (35).

Una consistente parte dei versi contenuti nella plaquette fa propria l’isotopia e la negazione della luce, con riferimenti, momenti d’assenza e smarrimento e altri di ritrovata fiducia e di speranza nella fede, nonostante l’indecoroso sacrificio del Cristo e il mistero della sua esperienza: “Ho vissuto il resto della vita / cercando un senso al mistero di un figlio / dal fulminante sguardo, / dalle carezze turbinose; / ora mi trovo a non più credere / come speranza devastata” (46).

Il noto poeta Ivan Fedeli, che arricchisce il volume con la sua postfazione, parla di una “Maria immensamente umana e colta dal dubbio” che “da madre entra con il figlio nel sepolcro, prova la morte – che è morte sua più che del figlio – e non ha prospettive altre, se non nel ricordo o nel dubbio”. I “quadri poetici” come li definisce lo stesso Fedeli, proprio per la loro grande capacità mimetica e funzione rappresentativa da fare il tessuto in versi così vivido e palpitante, descrivono la storia di un dolore inumano e straziante che non ha nulla di astratto e lontano. È il supplizio di Maria ma anche quello di tante donne in tutta la storia dei nostri tempi, dinanzi ad aberrazioni e incomprensioni diffuse attorno a eventi drammatici che s’imprimono come trauma, che sopravvive “anche grazie ai tanti interrogativi aperti e irrisolti”.

  

Lorenzo Spurio


Matera, 15/05/2024

 

 

 



[1] Franca Alaimo, Recensione a Giuliano Ladolfi, La notte oscura di Maria, in «Atelier Poesia», 18/11/2021.

giovedì 30 maggio 2024

"Saudade 2017-2022" di Maria Pia Quintavalla. Recensione di Lorenzo Spurio

È uscita pochi giorni fa la nuova raccolta poetica della nota poetessa Maria Pia Quintavalla, l’ennesima in un lungo e apprezzato percorso letterario che l’ha vista, recentemente, meritare il Premio Speciale “Alla Carriera”, conferitole nelle Marche[1], per la sua distinta attività di poetessa e saggista all’interno della III edizione del Premio Letterario “Paesaggio Interiore” (2023) presieduto da Francesca Innocenzi.

L’opera si propone nella forma di una raccolta di testi che fanno riferimento al periodo 2017-2022 e va sotto il titolo di Saudade, termine caro alla cultura lusitana e carioca. Il libro è stato pubblicato all’interno della collana “Intersezironi” della puntoacapo editrice di Pasturana (AL) ed è introdotto da una prefazione a firma di Giancarlo Sammito.

L’Enciclopedia Treccani online fornisce, quale spiegazione del lemma straniero “saudade” che comunemente viene richiamato anche nel nostro dizionario, tale definizione: «Sentimento di nostalgico rimpianto, di malinconia, di gusto romantico della solitudine, accompagnato da un intenso desiderio di qualcosa di assente (in quanto perduto o non ancora raggiunto), che permea la poesia lirica portoghese e brasiliana dell’Ottocento e che, rivendicato nei primi del Novecento da alcuni letterati fautori di una rinascita della cultura portoghese come atteggiamento tipico del carattere nazionale, si è diffuso come stereotipo dell’animo portoghese e, per estensione, brasiliano». Il termine richiama un sentimento di più o meno sofferta malinconia per un passato o un perduto al quale l’individuo anela nel pensiero vagheggiando quel che è stato o nutrendo il pensiero di quel che vorrebbe recuperare. Saudade della Quintavalla è la voce intima che corrisponde alla chiamata nostalgica, a una musica lontana di echi imbevuta di rimpianto, una sorta di tristezza nativa che non è la sofferenza del lutto ma nella quale squarci di luce possono anche penetrare. Come sosteneva Tabucchi, infatti, può trattarsi anche di una “nostalgia del futuro” (che, dopotutto, sempre per lo stesso autore, è una sorta di “paradosso”) e può aver a che fare con qualcosa che stupisce e intenerisce al contempo.

Nella prefazione di Sammito è possibile leggere: «C’è tanta acqua in Saudade. Acque serene di adolescenziale vigilia, di veglia per una incarnazione nella parola e nel senso condiviso dei linguaggi. Ma anche di amnio e naufragio, acqua persa (buia) e rugginosa in pozzanghere di città dove la vita, la poesia, hanno trovato e trovano ancora forme di canto. E luoghi, una pressante aspirazione, come dice il titolo, a luoghi, e non soltanto interiori […] Saudade è combinazione e madre del sentimento del tempo, del desiderio, tesoro compresso tra futuro e passato: del nostos, Sehnsucht protesa al viaggio nel luogo o nel tempo del percorso linfatico, invisibile ma presente, che a maggior ragione esige dunque voce, espressione, storie».

L’opera contiene al suo interno un prima e un dopo, che si contraddistinguono dal limite di una sorta di “spartiacque” rappresentato dall’insorgenza della triste pandemia che abbiamo sperimentato. Così, all’ante Covid appartiene la sezione “Casi del mondo, case dell’amore” mentre all’età successiva, impressa al trauma del Coronavirus, appartiene la ricerca di saudade e i “Giorni come fucilazioni” dove trovano collocazione i «pensieri tortorelle» in attesa di «fucilate imprevedibili, come serenate attese».

L'Autrice, la poetessa Maria Pia Quintavalla

L’Autrice ha rivelato in una conversazione privata che «Ci sono tagli in questo libro: e acque da tagliare» con particolare riferimento al rito della nascita (e di molte nascite si parla nel volume), ma anche al fenomeno dell’immigrazione rappresentato da quei passaggi delle navi libiche che fendono le acque del Mediterraneo. Sono esempi di questo taglio etico-civile le opere che evocano ecatombe dolorose e le cronache ripetitive dei nostri giorni, in una «vita di periferico abbandono» (32): “Sono una nave libica” e “Augusta, il naufragio”.

Ci sono poi le sezioni in prosa: i componimenti “La piantina”, “Dalla torretta”, “La terribile età” sono estratti da “Album feriale”. A chiudere è il poemetto “Augusta, il naufragio”, un delicato e curioso prosimetro in cui è possibile leggere: «Ora, questo immenso camposanto è marino, l’assenza di pietà umana ha scelto il colore dell’acqua per manifestarsi. Un cielo capovolto e profondo pieno di pesci, ora in frotte, ora in fuga» (74).

Maria Pia Quintavalla (Parma, 1952) vive a Milano. Ha pubblicato le opere Cantare semplice (1984), Lettere giovani (1990), Il Cantare (1991); Le Moradas (1996); Estranea (canzone) (2000; 2022), Corpus solum (2002), Album feriale (2005), Selected Poems (2008), China (2010), I Compianti (2015), Vitae (2017), Quinta vez (2018). Tra i premi vinti si ricordano il “Cittadella”, l’“Alghero Donna”, il “Nosside”, il “Pontedilegno”, il “Città di Como”. Numerose le opere antologiche nelle quali risulta inserita tra le quali Braci (2020, a cura di Arnaldo Colasanti). Inserita nell’Atlante voci poesia, progetto curato da Giovanna Iorio. È stata Redattrice della rivista «Menabò» ed è nella Giuria del Premio Terre d’ulivi. Collabora alla rivista «Metaphorica». Conduce laboratori di lingua italiana presso la facoltà di Lettere UniMi.

 

 Lorenzo Spurio

 

[1] Cerimonia avvenuta a Cerreto d’Esi (AN) nel 2023.

lunedì 13 maggio 2024

"Carte nel buio" di Michele Nigro


"Carte nel buio" (poesie / 2019-2024), ed. nugae 2.0 - 1a edizione: maggio 2024; prefazione di Carla Malerba, postfazione di Emma Pretti.

disponibile al seguente link:

“Ma è soprattutto la profondità simbolica che caratterizza l’intera raccolta. Nell’autore poesia è bellezza, è amore, è musica, è silenzio, invocazione laica e sobria pazzia; e mentre si dissolvono nella memoria le note di Brassens, evocatrici di un dolce tempo che non torna, i versi di Carte nel buio ci accompagnano pervasi da una sottile malinconia per tutto ciò che vita dà e non restituisce, se non nel ricordo.” (dalla prefazione di Carla Malerba)

“La poesia di Michele Nigro, caratterizzata da componimenti di discreta ampiezza raccolti in sezioni – quasi una scansione in capitoli – non è una poesia narrativa ma è la poesia di un narratore, e non potrebbe essere altrimenti dal momento che Nigro nella sua produzione è anche narratore in prosa dai temi più diversi…” (dalla postfazione di Emma Pretti)

“Carte nel buio, come un’ingenua speranza poetica che avvolta dalle tenebre dell’epoca procede fiduciosa in direzione di luci lontane: che siano stelle o luci artificiali di città future non è dato saperlo; la speranza, tranne quella cristiana, non si basa su certezze di fede. Perché è solo stando al buio che si può intravedere l’uscita sperata, il varco luminoso sulle seconde vite…” (dalla Premessa dell’Autore)

...

Michele Nigro, nato nel 1971 in provincia di Napoli, vive a Battipaglia (Sa) dal 1978. Si diletta nella scrittura di racconti, poesie, brevi saggi, articoli e recensioni per giornali e riviste. Ha diretto la rivista letteraria “Nugae – scritti autografi” fino al 2009. Ha partecipato in passato a numerosi concorsi letterari ed è presente con suoi scritti in antologie e periodici. Nel 2016 è uscita la sua prima raccolta poetica – che ama definire “raccolta di formazione” – intitolata “Nessuno nasce pulito” (edizioni nugae 2.0). Ha pubblicato “Esperimenti”, raccolta di racconti; il mini-saggio “La bistecca di Matrix”; nel 2013 la prima edizione del racconto lungo “Call Center”, nel 2018 la seconda edizione “Call Center – reloaded” e la raccolta “Poesie minori. Pensieri minimi – materiali di risulta”. Nel 2019, per i tipi delle Edizioni Kolibris, viene pubblicata la raccolta di poesie intitolata “Pomeriggi perduti” (collana di poesia italiana contemporanea “Chiara”), che è anche il nome del suo blog. È del 2020 il volume 2 della raccolta “Poesie minori. Pensieri minimi”; nel 2021 la terza e ultima silloge dei materiali di risulta, diventati nel frattempo, in linea con il precedente prodotto, “Poesie sospese” (nel 2024 la terza e ultima silloge) distribuite gratuitamente sull’home page del blog “Pomeriggi perduti”. Alcune sue poesie sono state tradotte in portoghese, inglese e spagnolo. Nel 2023 ritorna alla narrativa fantascientifica con il racconto “Anarcometaverso” per l’antologia “Delle eloquenti distopie – vol.2” (Delos Digital). Nel 2024 dà alle stampe la raccolta poetica “Carte nel buio” (ed. nugae 2.0) e il prosimetro “Elegia del confino” (ed. Letterature Indipendenti).

sabato 13 aprile 2024

Lorenzo Spurio su "Rebus Banksy. L'uomo dall'arte ribelle" di Andrea Del Monte

 È uscito il 6 dicembre scorso in tutte le librerie, per i tipi della romana Ensemble, Rebus Banksy, il nuovo libro-disco di Andrea Del Monte che porta quale sottotitolo L’uomo dall’arte ribelle.

Non si tratta solo di un libro dedicato al grande artista e writer britannico ma anche un libro di poesie, racconti e di musica. Nominare Banksy – si legge nel comunicato di lancio dell’opera – significa solitamente catturare immediatamente l’attenzione mediatica anche se l’interesse sociale spesso si limita solo a cercare d’individuarne l’identità. Del Monte ha avuto modo di osservare: «Per me, l’identità di Banksy può restare un rebus. A me interessa la sua arte». Ed è tale l’obiettivo del libro-disco: andare al di là del nome per approfondire, attraverso alcune delle massime forme d’arte, tutti i significati che le opere del celebre e al contempo misterioso writer possono offrire. Emozioni, sentimenti, riflessioni, note e quant’altro.

Per realizzare l’opera Andrea Del Monte si è avvalso della collaborazione di Jacopo Colabattista, che ha ridisegnato dieci opere di Banksy, degli scrittori e poeti Vivian Lamarque, Antonio Veneziani, Renzo Paris, Elisabetta Bucciarelli, Geraldina Colotti, Susanna Schimperna, Giorgio Ghiotti, Gino Scartaghiande, Fernando Acitelli, Antonio Pennacchi, Antonio Rezza, Flavia Mastrella, Angelo Mastrandrea, Alessandro Moscè, Claudio Finelli, Marcello Loprencipe, Diego Zandel, Helena Velena e Ugo Magnanti.

Tra le opere di Banksy selezionate e qui riprodotte figurano “Il lanciatore di fiori” (“The Flower Thrower”, opera in stencil nero apparsa nel 1999 su un muro di Beit Sahour in Palestina) in cui in una diapositiva di un’ipotetica intifada al posto delle pietre vengono lanciati fiori a trasmettere un’idea di negazione della guerra nella quale la collettività dovrebbe impegnarsi; “La madonna con la pistola” (apparso come murales nei pressi di Piazza Gerolomini a Napoli) con un chiaro intento di denuncia del fenomeno malavitoso camorrista; “Bambino migrante” (“Migrant child”) opera apparsa nel 2019 su un muro di una casa lambita dall’acqua del Canale a Venezia nel sestiere Dorsoduro, in cui il tema è l’immigrazione che concerne il mondo dell’infanzia: il bambino tiene in mano un razzo di segnalazione dal quale diparte una conformazione fumosa in un acceso color fucsia ad intendere un SOS lanciato. Il critico Vittorio Sgarbi all’epoca sostenne che era necessario un intervento protettivo per tutelare l’opera, esposta alle intemperie e all’umidità vista la prossimità dell’acqua del Canale che arriva a coprire addirittura i piedi del ragazzino ritratto.

Tra le altre opere di Banksy proposte figurano “Il calciatore rivoluzionario” pensata per riferirsi all’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), un movimento nato in Messico in sostegno delle popolazioni indios contro il capitalismo rappresentato dal Subcomandante Marcos; “Babbo Natale” apparso su un muro di Birmingham dove, a un vero clochard che dorme steso su una panchina, il misterioso artista ha pitturato sul muro le linee che collegano alle renne (la panchina sarebbe dunque la slitta). Il canonico ridanciano Santa Claus è trasformato da Banksy in clochard, povero derelitto che vive alle intemperie della vita, per sottolineare il tema della marginalità delle periferie, della vulnerabilità e della povertà sociale.



Si continua con “Evoluzione umana in codice a barre” (o “Evoluzione della scimmia a codice a barre”) in cui nella poesia collegata, a firma dello stesso Andrea Del Monte, leggiamo “Sono una persona, non sono un codice a barre, / sono una persona, non sono uguale alle altre”. Fanno capolino il tema dell’alienazione e della mancanza d’identità che in questa società contemporanea purtroppo spopolano e che lasciano il posto alla generalizzazione e al bieco relativismo. Con l’opera banksyana “Bambini sulle armi” (“Kids on guns”) ritorna il tema della violenza, della guerra, riferito all’inerme mondo dei bambini: qui due ragazzi sono ritratti vicini sulla sommità di un cumulo di armi d’artiglieria. Il tutto ha – come capita quasi sempre – una colorazione nera mentre il palloncino che reggono e che si eleva verso l’alto (a differenza delle armi, in basso) è di colore rosso e ha una forma di cuore. Associata a quest’opera è una cantilenesca poesia di Vivian Lamarque – poetessa da sempre particolarmente legata al mondo dei minori – intitolata “Filastrocca in disarmo” che recita: “C’era una guerra così intelligente / che solo lei si capiva / gli altri non capivano niente, / gli altri non capivano niente”. E poi, verso la chiusa: “Morivano tutti anche i bambini / […] // Ma più di tutti moriva il mare / vedendo i bambini morire di mare”.

C’è poi la curiosa “Banconota Lady Diana / Di-Faced Turner” che ritrae una fantasiosa banconota con l’immagine della Principessa dei Cuori e, al posto di Bank of England, Banksy of England. Si tratta, come avviene nella maggior parte dei casi, di una provocazione. L’artista vuol forse riferirsi allo stigma della donna per l’allontanamento dalla Real Casa e al clima d’odio fomentato da certa stampa, alla sua vulnerabilità di donna e alla solitudine del suo ultimo periodo prima del tragico incidente nella Capitale francese. Nella poesia di Susanna Schimperna dedicata alla Principessa si legge: “Lei era troppo dolce / guardava intimidita sempre da un’altra parte”.

Tra le ultime opere proposte in questo volume grafico, poetico, narrativo e musicale ci sono “Il bacio dei poliziotti” (“Kissing Coppers”) e “La bambina con il palloncino” (“Balloon girl”) quest’ultima accompagnata, in chiave poetica, da un testo di Elisabetta Bucciarelli.

Rebus Banksy, che è un’opera polifonica e multimediale, contiene anche quattro interviste ad altrettanti esponenti del mondo artistico in tutte le sue declinazioni: Vittorio Sgarbi, Vauro Senesi, Sabina De Gregori (autrice del primo libro, nel nostro Paese, dedicato al geniale artista di strada, Banksy, il terrorista dell’arte, opera del 2010) e Giuseppe Pollicelli. Il medesimo format d’intervista è proposto per i quattro esponenti intervistati. Diverse sono le considerazioni attorno alle potenzialità della street art di Banksy, a fornire uno scenario completo e variegato, motivo di riflessione.

Mediante il codice QR che figura nel colophon del libro è possibile ascoltare le dieci canzoni che l’Autore ha prodotto in collaborazione con artisti di fama mondiale tra i quali John Jackson (storico chitarrista di Bob Dylan), Fernando Saunders (produttore e bassista di Lou Reed) ed Ezio Bonicelli (violinista e chitarrista di Giovanni L. Ferretti e dei CCCP).

Andrea Del Monte è chitarrista, cantautore e compositore. Ha partecipato allo storico festival “Il Cantagiro” dell’edizione 2007, risultando vincitore del premio della critica. Si è più volte esibito a Casa Sanremo e nel Sanremo Off e in alcune tappe di Radio Italia. Al suo primo EP hanno collaborato John Jackson e il musicista ed etnomusicologo Ambrogio Sparagna. Ha pubblicato il libro Brigantesse, storie d’amore e di fucile (Ponte Sisto, Roma, 2019) il cui disco allegato si apre con l’intervento di Sabrina Ferilli e il libro-disco Puzzle Pasolini (Ensemble, Roma, 2022) con il quale ha ricevuto in Campidoglio i premi “Microfono d’oro”, “Antenna d’oro per la TIVVU” e il “Sette Colli”. A Lanuvio l’opera è stata premiata con il premio speciale “Croffi – Castelli Romani Film Festival”.

 LORENZO SPURIO


Matera, 08/0/2024

 

 

 

 

venerdì 22 marzo 2024

(Polaroid XXI): Sergio Bertolino


Polaroid: istantanee di poesia è una rubrica a cura di Luca Pizzolitto
Foto in copertina di Luca Pizzolitto


Con la pioggia / sentiamo nostra / la misura di ciò che non guarisce

Da Resistenza e sparizione (Avagliano, 2023)


(...) Resistenza e sparizione sembra approfondire proprio il tema della sete, portando all'estremo un'idea di poesia che si muove tra ribellione e disciplina, ma esercitando la propria resistenza dentro un paesaggio e una lingua coerenti e definiti. E il paesaggio che qui si profila è quello delle origini, che già avevamo esperito nella raccolta precedente, ma non con la stessa selvatica virulenza di ora, la stessa "fame di radici" e di arcano che agisce in queste pagine, dove il ricorso - per un'intera sezione - al dialetto reggino svela tutta la carica delle scelte, e la forza dell'inabissamento.

(Giancarlo Pontiggia)




Non osa avvicinarsi
a tanta notte
un fiore,

qualcosa di omesso dai cieli:

mi riporta solo ciò
che è già scomparso,
ridotto alla sua cellula felice.

*

Vero è libero, ci credo,
ma tremenda la riva che sospetto
fissi nel punto l'ombra breve,
preistoria di una bocca e del linguaggio
finché vivo
spalancata la distanza, né prima
né dopo,
io sento che dovrò sacrificarmi gli occhi
perché uno sguardo mi salvi
e dica nulla mi succede;
conosco il bimbo nella foto,
la fiducia che ho riposto
- le obbedisco.

*

Con quale nome ti presenti
all'oro ruggente ai vertici
del giorno? Fa di nebbia anche la torre
se è tua la privazione che trattiene,
l'ovale senza un grido, sorridente,
il blu di Rilke ravvivato nella sete.
Scoprire all'improvviso
gli occhi il pane che ti aspetti, perché arrivino
le dalie a consolarti un'ansia nuova,
bella di brezze e di pontili,
è il più fondo degli affetti,
la più lunga delle corse.

*

Ecco,
perché l'ombra
di un pensiero la afferri e non finisca
questa notte, questa voglia, gelando
il primo grido,

farei di lei la foglia che frinisce,
nessun mistero oltre la pelle.

*

Piace alle mie mani,
nella mezza luce croccante,
dov'è il bell'inverno che predice
di serti più floridi e rossi...

Piace perché
sa destinarle ad altro
(oh la palafitta le verticali
dell'onda
"non tremare").

Ma nottetempo, per fingersi fuoco
c'è fiato abbastanza.

Dragone o basilisco, con la pioggia
sentiamo nostra
la misura di ciò che non guarisce.






Sergio Bertolino (Reggio Calabria, 1984) insegna Lettere a Torino e condirige la rivista di poesia "Avamposto". Resistenza e sparizione è la sua terza raccolta di versi.


giovedì 21 marzo 2024

"Poesie sospese", silloge terza

 


Torneranno i duelli all’alba


Torneranno i duelli all’alba

i racconti per fuochi che scottano
le cortine, sì, ma di plastica
le fredde guerre da riscaldare
le crociate per liberare Hollywood dall’A.I.
i selgiuchidi alle porte di Vienna,
[solo per fotografarla.

Torneranno gli imperi e le spie
i sicari da stiletto e i sigari cubani
le crisi dei missili sulla Luna indiana
il Generale Inverno, quello percepito
i dagherrotipi su lastre di rame rubato dai rumeni
i D’Annunzio a declamar poesie nei sexy shop
gli Anni Venti ma senza ruggire
le campagne elettorali porta a porta
la moda delle epidemie e delle epifanie.

Torneremo noi, morti di lavoro e sul lavoro
di Domenica in pasticceria dopo la messa
sotto mentite sfoglie surgelate
a rivangare gli anni ottanta
Rocky, Rambo e Reagan a recitare accordi di pace
e la mummia di Ho Chi Minh sul treno di Kim Jong-un
[per un tour tra le dittature più in voga,

tornerete voi, camminando distratti
seguendo bianche luci di smartphone
come lucciole povere del petrolio
come tortore sull’antenna tivvú
a disturbare derby e film osé,

si rifaranno vivi i ducetti e le patrie
la space opera e le ricette di Tognazzi,
ritorneremo sul nostro satellite in diretta social
e lasceremo lì a morire di scienza un negazionista
per rappresaglia contro la cancel culture.

Dalle foto nel sacrario gli estinti
ci guardano attoniti, ma in bianco e nero.
Saremo come voi, siamo già voi, a colori
fotocopie testarde, affezionate al ciclo degli errori
preghiamo stanchi dèi del crepuscolo
sull’orlo del solito dirupo.

...

da "Poesie sospese", silloge terza


Michele Nigro, nato nel 1971 in provincia di Napoli, vive a Battipaglia (Sa) dal 1978. Si diletta nella scrittura di racconti, poesie, brevi saggi, articoli e recensioni per giornali e riviste. Ha diretto la rivista letteraria “Nugae - scritti autografi” fino al 2009. Ha partecipato in passato a numerosi concorsi letterari ed è presente con suoi scritti in antologie e periodici. Nel 2016 è uscita la sua prima raccolta poetica - che ama definire “raccolta di formazione” - intitolata “Nessuno nasce pulito” (edizioni nugae 2.0). Ha pubblicato “Esperimenti”, raccolta di racconti; il mini-saggio “La bistecca di Matrix”; nel 2013 la prima edizione del racconto lungo “Call Center”, nel 2018 la seconda edizione "Call Center - reloaded" e la raccolta “Poesie minori. Pensieri minimi – materiali di risulta”. Nel 2019, per i tipi delle Edizioni Kolibris, viene pubblicata la raccolta di poesie intitolata “Pomeriggi perduti” (collana di poesia italiana contemporanea “Chiara”), che è anche il nome del suo blog. È del 2020 il volume 2 della raccolta “Poesie minori. Pensieri minimi"; nel 2021 la terza e ultima silloge dei materiali di risulta, diventati nel frattempo, in linea con il precedente prodotto, "Poesie sospese" distribuite gratuitamente sull'home page del blog "Pomeriggi perduti". Alcune sue poesie sono state tradotte in portoghese, inglese e spagnolo.