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lunedì 15 luglio 2024

“Il Poeta crede nell’amicizia, ma sa che i sentimenti umani sono, per così dire, mobili…”

Recensione di Giuseppe Iannozzi


€ 12,50 pp. 104 (Nefesh 51) maggio 2024
ISBN 978-88-9293-129-9
Immagine di copertina: Angela Gallaro, Maretusa (Primavera) 2012 Cartone telato (cm. 70×70), collage, colori acrilici. Collezione privata galleria Gallaro.
Postfazione di Alessandro Ramberti


Francesco Randazzo cerca Dio 
e lo trova nel quotidiano

Francesco Randazzo dà alle stampe E fu sera e fu mattina (Fara Editore), una silloge poetica ricca di spiritualità e non solo. Il Poeta investiga il quotidiano, s’interroga circa il ruolo di Dio nella nostra vita, e non dimentica mai gli ‘ultimi’, coloro che nella vita sono stati sfortunati. La pietas che Francesco Randazzo adotta non è mai fine a sé stessa, non ha uno scopo prettamente estetico; il Poeta soffre insieme alle persone sofferenti che incontra lungo la strada, e non può fare a meno d’interrogarsi. Dio ci dà le spalle? Perché lo fa? Probabilmente per lasciarci liberi di scegliere fra il bene e il male. Gli amici non sempre sono sinceri e leali fino alla fine; talvolta, di punto in bianco, tradiscono e lo fanno con una crudeltà diabolica. Paradossalmente ma non troppo, dei nemici ci si può fidare: non cambiano faccia dall’oggi al domani, e sono consapevoli che nel tentativo di far fuori qualcuno potrebbero rimetterci le penne. Il Poeta crede nell’amicizia, ma sa che i sentimenti umani sono, per così dire, mobili, soggetti a cambiamenti repentini.
Francesco Randazzo cerca la luce divina, prega che inondi le sue stanze, e non di rado il Poeta viene baciato dalla luce di Dio. Alessandro Ramberti, che ha firmato la prefazione alla silloge E fu sera e fu mattina, sottolinea: “I poeti, come i profeti, sanno vedere oltre, lontano e, come Nathan fece con Davide, possono scuoterci, tirarci fuori dalle nostre bolle di transitoria e deleteria onnipotenza.” Niente di più vero. Val la pena aggiungere che, ieri, i poeti erano tenuti in altissima considerazione, perché considerati non meno importanti dei profeti.
Le poesie di Francesco Randazzo, sessantatré in tutto, sono davvero notevoli per contenuto e stile. Non posso non consigliare “E fu sera e fu mattina”. Leggete le liriche di Francesco Randazzo e anche voi, forse, vi illuminerete di una piccola grande luce che vi renderà migliori, più attenti al quotidiano e al divino.

Dalla prefazione di Alessandro Ramberti:

“Il poeta esule ha in sé tracce profonde della nativa Sicilia nella forte compenetrazione di una tonalità sanguigna e abbagliante con il nero assoluto che prefigura l’abbraccio inevitabili che tutti ci attende, quella soglia inquietante e tenebrosa a un oltre che si fa vivo già nell’ora che stiamo – non di rado inconsapevoli – trascorrendo. (…) La poesia di Francesco Randazzo è una lastra fotografica sensibilissima che emoziona e lucidamente registra la ragioni del cuore (del suo e del nostro). (…) I poeti, come i profeti, sanno vedere oltre, lontano e, come Nathan fece con Davide, possono scuoterci, tirarci fuori dalle nostre bolle di transitoria e deleteria onnipotenza.”

Ogni parola è un’invenzione,
ogni suono è una scoperta,
ogni silenzio è rivelazione.

Di tutte le lingue del mondo
quella che ha tutte le risposte
è proprio quella che non sai.

Perché il mistero ti abita
e tutto è inconoscibile,
persino la memoria finge,
senti solo il pulsare dentro
ogni respiro, ti emozioni
per l’attesa, tempo sospeso,
quando tutto è possibile,
quando tutto si dissolve,
tra la terra e il cielo sta
quel che vibra segretamente,
è un battere freddo d’ali,
o lo schianto bruciante,
o la risata flebile di un vecchio,
o la forza d’un abbraccio,
o lo sdegno per il tradimento,
o l’incoscienza di un amore,
o l’invenzione di un Dio amico,
o il divino segreto senza nome.

giovedì 2 luglio 2020

La parte più umana di Odisseo

Gian Ruggero Manzoni su
Fara Editore 2020




Francesco Randazzo si è laureato in Regia all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma. Siciliano della diaspora, sovente col cervello in fuga all’estero, è scrittore e regista. Ha pubblicato, con vari editori, testi teatrali, poesie, racconti e tre romanzi; ha ottenuto numerosi riconoscimenti in premi e festival nazionali e internazionali. Ha svolto attività didattica con corsi di recitazione, regia, drammaturgia e scrittura creativa, storia dello spettacolo, stages e conferenze per varie istituzioni pubbliche e private. Ha creato e gestisce il blog “Mirkal”. Per la webzine Maredolce.com cura la rubrica “Le lettere di Woland”. Di questa sua raccolta hanno scritto l’amico Salvatore Ritrovato: “La riscrittura del mito di Ulisse, e in particolare dell’episodio finale del nostos, appare molto interessante in quanto coniuga l’esperienza delle note vicissitudini dell’eroe greco con l’impresa quel tanto parziale di una memoria che è sempre in movimento, in un verso – tra l’altro – ampio e accogliente, grazie alla sua capacità di distendersi in pause e slanci”, quindi la sempre brava Elena Varriale: “Con versi e ritmo incalzanti Randazzo si sovrappone a Ulisse, al suo viaggio, alle sue rinunce ed avventure per rivivere, attraverso lui, se stesso o il destino di tutti i sognatori, coloro insaziabili di vita. Ecco, quindi, il ritorno, lo sbarco all’agognata Itaca che gli appare polverosa e arrugginita. Anche Penelope è dissolta, e tutto sembra svanito nei ricordi. Le avventure e le memorie si sovrappongono, arricchiscono consapevolezze e rimorsi, ripercorrono le tappe del pentimento: ci sono i piedi perfetti di Calipso, la bianca pelle di Nausicaa e Circe, la spada del dubbio. Per ciascuna un racconto, un’emozione o un rammarico: non c’è scelta che non abbia le sue cicatrici”, poi Pippo Ruiz: “… in questo ritorno a Itaca che Randazzo mette in scena non c’è rispecchiamento tra Odisseo e Penelope. Il monologo di Penelope denuncia la devastazione amorosa che separa marito e moglie. Le due esperienze amorose solo apparentemente esprimono languori e nostalgie, mentre la narrazione dei due io poetanti ci restituisce, in una inconsapevole dichiarazione di perfetta simmetria, l’irriducibilità che sempre li ha gravati. Così come il balbettante racconto dello stupro di Aretusa è metafora dell’indicibilità della violenza.” 
Infatti con Itaca deserta ruggine Randazzo ci porta per mano nel viaggio di Odisseo tra le sue amanti, e quindi a Penelope, la moglie desiderata. Egli le ha desiderate tutte, ma da tutte infine è fuggito perché attratto solo da colei che con pazienza lo attende, colei che, però, lui non è mai riuscito ad amare per intero. Queste di Randazzo sono pagine intense che vi ricorderanno il mito di Odisseo, la sua parte più umana, e il legame tra marito e moglie, indissolubile davanti al trascorrere del tempo. Ho trovato il tutto molto recitativo, ma non poteva essere diversamente, del resto l’autore è dal teatro e dal cinema che giunge, così che lo “spettacolo della poesia” trova ulteriore amplificazione, quindi forza, dall’intonazione della voce, dal come appaiono le immagini recitate e dal come l’esperienza personale può risultare, alla pari dei poemi omerici, narrazione universale.

lunedì 1 luglio 2024

“Ogni parola è un’invenzione…”




E FU SERA E FU MATTINA di Francesco Randazzo, Fara Editore

Francesco Randazzo, laureato in Regia all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, lavora in Italia e all’estero come regista e autore. Ha fondato la Compagnia degli Ostinati – Officina Teatro, della quale è stato direttore artistico. Ha pubblicato testi teatrali, poesie (con Fara, Itaca deserta ruggine, 2020), racconti e quattro romanzi. Numerosi i premi di drammaturgia e letteratura nazionali e internazionali. Sue pièces sono state tradotte in spagnolo, ceco, francese e inglese. Con Graphofeel, negli ultimi anni, sono usciti: I duellanti di Algeri (2019), L’amore è quiete accesa (2021) e Freme la vita. I sogni di Goffredo Mameli (2024).

Ogni parola è un’invenzione, ogni suono è una scoperta, ogni silenzio è rivelazione. Di tutte le lingue del mondo quella che ha tutte le risposte è proprio quella che non sai: così si dice nella nota editoriale.

Di questo libro in tal modo si è espressa (trovandomi d’accordo)
Daniela Domenici: «Sono appena riemersa dalle emozioni che mi ha regalato questa superba silloge poetica di Francesco Randazzo, regista teatrale, scrittore e poeta di origine siracusana le cui numerose opere ho avuto il piacere di recensire in questi anni. Due anni fa a proposito della sua silloge Sabbia aspra ho scritto: Mi ha affascinato ed emozionato sia per l’ampiezza dei temi trattati che per la straordinaria e multiforme varietà di stili adottati che per la spiritualità di cui sono intrise molte altre oltremodo particolari, infine, per la sua profonda conoscenza della mitologia; queste parole valgono anche per la sua nuova opera perché Randazzo sa utilizzare, con sapiente maestria e apparente nonchalance, l’enjambement e l’anafora, l’allitterazione e l’onomatopea, la sinestesia e la rima interna, è infatti un profluvio di stili che emozionano (…). La silloge è composta da sessantatré liriche, ventiquattro nel primo e nel secondo libro e quindici nel terzo; il primo s’intitola ‘Stanze del paradosso di Schroedinger’ in cui trovano spazio anche molte liriche dedicate al periodo della pandemia (quante/i di voi conoscono questo paradosso?), il secondo ‘Ogni volta c’è un Dio che fugge, libro d’ore’ è intriso di profonda fede e spiritualità e il terzo, che ha lo stesso titolo della silloge, è distopico, è una specie di apocalisse assolutamente originale da cui emerge il suo amore per il mondo animale.»
Raccolta interessante, insieme che vi consiglio.

lunedì 23 giugno 2025

Complimenti vivissimi a Francesco Randazzo secondo al Premio Caput Gauri 2025


Caput Gauri ad Alessandro Riccioni: "La poesia è memoria e futuro"

Codigoro, la 41esima edizione della rassegna nazionale ha vissuto ieri l’epilogo più atteso. Secondo Francesco Randazzo con E fu sera e fu mattina, seguito da Gordiano Lupi con "La città del ferro".

Una prima scelta, fra le 39 raccolte di poesie, era stata effettuata dalla giuria tecnica

Una prima scelta, fra le 39 raccolte di poesie, era stata effettuata dalla giuria tecnica

È stato il poeta Alessandro Riccioni, nella foto ultimo da destra sorridente, con la raccolta "Del tempo chiuso", ottenendo 18 voti, a vincere la 41esima edizione del Premio Nazionale di Poesia "Caput Gauri", la cui cerimonia di premiazione si è svolta ieri pomeriggio al teatro Arena di Codigoro. Al secondo posto Francesco Randazzo con 9 voti con la pubblicazione E fu sera e fu mattina, seguito da Gordiano Lupi con un voto per il volume "La città del ferro". Una prima scelta, fra le 39 raccolte di poesie di varie parti d’Italia, era stata effettuata dalla giuria tecnica mentre sono stati, fra i 30 giurati popolari, quelli presenti nel teatro a decretare il vincitore.


Spett. Casa Editrice Fara,


comunichiamo ufficialmente che la Giuria Tecnica ha scelto come finaliste della 41-esima edizione del Premio Nazionale di Poesia Caput Gauri le seguenti opere:

DEL TEMPO CHIUSO del poeta Alessandro Riccioni Casa Editrice Book

E fu sera e fu mattina del poeta Francesco Randazzo Fara Editore

LA CITTA’ DEL FERRO del poeta Gordiano Lupi Edizioni Il Foglio

Cogliamo l’occasione per congratularci e inviare i nostri più cordiali saluti.

Roberto Cavalieri
Presidente dell’Associazione Culturale Caput Gauri Aps





martedì 10 dicembre 2024

“E fu sera e fu mattina” di Francesco Randazzo a cura di Vincenzo Capodiferro

recensione di Vincenzo Capodiferro su Insubria Critica - dicembre 10, 2024

E FU SERA E FU MATTINA

Una lastra fotografica sensibilissima che emoziona e lucidamente regista le ragioni del cuore



E fu sera e fu mattina. Libri del tempo è una raccolta poetica di Francesco Randazzo, edita da Fara, Rende 2024. Come scrive Alessandro Ramberti nella prefazione: «La poesia di Francesco Randazzo è una lastra fotografica sensibilissima che emoziona e lucidamente registra le ragioni del cuore (del suo e del nostro)… I poeti, come i profeti, sanno vedere oltre, lontano, e, come Nathan fece con Davide, possono scuoterci, tirarci fuori dalle nostre bolle di transitoria e deleteria onnipotenza. Se non li ascoltiamo, rischiamo di fare la fine del pazzo di Gela …». Certamente Alessandro rimanda, qui, ad un’antichissima concezione, quella del poeta vate e del poeta profeta. L’ultimo poeta vate è stato D’Annunzio. L’ultimo poeta profeta è stato Turoldo. La società senza poeti è impazzita: «Un pazzo di Gela s’aggirava/ per le scure strade disastrate/ della sua esistenza larvale …». La Musa rende ciechi. Ogni poeta è un Omero, un Odisseo, ogni uomo un “Uno. Nessuno. Centomila”, ma soprattutto un nulla: «… nemmeno l’al di là l’aveva voluto, così/ era soltanto invisibile,/ nulla mischiato al niente. E fu sera e fu mattino. Un nuovo giorno». Da qui è tratto il titolo, emblematico, e dilemmatico, perché da un lato rimanda alle pause creative di Dio, le sue “insonni notti”, dall’altro ad una tipologia espressiva tipica che sta tanto per “Tanto l’aria s’addà cagnà”. L’atteggiamento di Francesco è - come annota sempre Alessandro - «altalenante tra fede e scetticismo». La sua è una fede critica, non scontata. Il poeta è un Giobbe ridente, tanto per adusare un ossimoro lampante. Francesco è non è solo un regista poeta, ma un poeta regista: riprende la realtà, quella vera, non la fiction artistica. Aristotele sosteneva che la poesia è più vera della storia, per il concetto di verisimiglianza. Ma soprattutto l’arte è catartica e per questo artica: le espressioni artistiche possono congelarti, pungenti come Bora. Nel mare del nihilismo, ove pare sia dolce il leopardiano naufragio, emerge lo scoglio dell’Assoluto: «Mando un messaggio a Dio e lo ringrazio./ Sembra stupido e vano: ma cos’altro resta,/ quando tutto diventa così disperatamente inutile, cos’altro/ se non la folgorante idea di Dio?». L’idea di Dio non è Dio. Il Dio d’Abramo, d’Isacco e di Giacobbe non è il Dio dei filosofi (Pascal). Eppure hanno la stessa radice, indoeuropea: “vid”, vedere. Ciò che s’è visto. Dio nessuno l’ha mai visto; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio dimora in noi e il suo amore è perfetto in noi (Giovanni). Dio è amore.

Se ci fosse un terremoto sarebbe peggio.

Se ci fosse una guerra sarebbe peggio.

Se ci bombardassero sarebbe peggio.

Se ci deportassero sarebbe peggio.

Se ci togliessero la parola sarebbe peggio.



Come non ricordare il “S’i’ fosse foco” in chiave modernista? Francesco registra in uno sfondo poetico in bianco e nero, quasi neorealista.

Francesco Randazzo, laureato in Regia all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, lavora in Italia e all’estero come regista e autore. Ha fondato la Compagnia degli Ostinati - Officina Teatro, della quale è stato direttore artistico. Ha pubblicato testi teatrali, poesie, racconti e romanzi. Numerosi i premi di drammaturgia e letteratura nazionali e internazionali. Sue pièces sono state tradotte in spagnolo, ceco, francese e inglese. Con Graphofeel, negli ultimi anni, sono usciti: I duellanti di Algeri (2019), L’amore è quiete accesa (2021) e Freme la vita. I sogni di Goffredo Mameli (2024).


lunedì 17 febbraio 2025

“… nelle poesie di Randazzo, ci siamo tutti …”

recensione di Flavio Vacchetta



È racchiuso tutto il mondo, questo ed il prossimo, in questa raccolta dal titolo allegorico: E fu sera e fu mattina, di Francesco Randazzo.

Diviso in tre parti, è soprattutto l’esergo della prima: “dal paradosso di Schr
ödinqer” che ci aiuta ad entrare meglio nel mondo dell’autore. La sua poetica ci esorta a uscire dal nostro “io” egocentrato, ad abbracciare non solo le altrui realtà, ma i possibili, alieni, mondi futuri, dove le sovrapposizioni ci porteranno a dubitare di tutto ciò che ha rappresentato la nostra sicurezza e a scaraventarci in atmosfere mai conosciute né, forse, auspicabili.

Se il “Libro d’ore” epigrafe della seconda parte, sembra volerci catapultare all’indietro quando la riflessione sull’esistenza passava necessariamente per i connotati religiosi, qui Randazzo infrange quelle convinzioni, e ci consegna, in una ridda di esemplificazioni quotidiane, all’equivoco in cui tutti cadiamo, e dove il dio, se per qualcuno c’è, si mimetizza, e scoprirlo è un dilemma in cui le alternative sono più d’una!

Ed eccoci alla terza parte dove ritorna, martellante, il titolo, evocativo, di un “incipit” del Tutto, e dove noi ancora non respiravamo, mentre qui nelle poesie di Randazzo, ci siamo tutti, e tutta la storia umana si condensa nel bene e nel male. E come nella musica di Gy
örgy Ligeti, alla fine delle infinite vibrazioni, ritorna il tema del sacro: «Tutti i bambini appena nati pensano: / “E fu sera e fu mattina, un nuovo giorno”. / In secula seculorum.» 

martedì 4 giugno 2024

Francesco Randazzo consigliato da Salvatore Massimo Fazio

Da Sicilymag.it i consigli di lettura di Salvatore Massimo Fazio


È appena terminato maggio, il mese dei libri, e rieccoci con i consigli per la lettura del nostro blog che abbracciano le prime due settimane di giugno. Subito una notizia che fa clamore: nasce Qed fondata da un nome notissimo dell’editoria italiana: Pina La Banca. La nuova realtà editoriale proprio questo mese debutta con quattro titoli (ne parleremo la prossima settimana) che troveremo in libreria. In bocca al lupo da parte nostra!



Il poeta, scrittore, drammaturgo e regista Francesco Randazzo, siciliano che vive nel Lazio, torna con E fu sera e fu mattina per i tipi di Fare Editore. (…)
Dalla prefazione di Alessandro Ramberti: “Il poeta esule ha in sé tracce profonde della nativa Sicilia nella forte compenetrazione di una tonalità sanguigna e abbagliante con il nero assoluto che prefigura l’abbraccio inevitabili che tutti ci attende, quella soglia inquietante e tenebrosa a un oltre che si fa vivo già nell’ora che stiamo – non di rado inconsapevoli – trascorrendo. (…) La poesia di Francesco Randazzo è una lastra fotografica sensibilissima che emoziona e lucidamente registra la ragioni del cuore (del suo e del nostro). (…) I poeti, come i profeti, sanno vedere oltre, lontano e, come Nathan fece con Davide, possono scuoterci, tirarci fuori dalle nostre bolle di transitoria e deleteria onnipotenza.”

lunedì 19 aprile 2021

L'assenza come “essere lontano”

Recensione di Franceso Destro su Alma Poesia (a cui si rimanda per il post completo) 

 


 

Si potrebbe definire un viaggio nell’assenza, quello che ci racconta con i suoi versi Francesco Randazzo in Itaca deserta ruggine (Fara Editore, 2020).

Una raccolta dedicata a una riscrittura della figura e del mito di Ulisse, in cui dall’assenza sgorgano non tanto la nostalgia quanto, soprattutto, rammarico e rimpianto. Sentimenti che si intrecciano ad ammissioni di colpevolezza, manchevolezza e finitudine, riscrivendo il rapporto con l’amore, gli dèi e il proprio destino.

La voce dell’aedo è sostituita da quella di Odisseo, che in prima persona ci rende partecipi di una credibilità (o menzogna?) soggettiva, con un’espressione diretta del rimpianto, dell’ossessione, del lamento.

In questo poemetto, agile e nervoso al contempo, elementi del mito greco s’intrecciano a una visione ben più contemporanea, proiettando e sintetizzando l’epopea di Ulisse ai tempi nostri.

Nel corso della lettura si conferma più volte l’impressione di «una memoria che è sempre in movimento», come suggerisce in un accenno iniziale Salvatore Ritrovato, con sguardi sì ravvicinati sulle cose e le donne che ha amato, ma comunque nebbiosi, come sottolinea invece Pippo Ruiz nella postfazione. Un io poetante che ha bisogno di ricordare, dunque, un Ulisse che si è «perso nel labirinto d’acqua dell’inquietudine» dopo aver «vagato su mari e terre, in fuga e ricerca, forsennato, egoista, scaltrissimo vigliacco, perché tutto della vita mi spaventava».

Un navigante, un naufrago divorato da sé stesso, dai suoi amori e dalla sua disperata ricerca di un senso che continua a sfuggire: una narrazione che, a tratti, nel suo sviluppo viene affidata alla voce di alter ego quali la figura di Penelope, anch’essa rovesciata nel suo ruolo di attesa.

Quella di Randazzo è una rivisitazione vivida nelle sue intuizioni e intelligente nei suoi rimandi al presente, con un particolare valore nel descrivere quel multiforme e sopracitato viaggio nell’assenza. Assenza che immagino nel suo significato primordiale, ovvero “essere lontano”, con un protagonista che potrebbe essere specchio di ciascuno di noi: tormentato e forse disgiunto e distante in primis da sé stesso, incapace di godere dei suoi stessi sforzi, in fuga sia dal già noto sia da ciò che gli si porrà davanti nel suo prossimo futuro.

continua qui www.almapoesia.it/post/nota-di-lettura-a-itaca-deserta-ruggine-di-francesco-randazzo

martedì 29 dicembre 2020

“di fronte, intravedo ombre simili a me”

Francesco Randazzo, Stanze (del paradosso di Schrödinger), plaquette stampata in 100 copie non commerciali nel Novembre 2020

recensione di AR


 

I “sensi” del corpo, dell’anima e della mente vengono offerti con incisiva onestà in queste Stanze inviate a chi si impegna a mandare all’autore, dopo la lettura, “una lettera, un commento, un breve scritto poetico o narrativo, un cadeau simbolico (…) al fine di condividere uno scambio, una relazione, un pensiero, un’emozione (…). Un’azione poetica che infranga (…) l’isolamento e l’alienazione che la pandemia del Covid19 ci ha imposto.”

Una idea bella e coinvolgente che in questi mesi di messa in angolo del nostro essere e del nostro fare, getta ponti più unenti e “radicali” di quelli possibili in rete. L’umanità, i desideri, i sussulti sensuali ed emotivi, le angosce e le aspettative che troviamo nella plaquette rispecchiano quelle di tutti, in particolare sollecitano il mondo della cultura, gli intellettuali, i politici e tutti coloro che dovrebbero avere una visione: “Nessuno pensi che tutti gli altri non lo riguardino” (p. 31); “Del pensiero debole rimane l’idiozia” (p. 21); “Diviene certezza il timore di un inferno / le cui porte ci ostiniamo a splancare” (p. 17).

Insomma, le Stanze di Francesco Randazzo ci provocano, ci scavano nel profondo: sono una benna oscillante fra una disillusione maligna e una provata (ovvero messa a dura prova) fiducia in una riserva di umanità che ciascuno ha e dovrebbe valorizzare per il bene proprio e per quello comune (che sono di fatto inscindibili, come ci ricorda il papa omonimo del Nostro). Ascoltiamo il poeta siciliano (p. 6): “In questo assedio del maligno / che noi stessi esaliamo, impuri, / (…) / Ogni battito bussa alla porta, / come sulla soglia della morte. / Ogni respiro è rubato, furtivo, / quasi colpevole di sopravvivenza.”

Dicevo che l’autore esprime le sue (nostre) emozioni, paure, aspirazioni, debolezze con grande onestà: “Non sono pronto ad affrontare il dopo, / quel che sarà nel deserto della prossima / disumanità. Io chiedo a lui [Dio] soltanto: / Perché? / Potrebbero volerci secoli perché arrivi il messaggio. / Potrebbero volerci millenni perché giunga una risposta. / Sarò paziente, saprò aspettare. Canterò senza parole.” (p. 11); “Tutto mi lacero, ogni giorno, ogni notte, / in queste stanze in cui m’aggiro insano, / spettro delle mie paure, boia di me stesso.” (p. 13); “il mondo dichiara a voce alta, squillante, / che dell’umanità e di me, può fare a meno.” (p. 15).

Eppure constatiamo che il senso di impermamenenza, di inutilità e di vuoto è controbilanciato da un prendere linfa dai grandi del passato, dagli incontri significativi con maestri e guide, dall’amore vivificante per/della compagna di vita, dagli affetti più intimi e veri: “Dentro il frigo ho trovato un cuore, / (…) / Lei lo cura e custodisce, così nel freddo, / si manterrà sano e quando tornerà / dentro di me, quando tornerò in me, / lei sa, non si sarà corrotto…” (p. 26); “Certi giorni, cammino all’indietro, figlio mio, / (…) / in apparenza m’allontano, mentre mi guardi / un po’ risentito, mi guardi / e non dici nulla, perché sai, anch’io lo so, / che ti sto mostrando il quadro della vita, / l’affresco da mirare a una certa distanza” (p. 27).

Percorrere consapevolmente il labirinto della proprio esistenza, anche quegli angoli apparentemente inutili o sporchi e indicibili è quanto ci suggeriscono questi versi disincantati eppure sempre in cerca, capaci di risuonare empaticamente in noi invitandoci, pascalianamente, a rischiare sull’Oltre: “Mando un messaggio a Dio e lo ringrazio. / Sembra stupido e vano: ma cos’altro resta, / quando tutto diventa così disperatamente / inutile, cos’altro, / se non la folgorante idea di Dio?” (p. 12).

Grazie per queste poesie-dono.

 

PS Il titolo di questa recensione è un verso della poesia a p. 18 chi inizia così: Questa stanza piena di libri e fumo.

martedì 10 marzo 2020

Narrapoetando 2020: i poeti vincitori

I giurati (che ringraziamo sentitamente per la passione e la competenza) della sezione Poesia (v. anche i risultati della sezione Narrativa/saggio) del concorso Narrapoetando 2020 hanno proclamato vincitori


1° class.


In crepa di melograne di Matteo Bonvecchi (Montecassiano, MC)

Matteo Bonvecchi è docente al Liceo Classico di Macerata e vive a Montecassiano. Laureato con una tesi sulla teologia e spiritualità delle Croci dipinte francescane nelle Marche, cura una passione per la storia dell’arte locale. Folgorato dalla testimonianza poetica grazie alla lettura giovanile di Turoldo, con Le odorose impronte ha vinto il Faraexcelsior 2018.


La giara bucata

Chi sa mai se vivere è morire e morire è vivere? (…) perché proprio questi sono i più infelici: condannati a versare acqua in un orcio forato con un vaglio anch’esso forato. 
(Platone, Gorgia, 493b)

Dal pendio con tutta quell’erba,
dai monti dalle grame ginestre
di nuovo la notte invade la piana.
Fessura d’infinito – mi chiedo
quest’inquietudine che preme?
Sempre in affanno crede
l’insaziabile piviere
alla sua pienezza, alla sua paura – risponde 
ma né per famelico appetito
né per vuoto d’estinzione
avrà fecondità la vita.
Odiarla per dispiegarne il possibile
decoincidere per offrirle avvenire
non regredire a un’origine beata
è tenere aperta la ferita
del desiderio senza fine.

La giara è bucata
solo perché comunichi, condivida.

Perché si doni.

«Dal punto di vista poetico, In crepa di melograne è un’architettura estetica che poggia su continui rimandi a fatti, parole e personaggi neotestamentari, collocati nel loro reale e preciso e sacro paesaggio; ma da una prospettiva più religiosamente profonda, la silloge si impone quale Tempio di preghiera, denso mosaico paradossalmente maestoso ed intimo, discreto, nello stesso tempo. Il centro di tutto è il Cristo, che incarna la stessa dicotomia: “leone dal viso d’agnello”, e appare contemporaneamente nella sua luce abbacinante e nella sua kènosis: la spoliazione dalla maestosità divina. Eccellente raccolta, In crepa di melograne rilegge spunti autobiografici e ricerca spirituale, tramite il simbolismo della crepa-ferita-taglio, nel senso del nostro desiderio di gettare uno sguardo discreto e angoscioso sul divino: “Quale prossimità d’angoscia/e promessa di luce è questa/penombra la condizione / che più ci appartiene”.» (Andrea Biondi)


«L’autore assume con scioltezza il linguaggio biblico e lo declina, con alcuni riferimenti reborariani, nella geografia dell’Asia minore per cogliervi “l’indicibile presagio” della morte e la profezia del futuro.» (Michele Brancale)


2° class.


Itaca deserta ruggine di Francesco Randazzo (Ronciglione, VT)

Francesco Randazzo, siciliano della diaspora, sovente col cervello in fuga all’estero, è scrittore e regista. Ha pubblicato, con vari editori, testi teatrali, poesie, racconti e tre romanzi; ha ottenuto numerosi riconoscimenti in premi e festival nazionali e internazionali.



Itaca deserta ruggine

Scrosto i licheni dai pilastri della piattaforma,
sento il metallo corroso come sabbia e l'odore
di ferro e mare stride sulla pelle e sul cuore.

Io non sono più io, mi sono perso troppo a lungo,
troppe vite ho vissuto, troppi errori, troppo tutto.
E infine, stanco, a me stesso straniero, eccomi
qui, ad Itaca, il relitto fragile e duraturo, l'unica casa.

Non c'è un cane ad accogliermi, nessuno qui ormai,
soltanto fantasmi nemici, bulloni slentati, ruggine.
La mia reggia è soltanto una baracca semidistrutta,
la maceria polverosa del tempo mi bracca spietata.

Dal mare un'alga, per vent'anni, è affiorata sul ferro,
bramando l'aria salmastra, nell'illusione della terra,
è salita fino in cima, sulla piattaforma arida dove
ha saputo trasformarsi in albero, spezzata l'illusione,
ha pianto dai rami, vincendo la morte, s'è fatta salice,
e nella solitudine, sul ferro piantato nel mare, persiste.
Il vento che l'accarezza fa fremito di foglie e sospiri.

Un pescecane ha spezzato i suoi denti
sulla mia coscienza, morendo esausto.

«La riscrittura del mito di Ulisse, e in particolare dell’episodio finale del nostos, appare molto interessante in quanto coniuga l’esperienza delle note vicissitudini dell’eroe greco con l’impresa sempre parziale di una memoria che è sempre in movimento, in un verso – tra l’altro – ampio e accogliente, grazie alla sua capacità di distendersi in pause e slanci.» (Salvatore Ritrovato)


«Il poeta Josè Saramago ha scritto: Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Dunque, il ritorno e il viaggio, la memoria che racconta il chi sei: è questo il filo conduttore della silloge Itaca deserta ruggine. Con versi e ritmo incalzanti, l’autore si sovrappone all’Ulisse, al suo viaggio, alle sue rinunce ed avventure per rivivere attraverso lui, sé stesso o il destino di tutti i sognatori, insaziabili di vita. Ecco, quindi il ritorno, lo sbarco all’ agognata Itaca che gli appare polverosa ed arrugginita: Io non sono più io, mi sono perso troppo a lungo, / troppe vite ho vissuto, troppi errori, troppo tutto. / E infine, stanco, a me stesso straniero, eccomi / qui, ad Itaca, il relitto fragile e duraturo, l’unica casa. Penelope è dissolta e tutto sembra svanito nei ricordi. “Troppo tardi” ripete la sua voce interiore, lasciando parlare l’eco dei rimpianti: quel suo essere nato con lo sguardo fisso, perso all’orizzonte, all’altrove, all’andare. La vita un prurito continuo, grattarsi ovunque e senza pace mai. Le avventure ed i ricordi si sovrappongono, arricchiscono consapevolezze e rimorsi, ripercorrono le tappe del pentimento: ci sono i piedi perfetti di Calipso, la bianca pelle di Nausicaa e Circe, la spada del mio dubbio. Per ciascuna, un racconto, un’emozione o un rammarico: non c’è scelta che non abbia le sue cicatrici. Alla fine del viaggio, del tormento e dei bilanci, resta solo la speranza: Ci sarà un tempo senza tempo, / dove potremo estenderci / in un punto soltanto / ma profondissimo. / Cadere sarà come volare.» (Elena Varriale)




3i class. ex aequo


Haiku di Sonia Gardini (Savignano, FC)

Sonia Gardini, nata a Savignano s/Rubicone nel 1948, è vissuta a Sant’Angelo di Gatteo. Dopo la laurea, si è trasferita a Brescia dove ha operato quale insegnante di Materie letterarie e, poi, di sostegno nella scuola media. Nel 2006 ha pubblicato con Fara Editore una raccolta poetica dal titolo Dove allunata?



1
Giunge la sabbia
con sembianze dorate
al blu del mare


2
Oltrepassano
le collinose dune
ardui viandanti


3
Al meriggiare
lasciano il villaggio
aspri beduini

«Questi 70 haiku sono Odi alla natura delle cose e dell’uomo che le vive. Haiku scritte per la sera e il giorno venturo. Una poesia apparentemente minima ma ricolma di stelle, di albe e tramonti sul mare, anche di vita estiva. Saremo sabbia /bianca come la neve / sopra la duna. Poi d’improvviso una stoccata: Serve un faro / nella vita di tutti / per orientarsi. Proprio vero che: Quasi morire / è sdraiarsi al caldo.» (Colomba Di Pasquale)


«Raccolta compatta, che indulge a qualche variazione metrica sull’impianto tradizionale dell’haiku. È volta a cogliere ciò che della vita si rivela prezioso e diventa bagaglio nel tempo in cui ci si sente “perdere”.»  (Michele Brancale)


«Per la descrizione fotogrammatica di scenari naturali intrecciati alla condizione umana.» (Filippo Amadei)



Ho chiesto scusa agli ulivi di Marco Statzu (Guspini, OR)



Nato nel 1979, ultimo di quattro fratelli, Marco Statzu è prete della diocesi di Ales Terralba dal 2004. Dopo aver conseguito il Dottorato in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana è docente incaricato (Teologia Dogmatica, Antropologia Teologica ed Escatologia) presso la Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna e collabora con alcune parrocchie della sua diocesi. Ha trascorso un anno nel Monastero di Bose, approfondendo il suo rapporto con Dio e con l’uomo e con il creato. Di sé dice: «Scrivo poesie, cerco Dio tra gli uomini e l’umanità in Dio. Tento di vivere in un eremo che si fa casa accogliente per chi cammina e fatica. Coltivo un orto e la mia anima». È direttore della Caritas diocesana di Terralba. Ha pubblicato Terralba dal Medioevo ai giorni nostri. Storia, tradizioni e persone (Selas, Terralba 1998), Mistica dell’Incarnazione. Per una conoscenza affettiva di Dio (Glossa, Milano, 2018), Tra disastri e desideri (Fara, Rimini) entrambi nel 2010 ed Erano lacrime le mie (prefazione di Enzo Bianchi, Graphe.it 2018).


LA COLLINA DAVANTI A CASA
(A Giuseppina)
Ho chiesto scusa agli ulivi
a queste pacifiche piante
per aver ordinato di tagliarle.
Ho chiesto perdono
abbracciandoli uno ad uno
come fratelli minori sul letto di morte
per non aver saputo proteggerli.
«E siccome siete alberi di pace –
ho detto loro singhiozzando –
risorgete ancora una volta
a portare speranza tra queste colline».

(Sant’Anastasia, Sibiri, 26 dicembre 2018, h 9.10)

«L’autore si muove con una certa padronanza su diversi registri stilistici sulla forza della Parola ricevuta e quella da trasmettere, con un delicato sguardo sulla vita degli altri e degli esseri che appaiono inanimati come gli ulivi “fratelli minori”.» 
(Michele Brancale)


«Per avere fatto della scarnificazione del verso un veicolo potente di significato, che ti fa capire, in un modo del tutto inaspettato, che “non sempre dopo il due viene il tre”.» 
(Filippo Amadei)



Opere votate


Ho da dirti in segreto di Adalgisa Zanotto (Marostica, VI)




Adalgisa Zanotto vive a Marostica. Moglie e madre di tre figli, lavora presso un Ente Pubblico. È attiva nel volontariato sociale. Suoi racconti e poesie sono inseriti in diverse opere collettanee. Ha ricevuto vari riconoscimenti: con Fara ha vinto la sez. Racconto del concorso Rapida.mente 2015 con pubblicazione nella omonima antologia. Nel 2016 dà alle stampe la raccolta di racconti (selezionati anche dal concorso Faraexcelsior), Celestina. Seconda ex aequo al concorso Versi con-giurati, ha ricevuto la pubblicazione premio della raccolta Sussurri e respiri (2017). Nel 2018 ha pubblicato la raccolta poetica D’ora in poi, ispirata alla testimonianza di Maria Cristina Cella Mocellin. È presente in numerose antologie.

a Beppe
nella gratitudine per l’amore tra noi

credo a questo cambiamento
di sguardo pratico sulla vita e la morte
in questo scarto scorre l’esistenza
lasciando ribaltare nell’ora imprevista
tutto ciò che non chiamo vita
prima_dietro_ sotto
in abisso di anima_ spazio_affetto
la resurrezione è all’opera

«Il movimento di ri-torno: l’essenza di questa silloge che va e torna. Va dalle piccole ma grandi cose del quotidiano, piccoli movimenti, gesti quasi impercettibili, quel canto poetico della normalità che la fa diventare sublime. La preziosità dei frammenti di tempo e quindi di vita, piccole pepite di luce.

L’orto muove in fretta / all’indietro una storia vera – poesia che culla e narra, che non nasconde ma che rivela come fosse un testamento – resta ogni tua parola bella – e poi il sentimento di accoglienza tanto necessario in questo tempo di chiusura – m’insegni il confine aperto – un inno a chi si ama ma più concretamente alla vita stessa. Mai come in questa silloge torna Patrizia Cavalli quando sostiene che non esiste l’amore, esiste chi ami e in questo potremmo sostenere la vita stessa. Ho da dirti in segreto non fa affatto mistero del suo messaggio, melanconico e dolce al tempo stesso, quello che essere felici e nell’accorgersi di chi ci sta accanto e dei doni minuscoli che la vita stessa ci dispensa senza nulla volere in cambio. Lettura pacata, calda e avvincente quella di Ho da dirti in segreto.» (Colomba Di Pasquale)

«Per avere indagato il complesso tema dei rapporti, scrivendo e descrivendo un legame, l’amore “la pace chiara”, come l’arte “l’opera compiuta”.» 
(Filippo Amadei)




Il colore dei ciliegi da febbraio a maggio
di Massimiliano Bardotti e Gregorio Iacopini (Castelfiorentino, FI)






Massimiliano Bardotti (1976) è natoe vivea Castelfiorentino. Poeta e attore, è presidente dell’associazione culturale Sguardo e Sogno fondata da Paola Lucarini. Pubblica tra gli altri: Il Dio che ho incontrato (2017 Edizioni Nerbini), recensito daAnna Maria Curci, Alessandro Ramberti e molti altri; I dettagli minori(2018 Fara Editore),opera di poesia e prosa dalla quale è stato tratto l’omonimo spettacolo teatrale interpretato insieme a Viviana Piccolo; Diario segreto di un uomo qualunque, appunti spirituali (2019 Tau Edizioni)citato da La libreria del Santo e recensito da Elena Buia Rutt sull’Osservatore Romano. Dal2014 ideailcorsodi scrittura ri-creativa: Cut-up, la sartoria delle parole,condotto a Empoli, Prato e Castelfiorentino, dove nel2017,fondala Scuola di scrittura Poetica La poesia è di tuttipresso l’ass. cult. OltreDanza. Dal 2018 conduce: L’infinito, la poesia come sguardo: Ciclo di incontri con poeti contemporanei al san Leonardo al palco di Prato, che diventa anch’esso sede della Scuola di poesia.
Gregorio Iacopini (1996) è nato a Poggibonsi e cresciuto a Castelfiorentino. Studente di Filosofia all’Università di Pisa, amante della poesia, frequenta la Scuola di Poesia di Castelfiorentino diretta dal poeta Massimiliano Bardotti. Con la Scuola partecipa ad alcune letture pubbliche tra Castelfiorentino e Certaldo. Interviene poi nel luglio 2019 alla kermesse annuale organizzata da Fara Editore nel monastero di Fonte Avellana con un dialogo poetico scritto a quattro mani col poeta Massimiliano Bardotti .   


Un’intensità quasi di neve


Siamo l’acqua versata sulle pietre dei morti
sul filo teso tra la preghiera e il canto
siamo la neve dentro le cose 
(Pierluigi Cappello)


Ogni giorno si fa più vicino il giorno
nel quale con i vivi
si confonderanno i semprevivi.

§§§

China il capo, l’estate
e tutta la giovinezza d’un tempo
si fa volto straniero.
Dilaga un senso di quasi sereno
mentre anche il cielo annuncia
lo sfiorire dei giorni.

È ora, un’intensità quasi di neve
ma no, non ancora, quasi.
La bellezza comincia sempre
un attimo prima di accadere.




«Per il cantare lieve e maestoso della natura, intrecciata alla condizione umana, con versi forti e profondi, lievi e misurati. Per il “domandare la verità” e saperla raccogliere “fra le dita”.» (Filippo Amadei)

«Dietro Il colore dei ciliegi c’è un autore in crescita.» (Michele Brancale)


Distopie di Gianpaolo Anderlini (Fiorano, MO)


Gianpaolo Anderlini si dedica da quarant’anni a studi sull’ebraismo e ha focalizzato il suo interesse sull’interpretazione ebraica dei Salmi. È redattore della rivista QOL che si occupa del dialogo ebraico-cristiano. Tra i libri pubblicati si segnalano: Parole di vita (Giuntina 2009), Ebraismo (EMI 2012), I quindici gradini. Un commento ai Salmi 120-134 (Giuntina 2012), Per favore non portateli ad Auschwitz (Wingsbert, 2015), Qabbalàt Shabbàt. Meditazione sui salmi del Sabato (Aliberti 2017), Giobbe. Opera in versi (Fara 2018).

Distopia I 

Il gelo mi trafigge non mi lascia
scampo mentre la musica monotona
del vento mi addormenta (ho sempre odiato
la montagna il sudore e la fatica
inutile non credo che la vetta
mi porti più vicino a Dio per ripidi
sentieri e rocce ardite) sono figlio
della pianura e di colline dolci
e riposanti (perso in orizzonti
di nebbia piatta e di torrenti lenti
e addormentati scrivo sullo specchio
appannato del cielo la parola
noia e mi lascio trascinare dove
mi porta l’indolenza della strada
fino ai bordi del mare e mai in alto)

e non andrei in alcun luogo altrove



«La distopia è il modo disincantato in cui il poeta guarda la realtà: mi lascio / attraversare dal crivello del / dubbio e m’illudo d’essere un cartesio / assetato d’umana solitudine. Nella prima parte della silloge, si lascia catturare dagli occhi freddi della ragione: l’utopica illusione / che si possa conoscere sé stessi / e poi provare a resettare il mondo / (s’impara solo nella sofferenza?) per poi, lentamente, sciogliersi in quelli teneri del bambino che osserva il padre o il nonno: in cielo ride Dio con i suoi gatti. L’intento dei versi è chiaro e coeso. Si tratta di un viaggio interiore tra le domande che non hanno risposte e l’esperienza faticosa, dolorosa del vivere e del conoscere. È il momento amaro dei bilanci e in ogni chiusa delle sue distopie, il poeta lascia un punto di domanda o una nuova consapevolezza su cui indugiare e riflettere: dalla finestra aperta mi accompagna / il ritmato tubare delle tortore / l’ubiquitario accendersi del sole/ed il nulla che non vuole farsi tutto. Ma il suo è anche il momento della verità e della solitudine. Dei “senza”. Non è un caso che l’autore titoli alcune sue distopie, come la XI (Es)senza, chiudendo nelle parentesi, tutto ciò che distrae dalla mancanza o dall’arresa: senza / pietà le pagine del mondo scorrono / mentre l’ombra del vincitore / devasta il formicaio. La poesia può anche farsi gioco di parole, d’inventiva e nella Distopia XXXVIII/Echi, il poeta ritrova l’innocente trasgressione del creare: (e se) così comincia l’avventura / (oggi) in quel domani che non viene / (provassimo) così come sperato / (a sognare) nel fango dell’attesa / (senza maschera) sono nudo e tremo / e spero come sperano i bambini. E se oggi provassimo a sognare senza maschera? Ecco, il suo invito a sognare con occhi innocenti: quando il (Senza) dell’adulto incontra il (Con) del bambino, il dubbio cartesiano si scoglie nella tenerezza dell’amore e della fratellanza: ed io non ho paura di pregare/ un altro dio senza chiese senza/ preti comandamenti e testi sacri / solo l’afflato che ci fa fratelli /ed ora posso spegnere la luce.» (Elena Varriale)



Sure orfiche di Doroty Armenia (Rosolini, SR)


Doroty Armenia è nata a Modica (RG) e vive a Rosolini. Laureate in Lettere con indirizzo archeologico è guida in siti del suo territorio. Attualmente lavora presso un’azienda agro-ittica di Noto. Ha pubblicato con EreticaEdizioni Un somnio de nejente.

I
(L’aprente)

1.
Egli bulica
d’insetti. È mangiato,
brucato dai pidocchi. Egli ha le tempie
sbucciate, bucati talloni e ginocchi.

2.
Chi dei suoi si esporrebbe,
per scenderlo dalla croce?

3.
È evaso il
violato giardino,
con stoltezza viva, mutilato.


«Colpisce l’originalità dell’accostamento fra due dimensioni della spiritualità che invitano al trascendimento dell’effimero in un assoluto che trova nel verso un passo ideale, imprevedibile ma fermo, e in grado di assecondare i silenzi che circondano un pensiero poetante molto suggestivo.» (Salvatore Ritrovato)




Agl’òuri dla féiga di Marco Marchi (Longiano, FC)


Marco Marchi è nato a Longiano.nel 1944. Ha pubblicato i seguenti romanzi: Quelli dell’Eldorado (Longo Editore 1986, ripubblicato nel 2007 da Alberto Perdisa Editore), Il gelato è una cosa seria (Diabasis 2004), Terra e destino (Alberto Perdisa 2008, premio Pescara), Sulle orme di Rocky Marciano (Europa edizioni 2017, premio giuria Milano international), Gianni di Bologna. Vita e follie di un maestro del gelato (Editore Persiani 2019). Le sue opere sono state recensite da autorevoli critici: Renato Minore sul Messaggero, Paolo Ruffilli sul Resto del Carlino. Raffaele Crovi sul Giorno, Michele Prisco sul Mattino di Napoli. Lorenzo Mondo su Stampa libri. La presente raccolta di poesie è la prima in dialetto romagnolo.


Al premóuri dla Martina  

U m l ’azènd cmè fóss
un zìr ma San Franzèsc.
Póu, quan la vèd che lóu e’ ciàpa fug,
la s mét disdè sòura e u mé smórta.

Le premure di Martina. / Me l’accende come fosse / un cero a San Francesco. / Poi, quando vede che lui prende fuoco, / ci si siede sopra e lo spegne.

La sgrazìda   

La è tóta nóuda s’al gambi spandlóun zò mé lèt.
La i à i cavéll rézz e la faza straca.
La s guèrda agli óngi di pì se smèlt vèc:
“Oz – la i déis – t’a n  vu  fé niént?”

La disgraziata. / È tutta nuda con le gambe penzoloni giù dal letto. / Ha i capelli ricci e la faccia stanca. / Si guarda le unghie dei piedi dallo smalto vecchio: / “Oggi – gli dice – non vuoi far niente?”

«Una disperata e patologica poesia più pornografica che erotica, ma che dietro il fragile muro della trivialità lascia trasparire il racconto di una malattia d’amore. Il dialetto permette all’autore o autrice, di dire in versi quello che in lingua sarebbe mediocrità, se non spazzatura.» (Andrea Biondi) 

[Nota dell’Autore: “Il dialetto è la lingua del popolo, senza mediazioni, diretta, cruda, vibrante. Quando si scrive in dialetto bisogna pensare in dialetto. I protagonisti delle mie poesie  sono uomini semplici, temono di essere sopraffatti dai sentimenti che non saprebbero governare, e si difendono sottraendo all’amore la sua componente spirituale. E il sesso lasciato a sé stesso diventa implacabile, crudo, brutale. Ma l’uso del dialetto lo espurga da ogni volgarità, e anche le espressioni più spinte acquisiscono una nota nello stesso tempo dolce e dolente. I termini pesanti che uso non sono mai gratuiti (pornografia) ma funzionali, necessari, costituiscono un argine contro le insidie del mondo intricato dei sentimenti.]

«Per la forza del dialetto nell’affrontare un tema “a luci rosse”.» (Filippo Amadei)




Gioventù e preludio (1972–1979) di Guido Galdini (Rovato, BS)


Guido Galdini (Rovato, Brescia, 1953) dopo studi di ingegneria opera nel campo dell’informatica.Ha pubblicato le raccolte Il disordine delle stanze (PuntoaCapo, 2012), Gli altri (LietoColle, 2017), Leggere tra le righe (Macabor 2019) e Appunti precolombiani (Arcipelago Itaca 2019). Alcuni suoi componimenti sono apparsi in opere collettive degli editori CFR e LietoColle. Ha pubblicato inoltre l’opera di informatica aziendale in due volumi: La ricchezza degli oggetti: Parte prima – Le idee (Franco Angeli 2017) e Parte seconda – Le applicazioni per la produzione (Franco Angeli 2018).


l’afa ci ha detto che era sciolto il sole
cammina verso l’incontro tra gli sputi e
l’asfalto, sui crocifissi ai muri che
stanotte pioggia annegherà sorridente

queste sono le lacrime di trucco, le
bugie ribaltate sul trapezio, la prospettiva
diverge dal punto, sono
le ortiche e le foglie di gatto
l’oscura domestica selva
luce d’oceano, povera sera di quattropassi
gioca sull’orlo dell’esperienza
tra il vivente e l’appassito fiore.

[1977]

«Per la potenza espressiva e la visione lirica che, attraverso una scelta lessicale curata, trasformano le parole in “tutt’un’altra voce”.» (Filippo Amadei)


Un pezzetto di me di Marinella Acciarri (Massignano, AP)



Marinella Acciarri è nata a San Benedetto del Tronto (AP) e risiede a Massignano (AP). Maturità classica, laurea in Scienze Agrarie, tre abilitazioni per l’insegnamento, un master di I livello. Ha seguito anche diversi corsi di perfezionamento e specializzazione. Ha fatto la ricercatrice per molti anni ma dal 2003/2004 è docente a tempo indeterminato di Scienze degli Alimenti presso l’Istituto di Istruzione Secondaria Superiore “Carlo Urbani” – Indirizzo Alberghiero – di Porto Sant’Elpidio (FM).

IN UN UNICO AMORE

Dolce la tua voce arriva alle mie orecchie
Tenue calore entra a rassicurare il cuore
e  un nodo eterno lega il mio pensiero al tuo

Piano il tuo sguardo si posa sui miei occhi
Dolce musica carezza l’anima
e un’unica visione  lega gli occhi miei ai tuoi

Piano le tue mani sfiorano il mio corpo
Forte  un brivido la mia schiena percorre
e un indissolubile abbraccio fonde il mio corpo al tuo

Tenue, dolce, tenero penetra il tuo cuore il mio
e una passione infinita chiude occhi dentro occhi
                                                 cuore dentro cuore
                                                 anima dentro anima
finché un sigillo le nostre vite chiude in un unico amore


«C’è una Poesia che alterna dolore e amore, presenza e assenza, rotture e ricuciture, quell’eterno vivere e morire necessari a sentire la vita nei suoi più immediati e celati respiri. La Poesia come terapia e come analgesico, la Poesia come lirismo e abbandono che tutto contiene e tutto restituisce a chi la legge. La Poesia che rivela e di certo in questa silloge nulla tace, anzi grida. Poesia che scuote – Portate via questo odore / questo odore di pena e di morte – e che fa risorgere – ridatemi il profumo / il profumo dei miei fiori. I poeti che spesso scrivono della morte sono fortemente ancorati alla vita. C’è in questi versi l’eco lontana di chi come Emily Dickinson ha fatto della contemplazione e del ricordo una luce eterna. Dammi ancora del tempo, / tempo perché non sia già morta la vita. In certa Poesia ci si riconosce immediatamente, ci si ritrova e ci si perde. La Poesia “approdo” alla riva sognata, la Poesia che cura e lenisce gli acciacchi della vita. Ascolta l’amore che non muore: felice monito per chi spesso dimentica d’amare e di lasciarsi amare. E non da ultimo:  non sfiorare le mie mani / potresti toccare il mio cuore.» (Colomba Di Pasquale)



Pensieri Filosofici o filo soffici di Michele Caliano (Montoro, AV)


Michele Caliano è nato ad Avellino il 2 settembre 1963. Vive a Montoro (AV). Si è diplomato all’Istituto tecnico commericale di Solofra (AV). Astrofilo dall’inizio degli anni ’80, ha conseguito negli anni ’90 l’Attestato del corso in Astrofisica presso l’Osservatorio di Montecorvino Rovella (SA). Socio del Gruppo Culturale Francesco Guarini è appassionato di Cosmologia e divulgatore scientifico nelle scuole Medie statali e presso alcune radio del territorio. Con Fara ha pubblicato nel 2019 Theory of Infinity.


Abbiamo visto il futuro
il presente è arrivato
non diverso dal passato
storia ed eventi riepilogati
simili, uguali, tutti susseguiti
Il pianeta si è essiccato
l’acqua tutta evaporata
La vita è cambiata, trasformata, evoluta
i geni si sono riadattati
la vita si è allungata
gli organismi riescono a rigenerarsi
non temono alte e basse o estreme temperature
l’essere umano i suoi sensi esterni ha potenziato
metà macchina, metà biologico è diventato
anche il cervello ha modificato
non mangia più alimenti
solo energia dai solari venti
così da evitare la morte di animali ed esseri viventi
in passato torturati, ammazzati, vivisezionati

«Pensieri Filosofici o filo soffici è un maldestro divertissement simpaticamente cafone. Si muove tra il triviale e l’ironico, come il racconto di un cantastorie impacciato e burlone. Ha l’onestà, questo va riconosciuto, di esplicitarsi per ciò che è, senza pretese. Meglio sicuramente di tanta poesia che maschera la goffaggine con verso noiosi e altisonanti.» (Andrea Biondi)


«Pensieri filosofici o filosoffici può assumere maggiore scioltezza liberandosi da alcune concettuosità che frenano un po’ la lettura.» 
(Michele Brancale)




Canzoni di Diego Pederneschi (Cremona)


Diego Pederneschi (Cremona 1973) svolge l’attività di Insegnante di musica, ha pubblicato le raccolte poetiche: Concertino (Ensemble 2016), Bagatelle (Rue de la fontaine 2017), Cadenze d’inganno (Oèdipus 2019), partecipa a reading organizzati dal circolo poetico Correnti con il progetto “Poesia a parole note”.

dalle cose



Che una foglia
cada,
lo fa titubando
e il ripudio
scatta l’attimo
prima del bacio.


Al vino
che si spande
sulla tovaglia
una voglia
con grazia
di dire.



«Musica e parola viaggiano insieme, nella silloge monostrofica Canzoni, in un ritmo coeso ed intenso: Il ramo / accarezza la stella, / o la spela, / di norma, / senza coraggio, / senza un amo. In tutte le poesie, l’eufonia non comprime mai il contenuto: Succhiato / dal fondo del letto, / preso nel blu / del lenzuolo, / è d’uopo / l’eterno. Nella silloge, la partitura sembra farsi verso ed il verso diffonde note. Sillaba, suono e senso si fondono nelle assonanze: Un uomo/con grande/spreco/di sbieco/s’è sparso/in suono. A volte, si fanno piccoli quadri del quotidiano: Pelli e case/aperte / al mattino / con sonni / rimasti/nei vetri. Qualcuna, infine, lascia intravedere un sorriso ironico, saggio: Nell’aia / e nell’aiola / tizi / in posa / da nobile / fiore.» (Elena Varriale)

«Canzoni sono epigrammi, quasi fotografie, che rivelano possesso di linguaggio e capacità di declinazione.» 
(Michele Brancale)




Segnalazione



Ho visto una luce lontana di Maria Finco (Cittadella, PD)




Maria Francesca Romana Finco, nata a Roma il 12.04.1958, laureata in Scienze della Formazione a Padova, Specializzazione: Diritti Umani e Disabilità, Insegnante di Tecniche di Animazione. Lavora nell'area della Disabilità occupandosi di progetti di inclusione sociale. Scrive poesie dall'infanzia esprimendo la realtà della sua vita filtrata attraverso una luce interiore. 

LA PACE NASCOSTA

Io e te… Amore
Nascosti dietro il letto
Per difenderci dagli inopportuni

Ti abbracciavo forte
E tu dormivi
Piano piano le voci
Al pian terreno se ne andavano

Ti annusavo dolce di me
Il tuo respiro era il mio
Appoggiavo le mie labbra
Sulla tua fronte, figlio!
Dormivamo così!
Tra un sussulto e l’altro

Nel silenzio rotto dagli inopportuni
Non c’era tempo per le lacrime
Ma solo per un piccolo sogno.

«Ho visto una luce lontana è una raccolta che nell’ultima parte esprime cura e compattezza al contrario della prima parte. È auspicabile una limatura che renda la raccolta più organica ai fini di una sua pubblicazione.» 
(Michele Brancale)