Celeste è l’enchiridion

recensione di Giuseppe Moscati 

pubblicata  in Carta 098 
FOGLIO INDIPENDENTE DI NOTIZIE VARIE INVIATO PER POSTA ELETTRONICA 
DAL GRUPPO 90 ARTEPOESIA VIII 2022
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Sì, come un manualetto, solo che non v’è scritto come affrontare un esame o mantenere vivo il legno della libreria di casa, bensì come accogliere con lievità i dubbi e i timori e i tremori che la vita via via ci presenta. L’ultima opera di Alessandro Ramberti, brillante scrittore oltre che fine editore, s’intitola Enchiridion celeste (FaraEditore) e muove dalla persuasione che ogni esistenza abbia una sua “via di fuga”, spettando a noi scovare l’uscita.
Il libro, che consta di “Idilli” e di suggerimenti “per abbracciare il cielo”, si legge davvero tutto d’un fiato in virtù del bisogno di reale che ha ogni sogno e di quel dono che è “parte mobile di noi stessi”.
Partito da Santarcangelo di Romagna per Venezia, che gli ha aperto prima una porta d’Oriente (Shanghai) e poi una statunitense (Los Angeles), dopo aver perfezionato gli studi linguistici a Roma è approdato a Rimini con la cocciuta proposta di buona poesia e saggi originali, ‘non accademici’, coltivando una sorta di comunità letteraria. Il meccanismo è semplice: gli autori pubblicati sono selezionati in base a un concorso letterario e poi, a loro volta, possono andare a costituire la giuria dei prossimi concorsi. Ci si conosce, ci si confronta, ci s’incontra – per via polifonica – a Fonte Avellana, magari ci si scambia e legge a vicenda i rispettivi libri; insomma, le pagine dell’uno in circolo virtuoso si mettono in relazione e aperto dialogo con quelle altrui.
Torniamo all’Enchiridion celeste per scrutare gli intimi legami-incontri di Endiadi: l’io con il tu, il corpo con il “fiato dell’amore”, la mente con l’ossigeno. Anzi, noi siamo incontri che altrove scopriamo essere “levatrici” (Nel bosco), grazie alla cura che richiede l’amicizia e al darsi amoroso, perennemente sospesi – in mirabile equilibrio – fra stasi e moto. E sapete qual è il segreto di tale armonia che non è torpore?
Ce lo dicono tre versi che mi paiono sulla scia del “pensare poetante” del Leopardi di Antonio Prete: «Incorniciare dubbi / è mettere in tensione / la tela della vita».
Rieccoli, i dubbi dai quali siamo partiti: ora li accostiamo alle sempre “nuove svolte” che animano il linguaggio (le parole, il logos, la/le conoscenza/e) facendone un fermentato, al pari della ‘eroica’ bevanda del kykéion degli antichi greci, di certi silenzi di Heidegger o del verso di un Penna o di uno Scotellaro.
Nella galleria che scorriamo giunge anche – con echi di Matteo – l’esiliato Mosè, che pur sapendosi imperfetto è comunque guida; poi un fiume “ferita d’argento tra i vigneti” e una voce vagamente platonica (del Platone mistico-misterico, meno socratico), seguendo la quale passiamo dalle foreste delle “bande luminose delle costellazioni” a una “parabola vivente del divino”.
Ora quei dubbi sono erramenti e sono barcollamenti, umane fragilità, cadute alla Rilke (si legga Guado), trasfigurazioni ed evaporazioni d’anima, ma anche – complici le sapienti rughe
d’Armanda – mistero, grazia e bellezza.

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